Elegia della fuga – Leningrad Cowboys Meet Kaurismäki

Elegia della fuga – Leningrad Cowboys Meet Kaurismäki

Il momento cruciale dell’intera carriera di Aki Kaurismäki, l’incontro con i Leningrad Cowboys, la peggiore band del pianeta, persa tra standard statunitensi e cori russi.

Leningrado: l’attuale San Pietroburgo. Ha mantenuto il nome Leningrado dal 26 gennaio 1924 al 6 settembre 1991.
Cowboy: nelle praterie nordamericane e canadesi, il guardiano delle mandrie di buoi, cavalli e altri animali. Corrisponde al búttero della nostra Maremma (Dizionario Gabrielli)

Scritta bianca su sfondo nero: “Somewhere in Tundra… In No Man’s Land”.
Lunga panoramica da sinistra verso destra sul brullo paesaggio della tundra, che termina su due trattori e una trebbiatrice. In primo piano, un uomo con i capelli e le scarpe a punta, congelato, è sdraiato a terra. Il braccio sinistro, irrigidito nel rigor mortis, regge ancora saldamente un basso elettrico.
È l’incipit di Leningrad Cowboys Go America: nasce così, sugli schermi cinematografici di mezzo mondo, il mito dei Leningrad Cowboys. Questa folle band che mescola, in un delirio sapidamente postmoderno, il rockabilly con i canti dei marinai del Volga, lega fin dalla sua nascita (avvenuta a ridosso del cortometraggio Rocky VI, nel 1986) il suo nome a quello del regista finlandese. Autoproclamatisi “la peggiore rock band del mondo”, segnano un punto di passaggio fondamentale non solo per la carriera di Kaurismäki, ma per le aspirazioni dell’intero cinema europeo. Leningrad Cowboys Go America è un film che va all’attacco di Hollywood, ne elabora segni e simboli per poi rigettarli in blocco; tutto questo con il sorriso sulle labbra, ghigno derisorio di chi dimostra di saperla veramente lunga. La Finlandia della fine degli anni ’80, come si è già avuto modo di rimarcare nel paragrafo Tra New York e Mosca, versa in una crisi economica figlia di una rincorsa al benessere deforme e mostruosa. Kaurismäki, che all’argomento ha già dedicato Amleto si mette in affari e Ariel, prende il problema di petto e ne trasfigura i contorni in questo viaggio iniziatico: trasporta al di là dell’oceano un gruppo commercialmente impossibile (il segretario di partito consiglia così Vladimir/Matti Pellonpää dopo aver assistito a una performance del combo: “andate in America. Lì amano qualsiasi stronzata”), e lo pone alla ricerca letterale del successo. Anche gli Stati Uniti che mostra Kaurismäki hanno ben poco di dorato: è un percorso di un gruppo di outsider in un paese che relega i reietti sulla corsia d’emergenza.

Ma al tempo stesso attraverso l’epopea dei Leningrad Cowboys Kaurismäki scrive la sua ode più pura a quella semplicità di vita che è da sempre la caratteristica fondamentale dei suoi eroi in camicia e jeans. La naiveté ostentata di questo gruppo di musicisti scalcinati, senza arte né parte, ingenui a tal punto da rasentare la demenza, è l’estremo riconoscimento del regista ai poveri sognatori che avevano trovato spazio nelle opere precedenti. L’America dei Leningrad Cowboys è la stessa faccia della medaglia dell’Eira dei Franck di Calamari Union: vista da lontano appare come la terra dell’oro, ma la realtà mostrerà un panorama ben diverso. Così come Rocky VI aveva rappresentato l’occasione per Kaurismäki di dare la propria interpretazione (naturalmente surreale e sui generis) della Guerra Fredda, Leningrad Cowboys Go America gli permette di gettare uno sguardo a suo modo antropologico sulla terra del mito occidentale. E sarà così anche in futuro: i Leningrad Cowboys, nella loro collaborazione con il cineasta, saranno sempre l’escamotage usato per leggere la contemporaneità politica in ogni sua sfaccettatura, anche la più amara e disillusa. Appare fin troppo logico mettere in parallelo soprattutto i due lungometraggi ed evidenziarne le differenze: è interessante per esempio notare come l’elemento che muta più sostanziosamente sia il ritmo. Leningrad Cowboys Go America ha le movenze e l’umore di un blues, narcotizzante e sornione, sgraziatamente sprezzante eppure in fin dei conti malinconico, sconfitto; ha in sé il grasso oleoso di New Orleans, i doppi vetri opachi del sud, lo squallore metropolitano di una New York livida e illuminata dalle mille luci al neon. È un canto d’amore, a suo modo, per un mondo che si è sempre potuto solo immaginare (“mi domando quando inizierà la violenza. Finisci sempre ammazzato quando vieni a New York” sintetizza con un misto di delusione e saggezza un componente della band) e che, probabilmente, è molto meno lontano da noi di quanto si era pensato/sperato. Leningrad Cowboys Meet Moses, invece, procede attraverso un accumulo di situazioni sempre più paradossali, in un vortice slapstick che non ha in sè alcuna dolenza: anche quando torna a ragionare su New York, nella splendida sequenza a Coney Island, non fa altro che svilire continuamente il mood che aveva segnato il primo lungometraggio. L’immagine del musicista vestito da rivoluzionario messicano che, sguardo perso nel vuoto, è seduto nella piccola giostra sull’acqua per bambini sintetizza in maniera eccellente la volontà, da parte di Kaurismäki, di scrivere un capitolo della saga che si distacchi con decisione dal culto su cui poteva far forza la band. Dopotutto anche l’America non è più una terra dei sogni, non la si attraversa più alla ricerca del successo, per il semplice fatto che si è consapevoli che quel successo non potrà arrivare mai. Il redivivo Vladimir, che ora si fa chiamare Moses, non a caso sentenzia così ai suoi compagni d’avventure: “Business is Business, but Moses is Moses”.

Leningrad Cowboys Meet Moses è un viaggio verso la Terra Promessa in rewind, e Moses come il suo omonimo di biblica memoria deve svolgere il suo ruolo di battistrada. Se dunque, in questa grottesca rilettura delle sacre scritture, l’America è l’Egitto che ha sfruttato la band senza comprenderne la grandezza, l’Europa è la terra di mezzo, quel piano desertico nel quale si deve vagare in maniera inconcludente nella speranza di raggiungere la meta. E quindi, mentre Leningrad Cowboys Go America era uno sguardo sul mito americano e la sua attualità, Leningrad Cowboys Meet Moses ragiona sul declino di un’Europa che al di là delle scelte politiche appare, alla metà degli anni Novanta, un mondo ancora vecchio, decrepito. Un morto vivente, come il membro della band che alla fine del primo film si risveglia dal sonno eterno dopo un sorso di liquore, giusto in tempo per suonare al matrimonio messicano. I Leningrad Cowboys ne attraversano i confini facendosi beffe di qualsivoglia legge internazionale, passando dalla Francia alla Germania, dalla Repubblica Ceca fino alla Grande Madre Russia. La Guerra Fredda è già un lontano ricordo, Leningrad e Cowboys due parole che non possono più avere alcun senso nella contemporaneità. La band, come il regista che la guida per mano, è anacronistica, fuori dal tempo, sconfitta dalla novità: ma fedele a se stessa, alla propria morale, alla propria indole. Un inno alla coerenza e alla perseveranza che in nessun caso deve essere scambiato per elogio della conservazione e del passatismo. Per comprendere al meglio questa complessa visione del mondo è comunque il caso di vedere anche i cortometraggi che Kaurismäki ha girato con il gruppo musicale: si è già abbondantemente parlato del valore metaforico di Rocky VI, non stupirà dunque nessuno sapere che il medesimo spirito dissacrante prorompe con forza da Thru the Wire, crudele satira nei confronti del capitalismo americano condotta in un bianco e nero surreale, dove noir e grottesco vanno di pari passo. Ma i lavori brevi più significativi del connubio tra la band e il cineasta restano con ogni probabilità Those Were the Days e These Boots: nel primo, girato a ridosso delle riprese di Vita da Bohème, si intravede lo stile più prettamente lirico di Kaurismäki, la sua propensione alla poesia, il suo desiderio di un’evasione aulica dalla grigia realtà contemporanea. Those Were the Days, ripresa di un canto popolare russo nella versione che fu appannaggio di Paul MacCartney, è l’ennesimo poema di disillusione del regista finlandese, in un elogio degli umili che ha in sé il nitore ottocentesco di un Hugo o del Rimbaud più dolente. Qui tutto il mondo segue la moda dei Leningrad Cowboys, che per la prima volta non rappresentano gli alieni “malgrado loro” tanto cari a Kaurismäki: il protagonista dunque è reietto non più in quanto diverso, ma per semplice e crudele condizione universale. La stessa presa di posizione che prenderà Kaurismäki quando, di lì a pochi mesi, metterà le mani su Vita da Bohème che, pur non presentando alcun elemento in grado di ricongiungerlo all’epopea dei Leningrad Cowboys, mostra in maniera lampante la nuova urgenza espressiva dell’autore (alle prese, dopo il mito di massa americano, con quello di nicchia francese). Ben diverso, per quanto immediatamente successivo da un punto di vista temporale, è l’umore che domina il cortometraggio These Boots: nuovamente un classico del rock, stavolta These Boots Are Made For Walking portata al successo da Nancy Sinatra, nell’interpretazione dei Leningrad Cowboys.

These Boots racchiude in pochi minuti la storia della Finlandia dal 1952 al 1969. Attraverso alcuni dei luoghi comuni più noti sui finlandesi (l’infantilismo, l’alcolismo, la poca intelligenza), Kaurismäki traccia un grottesco percorso di lettura della realtà finnica, narrando i prodromi della crisi e portando alle estreme conseguenze il discorso sull’inutilità della parola nel suo cinema, che ha fatto da sempre del silenzio una delle armi più affilate. Tra tutti i cortometraggi di Aki Kaurismäki con i Leningrad Cowboys (non si cita in questa occasione L.A. Woman, perché non aggiunge nulla, di fatto, alla poetica dell’autore), l’impressione è che These Boots sia quello più denso di significati, nel quale il divertissement che è alla base di tutte le opere brevi del regista – ma anche della maggior parte dei lungometraggi – si lega a una riflessione più compiuta sia sulla realtà che sul cinema come macchina affabulatoria, dedita al “meraviglioso”.
Ed è proprio nell’interpretazione del cinema come mondo meraviglioso, estraneo alle pochezze della verità, che si può interpretare l’happening musicale che sconvolse la vita di Helsinki il 12 giugno del 1993. In quella giornata, a suo modo memorabile, sulla piazza del senato ebbe luogo il concerto dei Leningrad Cowboys con il coro dell’Armata Rossa, immortalato in Total Balalaika Show. L’URSS non esisteva già più, ma questa fusione grottesca tra rock e canti popolari, permette a Kaurismäki e alla band che ha praticamente portato agli onori della cronaca di aggiungere un ulteriore tassello a quel discorso sull’anacronismo e sul “tagliarsi fuori” già affrontato in precedenza. Davanti agli occhi di un pubblico festante scorrono alcuni dei più celeberrimi brani rock (il già cinematograficamente collaudato Those Were the Days, Happy Together, Sweet Home Alabama) e si mescolano ai melanconici e vigorosi canti russi. Il rapporto tra cinema e rock, forse, non è mai stato a così pochi passi dal sublime.

Speciale Kaurismäki

Elegia della fuga – Il cinema di Aki Kaurismäki
Un viaggio nel cinema di Aki Kaurismäki, tra alienati e band stralunate, luci della sera e nuvole in movimento, miracoli e sogni di fughe impossibili nell’est sovietico. Nel tentativo di penetrare la corazza di un autore fondamentale per il cinema europeo dell’ultimo trentennio.

 

Gli alien(at)i sono tra noi
I protagonisti dei film di Aki Kaurismäki, alla ricerca di un posto in cui (soprav)vivere, sono perdenti e proletari, eroi del nuovo mondo, chiusi come tutti nella prigione della società. Ma loro, per lo meno, consapevolmente.

 

Elegia della fuga
Il tema della fuga acquista fin dagli esordi una centralità assoluta all’interno della poetica di Aki Kaurismäki. Dai Franck alla ricerca dell’eldorado in Calamari Union fino ai Leningrad Cowboys che vanno e tornano dalla terra dei sogni.

 

Tra New York e Mosca
Aki Kaurismäki, nel corso della sua filmografia, ha spesso messa in scena, contrapponendoli, il mito americano e quello sovietico, tra ipotesi di fughe verso est e il fascino degli oggetti prodotti nella patria del Capitale.

 

Leningrad Cowboys Meet Kaurismäki
Il momento cruciale dell’intera carriera di Aki Kaurismäki con ogni probabilità è rappresentato dall’incontro con i Leningrad Cowboys, autoproclamatisi come la peggiore band del pianeta, persa tra standard statunitensi e cori russi.

 

Rock the Tundra
Il rock, nel cinema di Aki Kaurismäki, si muove sottopelle, attraversando l’intera filmografia del regista finlandese e penetrando in profondità, là dove è difficile fermarsi davvero ad ascoltare. Un percorso amoroso e vitale, cultrale, politico.

 

Matti e i suoi fratelli
Aki Kaurismäki non è “solo” un grande autore del cinema europeo contemporaneo; nel corso della sua carriera ha avuto la capacità di costruire attorno a sé una factory o, meglio, una famiglia in grado di seguirlo di set in set, senza abbandonarlo mai.

 

Dedicato a…
Il cinema di Aki Kaurismäki, pur così riconoscibile e dotato di un immaginario difficile da confondere con altro, non nasce certo dal nulla. Quali sono i riferimenti culturali – cinematografici, certo, ma non solo – del regista finlandese? E in che modo questa comunione d’amorosi sensi prende corpo sullo schermo?

 

Kaurismäki/Jarmusch: come in uno specchio
Tra Orimattila e Akron, nell’Ohio, corre una distanza di quasi settemila chilometri. Una distanza completamente annullata dall’esperienza autoriale di Kaurismäki e di Jim Jarmusch, che sembrano protesi in un infinito dialogo a distanza tra pellicole.

 

Per un cinema europeo
Cos’è l’Europa per Aki Kaurismäki? Quale volto e ruolo assume il Vecchio Continente nelle pieghe del cinema del regista finlandese? E in prospettiva quali sono le utopie, se esistono ancora, rintracciabili nel suo sguardo prospettico?

 

La fine (?)
In quale direzione si muoverà d’ora in avanti il cinema di Aki Kaurismäki? Quale storie lo interesseranno maggiormente, e perché? Anche l’incontro con uno dei più importanti autori europei degli ultimi decenni volge al termine…

 

Info
Total Balalaika Show, un passaggio del film.
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