Elegia della fuga – Rock the Tundra

Elegia della fuga – Rock the Tundra

Il rock, nel cinema di Aki Kaurismäki, si muove sottopelle, attraversando l’intera filmografia del regista finlandese e penetrando in profondità, là dove è difficile fermarsi davvero ad ascoltare. Un percorso amoroso e vitale, che acquista un senso culturale forte, e dunque inevitabilmente politico.

– Io so ballare il rock, solo che non mi andava.
– Lo so, si vede che ti scorre il rock nelle vene.
Janne Hyytiäinen/Koistinen e Maria Järvenhelmi/Mirja, Le luci della sera

Il discorso riprende da dove lo si era appena abbandonato: Total Balalaika Show è, nella sua postura di film concerto rigoroso e rispettoso dei dettami dell’industria (riprese volutamente e forzatamente standard, montaggio che passa educatamente dai primi piani dei coristi e della band a totali fino a immergere lo spettatore in controcampi sulla folla in giubilo), il capitolo definitivo – se l’aggettivazione può avere, in questo caso, un reale senso – nella storia d’amore tra Kaurismäki e la musica rock. Ma non lo è perché, come molti hanno erroneamente scritto, per la prima volta è la musica l’unica protagonista di un lungometraggio di Kaurismäki: gli autori di questo grave strafalcione ignorano probabilmente l’esistenza di Saimaa-illmiö, lungometraggio documentario firmato a quattro mani da Aki e Mika e incentrato proprio sulla nascente scena rock finlandese. No, il vero motivo per il quale si arriva a considerare il concerto dei Leningrad Cowboys e del coro dell’Armata Rossa (“La Guerra d’Inverno e la Guerra di Continuazione si sono concluse sulla Piazza del Senato”, sentenziò all’epoca il cineasta) come punto di non ritorno dello studio cinematografico di Kaurismäki sul rock è perché mai come in quell’occasione la poetica dell’autore riuscì a sposarsi tanto alle riprese quanto alla musica stessa. Nella ripresa parossistica di alcuni dei massimi successi commerciali di sempre, in quel vocione baritonale che eleva al cielo, in una distorsione linguistica esilarante, Delilah di Tom Jones, è racchiuso il senso di un’esistenza artistica unica nel suo genere. Total Balalaika Show è sì la ripresa di un evento culturale straordinario, ma è allo stesso tempo l’innegabile firma di Kaurismäki. La sua regia è trattenuta, come si è anticipato poc’anzi, palesemente asservita a ritmi televisivi, ma questa non è una dichiarazione di resa, perché è l’happening stesso a essere figlio di Kaurismäki. I Leningrad Cowboys sono solo attori: vestono, è vero, i panni dei presentatori, degli showmen navigati, ma è solo apparenza. La verità è che dietro ogni assolo, ogni duetto, ogni schitarrata, è celato il volto di Kaurismäki, la sua poetica, il suo stile graffiante e cinicamente romantico. In Total Balalaika Show si sublima, dunque, il rapporto che da sempre lega, a doppio filo, il cineasta finlandese alla musica rock.

Tutti i suoi film sono abitati, magari anche solo di sfuggita, dal rock: anche i casi in cui la musica esula da questa prassi (si prenda il tango di Carlos Gardel per Ho affittato un killer e Le luci della sera) il modo in cui è utilizzata tende sempre a creare un contrasto netto con il senso della messa in scena. Qualcosa che scuota (“to rock”), tanto per semplificare il discorso.
Al di là della stretta collaborazione con i Leningrad Cowboys, accennata in questo paragrafo ma ampiamente sviscerata precedentemente, è interessante notare come Kaurismäki abbia, da un lato, operato per accumulo – l’uso smodato di brani fin troppo celeberrimi, dai Renegades a Chuck Berry passando per Rivers of Babylon dei Melodians -, come abitudine fin troppo abusata del cinema, ma al tempo stesso si sia impegnato in un lavoro di interrelazione tra immagine e musica che non ha molti eguali nella storia del cinema. Innanzitutto nei film di Kaurismäki si suona spesso dal vivo, quasi sempre in pub di quart’ordine: punto che potrà sembrare del tutto privo di interesse, e che invece merita un approfondimento a parte. L’atto del suonare dal vivo permette non solo al regista di inserire in un contesto estremamente diegetico la musica selezionata – scelta non certo di secondo piano per un autore che opera sulla messa in scena ragionando sul vuoto di rumore più che sul dialogo -, ma lo costringe a pensare l’inquadratura o l’intera sequenza esclusivamente sul quid del brano. Per rendere più chiaro il concetto si possono prendere a paradigma due sequenze tra loro estremamente simili; in Hamlet Goes Business Pirkka-Pekka Petelius/Hamlet, seduto in un locale assiste alla performance selvaggia dei Melrose intenti a proporre il loro cavallo di battaglia Rich Little Bitch, mentre in una scena analoga di Ho affittato un killer Jean-Pierre Léaud/Henri si imbatte in uno stage di Joe Strummer. Anche il taglio dell’inquadratura non varia particolarmente tra un film e l’altro, eppure siamo di fronte a due messe in scena del rock completamente differenti. Se nel primo caso i Melrose (proprio da questa scena la band riprenderà il video della canzone, trasformandolo di fatto nel cortometraggio di più difficile reperibilità diretto da Kaurismäki) fungono in scena da elemento disturbante, estranei come sono all’ambiente, alla situazione, all’indole stessa della pellicola, l’ex leader dei Clash serve al contrario ad amplificare ulteriormente il senso di inadeguatezza e malinconia con tendenze suicide del personaggio interpretato da Léaud. In Hamlet Goes Business il rock è elemento alieno, deviante, in aperto contrasto con la messa in scena, fulcro dinamitardo dal quale partire per lavorare di contrappasso, in Ho affittato un killer il genere musicale serve esattamente per il motivo opposto.

Questa apparente discrasia all’interno della poetica kaurismäkiana potrebbe effettivamente trarre in inganno qualcuno, ma sarebbe un errore di non poco conto. Perché, al contrario, è proprio per via della varietà di lettura e interpretazione del rock qui enunciata che Kaurismäki deve essere annoverato tra gli autori cinematografici che hanno portato maggiormente in profondità la relazione – spesso solo accennata, e quindi superficiale – tra immagine in movimento e musica in grado di evocare un movimento. I Melrose redivivi de Le luci della sera non funzionano in scena perché la loro musica si sposa bene con il mood del film, e neanche perché solleticano il gusto autocitazionista dei cinefili. Funzionano perché la sequenza che li vede protagonisti ha fisicamente bisogno dei Melrose. Il rock nella messa in scena di Kaurismäki non può e non deve essere letto come una semplice scelta di gusto, perché nel corso degli anni si è trasformato in una vera e propria necessità. Forse perché Kaurismäki non riesce più a ragionare diversamente (non a caso uno dei pochi elementi a svelare l’anacronismo di Juha come film muto è l’eccezione dedicata alla canzone eseguita, come da tradizione per il regista, live), o forse perché il suo cinema tende con tanta convinzione alla liberazione del corpo e della mente del proprio pubblico da essere lui stesso, per primo, il vero elemento rock.

Speciale Kaurismäki

Elegia della fuga – Il cinema di Aki Kaurismäki
Un viaggio nel cinema di Aki Kaurismäki, tra alienati e band stralunate, luci della sera e nuvole in movimento, miracoli e sogni di fughe impossibili nell’est sovietico. Nel tentativo di penetrare la corazza di un autore fondamentale per il cinema europeo dell’ultimo trentennio.

 

Gli alien(at)i sono tra noi
I protagonisti dei film di Aki Kaurismäki, alla ricerca di un posto in cui (soprav)vivere, sono perdenti e proletari, eroi del nuovo mondo, chiusi come tutti nella prigione della società. Ma loro, per lo meno, consapevolmente.

 

Elegia della fuga
Il tema della fuga acquista fin dagli esordi una centralità assoluta all’interno della poetica di Aki Kaurismäki. Dai Franck alla ricerca dell’eldorado in Calamari Union fino ai Leningrad Cowboys che vanno e tornano dalla terra dei sogni.

 

Tra New York e Mosca
Aki Kaurismäki, nel corso della sua filmografia, ha spesso messa in scena, contrapponendoli, il mito americano e quello sovietico, tra ipotesi di fughe verso est e il fascino degli oggetti prodotti nella patria del Capitale.

 

Leningrad Cowboys Meet Kaurismäki
Il momento cruciale dell’intera carriera di Aki Kaurismäki con ogni probabilità è rappresentato dall’incontro con i Leningrad Cowboys, autoproclamatisi come la peggiore band del pianeta, persa tra standard statunitensi e cori russi.

 

Rock the Tundra
Il rock, nel cinema di Aki Kaurismäki, si muove sottopelle, attraversando l’intera filmografia del regista finlandese e penetrando in profondità, là dove è difficile fermarsi davvero ad ascoltare. Un percorso amoroso e vitale, cultrale, politico.

 

Matti e i suoi fratelli
Aki Kaurismäki non è “solo” un grande autore del cinema europeo contemporaneo; nel corso della sua carriera ha avuto la capacità di costruire attorno a sé una factory o, meglio, una famiglia in grado di seguirlo di set in set, senza abbandonarlo mai.

 

Dedicato a…
Il cinema di Aki Kaurismäki, pur così riconoscibile e dotato di un immaginario difficile da confondere con altro, non nasce certo dal nulla. Quali sono i riferimenti culturali – cinematografici, certo, ma non solo – del regista finlandese? E in che modo questa comunione d’amorosi sensi prende corpo sullo schermo?

 

Kaurismäki/Jarmusch: come in uno specchio
Tra Orimattila e Akron, nell’Ohio, corre una distanza di quasi settemila chilometri. Una distanza completamente annullata dall’esperienza autoriale di Kaurismäki e di Jim Jarmusch, che sembrano protesi in un infinito dialogo a distanza tra pellicole.

 

Per un cinema europeo
Cos’è l’Europa per Aki Kaurismäki? Quale volto e ruolo assume il Vecchio Continente nelle pieghe del cinema del regista finlandese? E in prospettiva quali sono le utopie, se esistono ancora, rintracciabili nel suo sguardo prospettico?

 

La fine (?)
In quale direzione si muoverà d’ora in avanti il cinema di Aki Kaurismäki? Quale storie lo interesseranno maggiormente, e perché? Anche l’incontro con uno dei più importanti autori europei degli ultimi decenni volge al termine…

 

Info
I Melrose cantano Rich Little Bitch.
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