Elegia della fuga – Tra New York e Mosca

Elegia della fuga – Tra New York e Mosca

Aki Kaurismäki ha spesso messa in scena, contrapponendoli, il mito americano e quello sovietico, tra ipotesi di fughe verso est e il fascino degli oggetti del Capitale.

Voglio odorare il sapore celeste del ferro
voglio vedere il profumo sanguigno del fuoco
esiste lo so
CCCP – Fedeli alla linea, A ja ljublju SSSR

Questa è la dichiarazione che Aki Kaurismäki fa, sulle pagine del catalogo del Festival di Locarno 2006, riguardo a Leningrad Cowboys Go America: “Ho amato l’America per quello che era fino all’epoca del New Deal di Roosvelt. Adoro la vecchia Hollywood. Prima le navi erano di legno e gli uomini di ferro. Oggi le navi sono di ferro e gli uomini di legno.”

Quando vengono alla luce le prime opere dei fratelli Kaurismäki (della carriera di Mika c’è qui troppo poco spazio per parlare, ma non sarebbe male andarsi a recuperare alcuni dei suoi primi film, il già citato Valehtelija/The Liar, Arvottomat/I buoni a nulla e Klaani-tarina Sammakoitten suvusta, per capire come l’industria cinematografica finnica stesse vivendo un vero e proprio movimento di rivoluzione), la situazione politica finlandese è tutt’altro che stabile. Lo storico presidente Urho Kekkonen, eletto per la prima volta nel 1956, rassegna le dimissioni per motivi di salute nel 1981 e il suo successore, Mauno Koivisto (già primo ministro socialdemocratico in carica dal 1979), si ritrova tra le mani uno stato alle prese con un capitalismo sempre più invadente e selvaggio. Aumentano le automobili (di più di cinquecentomila unità tra il 1978 e il 1984, e parliamo di un paese di meno di cinque milioni di abitanti), i televisori, le radio, diminuisce in maniera drastica il lavoro agricolo (nel 1978 il 14% della popolazione è dedito all’agricoltura, neanche dieci anni dopo la percentuale scende al 10%). Helsinki nel 1987 ha quasi un milione di abitanti, per via di una edilizia sempre più arrembante che costruisce periferie su periferie, finendo per inglobare tutti i sobborghi. La Finlandia ha iniziato in maniera decisa quella rincorsa al modello economico prima statunitense e poi europeo che segnerà con forza gli ultimi anni del millennio.
In questa situazione delicata, molti sono i nodi che vengono al pettine: per esempio la chiusura di un vasto numero di fabbriche e il progressivo allontanamento dei giovani dalla campagna produce un numero elevato di disoccupati. Ovviamente senza contare il ruolo svolto dalla politica di Gorbacev, la nascita di Perestrojca e Glasnost: l’apertura al mondo dell’URSS non può che trovare, nella vicina Finlandia – che ottenne l’indipendenza proprio a ridosso della rivoluzione d’ottobre – interlocutori ben più che attenti. Il quadro politico, per quanto solo parzialmente accennato, è indispensabile per andare a trattare un altro tassello fondamentale della poetica di Aki Kaurismäki, il rapporto di amore e odio che vive nei confronti del mito americano e che allo stesso tempo gli permette (con un estremo ricorso all’ironia) di leggere nell’Unione Sovietica la terra della libertà, della speranza, la “città al di là del mare”.

Cinque volte i personaggi dei suoi film si trovano a viaggiare verso est: in Calamari Union, Ombre nel Paradiso, Ariel, Tatjana e Leningrad Cowboys Meet Moses. Nei primi tre casi (quando ancora l’Unione Sovietica esisteva), la scelta del viaggio è sempre letta come volo pindarico verso un futuro incerto ma nel quale possa trovare spazio anche la speranza, mentre nei due esempi successivi si tratta di un vero e proprio ritorno a casa (per Tatjana/Kati Outinen e per la rock band più derelitta dell’intero pianeta). L’est come rifugio estremo della speranza, dunque, baluardo di una solidità morale ed e(ste)tica che in occidente è stata spazzata via dal luccicare fascinoso della plastica, dalle luci e dai colori di metropoli/alberi di natale sempre più mostruose, sempre meno a misura d’uomo. Da integerrimo umanista Kaurismäki legge nella deriva del capitalismo occidentale il cancro che avvelenerà l’intera Europa – ed è infatti un mondo morente quello attraversato, o meglio ancora letteralmente dissezionato, nel 1994 dai Leningrad Cowboys e dal redivivo Vladimir -, e vi oppone un netto rifiuto. Non è l’URSS nella sua valenza strettamente politica a essere innalzato agli onori da Kaurismäki, ma più che altro l’immagine romantica che si può avere della sua storia.
Questo tifo incondizionato per la terra del Volga si esplicita con estrema chiarezza e arguzia in Rocky VI, cortometraggio del 1986 che segna l’inizio del rapporto tra Kaurismäki e i Leningrad Cowboys. Due pugili, il possente e buono Igor il Russo e il mingherlino e sbruffone Rocky l’Americano, si scontrano per la conquista del titolo di campione del mondo. In questa esilarante metafora della Guerra Fredda è svelato anche il senso di appartenenza del regista: non si può essere dalla parte di chi ha tutto (la cyclette ultramoderna, il televisore, l’idromassaggio) ma non riconosce il valore di niente. Eppure Rocky VI permette anche di comprendere il rapporto estremamente conflitturale tra Kaurismäki e la cultura statunitense. Sarebbe troppo comodo leggere nella critica al sistema imperante capitalista un rifiuto in blocco degli Stati Uniti. E non solo perché si andrebbero a negare i due grandi viaggi americani del cineasta, quello d’arrivo (Leningrad Cowboys Go America) e quello d’addio (Leningrad Cowboys Meet Moses).

La verità è che Kaurismäki sfrutta, nella sua messa in scena scarna, essenziale, quasi pudica, tutta una serie di ipertesti che volenti o nolenti riconducono al grande mito americano. Al di là dei semplici oggetti di scena (l’automobile di Ariel, per esempio) è proprio la base del suo cinema a essere intessuta di riferimenti a Hollywood e dintorni: l’utilizzo del genere (come il road movie e il noir) serve a Kaurismäki come ingranaggio di una macchina ben più complessa, ma al tempo stesso gli permette di eludere le trappole della didattica e della morale con estrema facilità. Il suo cinema sarebbe impensabile senza la fagocitazione insistita di stilemi nordamericani: lo slapstick, i riallacci a Chaplin, Keaton, W.C. Fields, i riferimenti ai grandi generi hollywoodiani (oltre al noir e al road movie, impossibile non notare una tendenza al melodramma sirkiano e in generale un amore per l’intera produzione degli anni Quaranta e Cinquanta). Tutto questo senza contare la netta somiglianza con l’esperienza autoriale, cresciuta di pari passo alla sua, di Jim Jarmusch – ma anche di questo ci sarà modo di parlare con più profondità in seguito. Insomma, nella sua Guerra Fredda personale Kaurismäki ha vissuto al confine, tra la nostalgia del bel mondo che fu e di quello che forse sarebbe potuto essere.
Ma, nonostante gli stravolgimenti politici, le guerre preventive, gli smembramenti di ex-imperi, non ha perso la sua vena polemica: basta pensare all’annuncio del 2006 di voler ritirare Le luci della sera da un’eventuale corsa all’Oscar per protestare contro la politica portata avanti da George W. Bush (il riconoscimento andrà a Florian Henckel von Donnersmarck e al suo Le vite degli altri)…

Secondo le statistiche, non c’è paese più ricco della Finlandia, né popolo più felice; è questo che ho voluto raccontare. […] Come cittadino di un piccolo paese non ho grandi speranze. La speranza non è appannaggio delle minoranze.
Aki Kaurismäki, a proposito de Le luci della sera.

Speciale Kaurismäki

Elegia della fuga – Il cinema di Aki Kaurismäki
Un viaggio nel cinema di Aki Kaurismäki, tra alienati e band stralunate, luci della sera e nuvole in movimento, miracoli e sogni di fughe impossibili nell’est sovietico. Nel tentativo di penetrare la corazza di un autore fondamentale per il cinema europeo dell’ultimo trentennio.

 

Gli alien(at)i sono tra noi
I protagonisti dei film di Aki Kaurismäki, alla ricerca di un posto in cui (soprav)vivere, sono perdenti e proletari, eroi del nuovo mondo, chiusi come tutti nella prigione della società. Ma loro, per lo meno, consapevolmente.

 

Elegia della fuga
Il tema della fuga acquista fin dagli esordi una centralità assoluta all’interno della poetica di Aki Kaurismäki. Dai Franck alla ricerca dell’eldorado in Calamari Union fino ai Leningrad Cowboys che vanno e tornano dalla terra dei sogni.

 

Tra New York e Mosca
Aki Kaurismäki, nel corso della sua filmografia, ha spesso messa in scena, contrapponendoli, il mito americano e quello sovietico, tra ipotesi di fughe verso est e il fascino degli oggetti prodotti nella patria del Capitale.

 

Leningrad Cowboys Meet Kaurismäki
Il momento cruciale dell’intera carriera di Aki Kaurismäki con ogni probabilità è rappresentato dall’incontro con i Leningrad Cowboys, autoproclamatisi come la peggiore band del pianeta, persa tra standard statunitensi e cori russi.

 

Rock the Tundra
Il rock, nel cinema di Aki Kaurismäki, si muove sottopelle, attraversando l’intera filmografia del regista finlandese e penetrando in profondità, là dove è difficile fermarsi davvero ad ascoltare. Un percorso amoroso e vitale, cultrale, politico.

 

Matti e i suoi fratelli
Aki Kaurismäki non è “solo” un grande autore del cinema europeo contemporaneo; nel corso della sua carriera ha avuto la capacità di costruire attorno a sé una factory o, meglio, una famiglia in grado di seguirlo di set in set, senza abbandonarlo mai.

 

Dedicato a…
Il cinema di Aki Kaurismäki, pur così riconoscibile e dotato di un immaginario difficile da confondere con altro, non nasce certo dal nulla. Quali sono i riferimenti culturali – cinematografici, certo, ma non solo – del regista finlandese? E in che modo questa comunione d’amorosi sensi prende corpo sullo schermo?

 

Kaurismäki/Jarmusch: come in uno specchio
Tra Orimattila e Akron, nell’Ohio, corre una distanza di quasi settemila chilometri. Una distanza completamente annullata dall’esperienza autoriale di Kaurismäki e di Jim Jarmusch, che sembrano protesi in un infinito dialogo a distanza tra pellicole.

 

Per un cinema europeo
Cos’è l’Europa per Aki Kaurismäki? Quale volto e ruolo assume il Vecchio Continente nelle pieghe del cinema del regista finlandese? E in prospettiva quali sono le utopie, se esistono ancora, rintracciabili nel suo sguardo prospettico?

 

La fine (?)
In quale direzione si muoverà d’ora in avanti il cinema di Aki Kaurismäki? Quale storie lo interesseranno maggiormente, e perché? Anche l’incontro con uno dei più importanti autori europei degli ultimi decenni volge al termine…

 

Info
Le luci della sera, trailer.
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