Inti-Illimani – Dove cantano le nuvole

Inti-Illimani – Dove cantano le nuvole

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Inti-Illimani – Dove cantano le nuvole è il documentario diretto a quattro mani che Francesco Cordio e Paolo Pagnoncelli dedicano alla più nota band di musica folkloristica andina nel mondo. Un lavoro sicuramente appassionato ma anche non privo di mancanze, e di scelte che appaiono forzate.

Cantos de pueblos andinos

Il documentario racconta la storia quarantennale degli Inti-Illimani, attraverso i momenti musicali dal vivo e le interviste agli attuali componenti del gruppo musicale cileno. Il racconto in prima persona dei componenti storici ci narra le vicende di coloro che, trovatisi esiliati all’improvviso, hanno portato il Cile nel mondo, diventando veicolo di alcuni dei messaggi fondamentali della lotta per la liberazione. All’interno degli Inti-Illimani si confrontano oggi elementi storici e giovani musicisti di formazione musicale accademica, capaci di mettere a disposizione del gruppo un’elevata e raffinata preparazione tecnica ed artistica. II radicamento nella musica popolare sudamericana rappresenta ancora un elemento vincente e distintivo del gruppo, ma la proposta musicale è più energica e si avvale di una forte componente di ricerca. [sinossi]

“Y ahora el pueblo que se alza en la lucha, con voz de gigante gritando: ¡adelante!”
Questo distico, che anticipa il trascinante grido di battaglia di un’intera generazione El pueblo unido jamàs serà vencido, è l’eredità più nota che hanno lasciato i cileni Inti-Illimani, la band di musica andina più famosa del mondo. Chissà cosa sarebbe accaduto ai giovanissimi membri di questo gruppo musicale se si fossero trovati in patria l’11 settembre del 1973, quando la Moneda fu presa armi in pugno dalle squadracce militari e fasciste capitanate da Augusto Pinochet e foraggiate da Richard Nixon, Henry Kissinger e le forze armate statunitensi: con ogni probabilità avrebbero fatto la fine di molti artisti vicini all’area del Poder Popular, la componente socialista e comunista che portò al democratico trionfo elettorale Salvador Allende. Aristi come Victor Jara, ucciso nell’Estadio Nacional a pochi giorni dal colpo di stato, o come Pablo Neruda, anche lui deceduto poco meno di due settimane dopo il golpe, grazie a una misteriosa iniezione ricevuta in ospedale. Ma in quel maledetto settembre gli Inti-Illimani erano lontani dal Cile, si trovavano a Roma per una tournée europea che si sarebbe dovuta concludere a Berlino Est: il Partito Comunista Italiano li pregò di rimanere in Italia, dove sarebbero stati al sicuro da possibili attentati fascisti. E la storia italiana della band proseguì fino al 1988 quando, caduto Pinochet, i musicisti decisero di tornare nella loro patria martoriata, accolti da migliaia di persone esultanti, e finalmente libere.

Una storia, quella appena narrata, che in realtà trova ben poco spazio in Inti-Illimani – Dove cantano le nuvole, documentario diretto da Francesco Cordio e Paolo Pagnoncelli che raggiunge le sale italiane a quattro anni dalla sua produzione grazie al sempre attento occhio di Distribuzione Indipendente: la coppia di registi ha deciso di focalizzare lo sguardo più che sul passato glorioso e sulla storia politica del Cile sulla realtà attuale degli Inti-Illimani, che dopo una scissione dolorosa un decennio or sono ha ripreso a suonare meticciando il proprio suono originale con le influenze del nuovo Cile e dell’America latina attuale. Una scelta coraggiosa, che è stata vissuta traumaticamente per alcuni membri originali della band, a tal punto da dare vita a due realtà musicali completamente indipendenti: gli Inti-Illimani e gli Inti-Illimani Histórico, con questi ultimi interessati soprattutto a mantenere viva la memoria del tempo che fu.

Cordio e Pagnoncelli si occupano in realtà solo degli Inti-Illimani, accennando di sfuggita a tutta la querelle legata allo scisma: per il resto il loro intento è quello di avvicinare poco per volta lo spettatore al mondo della band, attraverso interviste, stralci di concerti in giro per il Cile e per l’Italia, appunti di viaggio presi alla rinfusa. Il problema principale di questo documentario è infatti tutto racchiuso nella caotica sovrapposizione di materiali: non sembra esserci una vera e propria linea guida, e la possibilità di cogliere l’istante appare agli occhi dei due registi assai più interessante di una messa a fuoco dell’insieme. Il risultato è dunque quello di un prodotto affascinante più sulla carta che nella realtà materiale: sia la storia della band che il loro percorso musicale attuale vengono fuori troppo casualmente, senza un’organicità al contrario essenziale per riuscire a cogliere davvero il senso di rivoluzione perpetua che gli Inti-Illimani hanno sposato con la loro etica artistica. Anche l’idea di lasciare volutamente sullo sfondo il contesto politico (la tournée cilena tra l’altro è di supporto alla candidatura presidenziale di Michelle Bachelet, membro del Partito Socialista Cileno) lascia alquanto interdetti: se è infatti vero che spesso gli Inti-Illimani sono stati ridotti a mero simbolo dell’ideologia comunista, tralasciando la loro importanza compositiva e musicale, è altrettanto vero che l’impegno politico e sociale è parte integrante ancora oggi dell’approccio artistico del gruppo. E, per quel che concerne la questione musicale, sembra davvero strano che ci si soffermi (giustamente) sulla figura di Victor Jara senza spendere però neanche una parola su Violeta Parra, personaggio altrettanto fondamentale della Nueva canciòn chilena. Per non parlare anche della discutibile scelta degli interventi, come quello – pur interessante e perfino “tenero” – di Daniele Silvestri, che sembra francamente più frutto del caso che di un reale raziocinio.

Un peccato, perché l’opera presenta comunque materiale piuttosto interessante, e se solo si fosse lavorato con maggiore accortezza in fase di costruzione della struttura, con ogni probabilità oggi staremmo applaudendo un documentario indispensabile per aprire gli occhi su una realtà forse poco conosciuta dalle giovani generazioni. Invece quel che resta è un prodotto interessante, non privo di spunti di riflessione, ma adatto forse soprattutto a un pubblico già edotto.

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