Either Way

Either Way, film d’esordio dell’islandese Hafsteinn Gunnar Sigurdsson, è il vincitore del Torino Film Festival 2011. Un’opera gentile ma fin troppo esile, che punta su un minimalismo di luoghi e situazioni per cercare di raccontare l’umanità dell’isola nordica, ma non solo.

Un sorso di Hagavadallin

Islanda, anni Ottanta. Finnbogi e Alfred sono due impiegati della compagnia stradale islandese che hanno deciso di passare l’estate a lavorare sulle strade ventose e solitarie del Nord del paese. I due uomini sono però molto diversi tra loro: il più anziano ed esperto dei due ha infatti accettato come compagno il giovane Alfred, come favore alla fidanzata, sorella del ragazzo. Costretti a vivere a stretto contatto in un arido e desolato ambiente naturale, impareranno a conoscersi e rispettarsi, fino alla nascita di un’inaspettata amicizia… [sinossi – Torino Film Festival]

Prima di arrivare a Either Way è necessaria una breve introduzione… Anno dopo anno, all’interno delle dinamiche del cinema europeo, le produzioni scandinave hanno avuto la capacità di trovare un proprio spazio perfettamente riconoscibile, nel quale timbriche, umori, sensazioni e atmosfere denotano una compattezza estetica invidiabile. Per quel che concerne narrazioni dall’evoluzione minimale, con protagonisti persone delle classi meno abbienti, il nome di riferimento che la critica tiene pronto all’uso è ovviamente quello di Aki Kaurismäki: un rimando autoriale senza dubbio efficace, ma che spesso corre il rischio di essere utilizzato in maniera improvvida, semplificando in maniera eccessiva un substrato culturale vasto e stratificato. Ad esempio in Either Way (titolo internazionale scelto per sostituire l’originale Á annan veg), esordio al lungometraggio dell’islandese Hafsteinn Gunnar Sigurdsson, i riallacci con la poetica di Kaurismäki appaiono davvero labili: certo, vengono messi in scena due proletari, si ragiona su una messa in scena che fa del grottesco una delle sue cifre stilistiche, il lavoro sulla parola e sul dialogo è portato avanti con cura, eppure appare davvero arduo rintracciare in questa divertente storia d’amicizia virile le regole non scritte delle opere del grande regista finlandese. Nulla di male, ovviamente, ma la dimostrazione palese dell’inadeguatezza di parte della critica nell’affrontare una materia ancora piuttosto oscura come quella del cinema islandese contemporaneo.

Realtà al contrario dinamica e in continua evoluzione, come dimostrano successi recenti quali Volcano di Rúnar Rúnarsson, Reykjavik Whale Watching Massacre di Júlíus Kemp e Astrópía di Gunnar B. Gudmundsson, cui si aggiunge ora anche l’opera prima di Sigurdsson.
Ambientato in uno scenario quasi apocalittico, nelle brulle colline di una terra perlopiù priva di popolazione, Either Way è un viaggio alla scoperta di due umanità, quelle del posato trentatreenne Finnbogi e dello spensierato Alfred, fratello della ragazza del primo: i due lavorano insieme, durante l’estate, su strade polverose abbandonate a sé stesse, per renderle più sicure attraverso una segnaletica opportuna, per poi tornare in città solo durante il fine settimana.

Il film di Sigurdsson è dunque interamente incentrato sulla relazione, via via sempre più amichevole, tra i due giovani uomini, e sulle impressioni che questi si scambiano impressioni sulla vita di tutti i giorni, a partire dai rapporti (quanto mai complicati) con l’altro sesso. Unica deviazione alla prassi quotidiana è rappresentata dal passaggio, una volta a settimana, del camion di un uomo che regala alla coppia perle di saggezza e soprattutto bottiglie di Hagavadallin, un liquore che avrà una parte non indifferente nello sviluppo della trama, fungendo addirittura in ultima analisi da vero e proprio deus ex-machina.
Da un punto di vista stilistico Sigurdsson sposa l’idea di una messa in scena priva di particolari artifici estetici: il piano sequenza a macchina fissa è un espediente che torna a più riprese nel corso del film, così come l’utilizzo dei primi piani e dei totali, anche per valorizzare una natura aspra e affascinante come quella islandese. I dialoghi sono carichi di verve e donano alla commedia un ritmo mai forsennato ma continuo, sottolineando ulteriormente il senso dei silenzi che fungono da ideale contrappunto drammaturgico. Un’opera con ogni probabilità non indispensabile, ma che si aggiunge con merito a una scena cinematografica da non sottovalutare, e che in futuro potrà regalare molte gioie al popolo dei cinefili.

Info
La scheda di Either Way sul sito del Torino Film Festival.
Either Way su facebook.
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