Way Home
di Andreas Kannengiesser
Vergiss Dein Ende (Way Home nel titolo internazionale) è il secondo lungometraggio di Andreas Kannengiesser, nonché il suo progetto di laurea (ha studiato presso l’Accademia di cinema e televisione Konrad Wolf a Berlino). Presentato in concorso alla ventinovesima edizione del Festival di Torino.
Il suono del silenzio
Klaus è disabile e dipende in tutto dalla moglie Hannelore che ogni giorno si prende cura di lui senza sosta. La donna, logorata da questo rapporto di totale dipendenza, decide un giorno di partire verso il mar Baltico approfittando dell’ospitalità di Günther, un vicino di casa. Suo figlio Heiko, senza alcuna idea di dove possa essere la madre, si trova così a occuparsi da solo del padre per la prima volta. Intanto, Hannelore sta affrontando i suoi drammi interiori sostenuta da Günther: è tempo per lei di iniziare una nuova vita. [sinossi]
Vergiss Dein Ende (Way Home nel titolo internazionale) è il secondo lungometraggio di Andreas Kannengiesser, nonché il suo progetto di laurea (ha studiato presso l’Accademia di cinema e televisione Konrad Wolf a Berlino). Presentato in concorso alla ventinovesima edizione del Festival di Torino, si iscrive bene in una delle linee tematiche più ricorrenti all’interno della ricca selezione della kermesse: la malattia e soprattutto l’incidenza che questa può avere sulla vita dei familiari e delle persone cui è affidata la cura e il supporto del degente. Hannelore si occupa premurosamente del marito Klaus che dipende totalmente da lei da quando la demenza senile lo ha reso instabile e incapace di badare a sé: ormai però la stanchezza sta prendendo il sopravvento e la donna vive la convivenza familiare con un crescente senso di frustrazione. Per questo si dà alla fuga, lasciandosi alle spalle le difficoltà domestiche e dirigendosi verso il mar Baltico dove cercherà ospitalità nella casa delle vacanze del suo vicino di casa Gunther, discreto sessantenne che ha appena perso il suo compagno di vita. Way Home è un film sul desiderio di evasione e sul sogno di un potenziale riscatto: Kannengiesser non cerca di dare un taglio ideologico al film e si limita a fotografare il disagio dei due personaggi principali, entrambi disperatamente alla ricerca di un’emancipazione rispetto al loro presente. Drammi interiori, dilemmi, paura e morte: questi sono solo alcuni dei pilastri sui quali si sorregge la pellicola, che non si sottrae al confronto con la più classica riflessione socio-antropologica sul rapporto fra i genitori e i figli e il conseguente confronto generazionale. Hannelore e suo figlio Heiko sono due facce della stessa medaglia (non a caso il regista ha dichiarato di sentirsi emotivamente vicino ad entrambi i personaggi), condividono le inquietudini e lo strazio per la loro condizione ma non sanno supportarsi a vicenda: lo smarrimento li allontana e la routine spesso snervante non fa che sottolineare frizioni e acredini. Se quindi i rapporti familiari tratteggiati nel film sono permeati dalla freddezza e dall’incomunicabilità, Kannengiesser cerca umanità e calore nella relazione fra la donna e il vicino omosessuale, un’amicizia atipica inizialmente non troppo spontanea ma che si rivelerà una fucina di rinnovamento per entrambi, costretti dall’isolamento a confrontarsi con i loro lutti e ad elaborarli.
Fotografia livida che si modula sui toni del grigio, del blu e del viola esaltando la luce naturale del mar Baltico, Way Home vanta uno stile essenziale, talvolta addirittura schematico, che si dirige verso l’eliminazione di ogni sovrastruttura formale per concedere spazio allo sviluppo delle dinamiche della narrazione. Purtroppo però è proprio la scrittura a tradire parzialmente la solidità del risultato finale: a dispetto infatti della linearità degli eventi, il film continua ad accumulare idee, riflessioni, brandelli narrativi secondari che appesantiscono notevolmente la struttura generale della pellicola senza aggiungere valore al tessuto analitico. Ritratto familiare fortemente ancorato alla contemporaneità (il rapporto fra i disabili e la famiglia è sempre più ricorrente nel cinema, e in particolare i cineasti teutonici paiono particolarmente interessati alla trasposizione di queste complesse realtà domestiche – per rimanere nella selezione torinese basti pensare a Die Unsichtbare di Christian Schwochow), il film al contrario di quanto ci si potrebbe aspettare da un prodotto di questo tipo, necessita di una profonda elaborazione. Inizialmente infatti Way Home colpisce per la sua sensibile e sofisticata estetica dell’immagine e malgrado la vicenda sia decisamente statica la noia non si impone nella silenziosa bolla in cui agiscono i personaggi: tuttavia superata l’iniziale suggestione le crepe del progetto si fanno più evidenti ed emerge con prepotenza l’intenso senso di incompiutezza del ragionamento del regista. Kannengiesser non cerca risposte in merito alla questione cui si riferisce – sopratutto dal momento che egli stesso ha confessato di non aver acquisito una sua posizione chiara sul tema – ma la sospensione di tutte le domande e di ogni situazione che pone nello sviluppo della pellicola sembra ancora una volta attribuibile a lacune della sceneggiatura piuttosto che a un ponderato approccio registico.
L’irrisolutezza sembra quindi la cifra distintiva di quest’opera ambiziosa che si confronta con un ampissima rassegna di tematiche senza riuscire mai ad entrare davvero in profondità: Vergiss dein Ende è meccanico e poco istintivo, eccessivamente scolastico, e Kannengiesser pur dimostrando di avere un discreto gusto per l’immagine (decisamente affascinante la rappresentazione dei paesaggi che crea attorno al dramma dei protagonisti un palcoscenico quasi magico e irreale) non sempre pare avere il completo controllo della situazione.
Info
Way Home sul sito del TFF.
- Genere: drammatico
- Titolo originale: Vergiss dein Ende
- Paese/Anno: Germania | 2011
- Regia: Andreas Kannengiesser
- Sceneggiatura: Nicolas Woche
- Fotografia: Stephan Fallucchi
- Montaggio: Andreas Kannengiesser, Mirja Gerle
- Interpreti: Dieter Mann, Eugen Krößner, Hermann Beyer, Nadine Pasta, Renate Krößner
- Colonna sonora: Martin Spange
- Produzione: Anna Wendt Filmproduktion, Cine@, Hff «Konrad Wolf»
- Durata: 94'



Torino 2011 – Bilancio
Torino 2011 – Presentazione