Dernière séance

Dernière séance

di

In Dernière séance di Laurent Achard si parla di cinema, si citano a memoria interi brani di film, si fissa con sguardo bramoso i volti delle dive di un tempo passato, ma non si riesce mai davvero a vivere la settima arte: un film statico, asettico, a tratti spudoratamente innamorato di sé. In Festa Mobile al Torino Film Festival 2011.

L’orecchio che uccide

Sylvain ha dedicato tutta la sua vita a un piccolo cinema che è sull’orlo del fallimento. Non solo è l’organizzatore, il programmatore, l’operatore e il cassiere ma addirittura vive negli scantinati che si trovano sotto la sala. Ogni notte, dopo l’ultimo spettacolo, esce per le strade della città e commette un omicidio. [sinossi]

Karlheinz Böhm nella parte del giovane e disturbato Mark Lewis, nel capolavoro del Michael Powell “solista” Peeping Tom (L’occhio che uccide nella versione italiana); e poi Norman Bates, cui presta gesti ed espressioni un monumentale Anthony Perkins in Psyco di Alfred Hitchcock. Vola alto (altissimo!) Laurent Achard per quel che riguarda i riferimenti cinefili nella sua opera terza Dernière séance, presentata nella sezione Festa Mobile durante la ventinovesima edizione del Torino Film Festival: il suo giovane proiezionista Sylvain, serial killer innamorato di French Cancan di Jean Renoir sembra davvero essere il “figlio della colpa” di un ipotetico e folle amplesso tra due delle figure più problematiche del cinema degli anni Sessanta. L’aspetto innocuo, il rapporto con un passato familiare a dir poco traumatico – legato anche in questo caso al ruolo svolto nel corso della crescita del ragazzo dalla madre –, le furibonde crisi di violenza omicida, l’inaspettato sentimento di amore e tenerezza nutrito nei confronti di un’aspirante attrice che ha iniziato a frequentare la piccola sala gestita dal giovane: tutti elementi che evidenziano in maniera incontrovertibile, qualora ce ne fosse stato bisogno, il pegno/omaggio insito nell’operazione portata avanti dal quarantasettenne regista francese. Dernière séance è un’opera che vive esclusivamente sul bisogno intimo di appagare il proprio spirito cinefago: un’aspirazione senza dubbio meritevole di attenzione, ma che corre seriamente il rischio di rendere asettico (e in alcuni passaggi specifici persino ridicolo) il materiale a disposizione.

Per quanto Achard si impegni in una messa in scena piuttosto ricercata, in cui i movimenti di macchina e le angolazioni della macchina da presa sono sempre studiate con eleganza, l’impressione netta è quella di un progetto puramente estetico, distante da qualsiasi esigenza emotiva: a differenza dei due capolavori citati in apertura, non si prova alcuna empatia per questo disadattato spinto irrazionalmente a uccidere donne per strappar loro un orecchio e appenderlo sulle pareti di una grande stanza nei sotterranei del cinema, dove sono conservate come reliquie le foto delle dive del tempo che fu (e della madre del protagonista). Anche da un punto di vista strettamente narrativo, d’altro canto, è possibile rintracciare diverse falle logiche: perché nessuno ha aperto un’inchiesta sull’omicidio rituale delle ragazze, vista l’evidenza della stessa mano dietro il gesto efferato? E perché l’unico testimone oculare delle malefatte di Sylvain non si prende la briga di denunciarlo, salvo poi fissarlo con sguardo truce al di fuori del cinema? Questi sono solo due dei corto circuiti narrativi di cui è invasa la pellicola, scritta a quattro mani dallo stesso regista e da Frédérique Moreau: innamorato della sua idea di omaggio al cinema d’antan come elemento di rottura in grado di esercitare un potere sull’essere umano – si veda Sylvain sanguinante a tu per tu con il pre-finale di French Cancan – Achard dimentica per strada ciò di cui avrebbe dovuto realmente parlare, ovvero l’ossessione feticistica di un uomo nei confronti delle orecchie delle donne. In Dernière séance si parla di cinema, si citano a memoria interi brani di film, si fissa con sguardo bramoso i volti delle dive di un tempo passato, ma non si riesce mai davvero a vivere la settima arte: un film statico, asettico, a tratti spudoratamente innamorato di sé – la pur apprezzabile sequenza della morte della majorette, per esempio. D’altro canto Pascal Cervo non ha il carisma né l’abilità espressiva per dare anima e corpo a un personaggio in grado di racchiudere al proprio interno furibonda potenza e annichilente fragilità. Un’idea interessante sprecata per evidente difficoltà a teorizzare ed eccessiva autoindulgenza, per un film sul cinema che non ha mai la forza per trasformarsi in Cinema. Peccato.

Info
Dernière séance sul sito del TFF.

  • derniere-seance-2011-laurent-achard-01.jpg
  • derniere-seance-2011-laurent-achard-02.jpg

Articoli correlati

Array
  • Classici

    psyco recensionePsyco

    di A distanza di sessant'anni dalla sua realizzazione Psyco è un oggetto d'arte pura, inattaccabile e inattaccato, ma deprivato della sua eterna contemporaneità da un mondo che non sembra più saperne comprendere il linguaggio. Un linguaggio che può e deve fare a meno della parola.
  • Festival

    Torino 2011 – Bilancio

    E così si chiude il sipario anche su Torino 2011, ventinovesima edizione del festival sabaudo che continua a confermarsi come un punto di riferimento per la cinefilia italiana, e che paga solo alcune strutture programmatiche un po' elefantiache, a partire da un fuori concorso davvero troppo denso di titoli.