Louise Wimmer

Louise Wimmer

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Il personaggio di Louise non è l’eroina di un dramma romantico, né la vittima redenta di un romanzo ottocentesco: quella raccontata da Louise Wimmer è piuttosto l’epopea esistenziale di una donna come tante che da sola riesce a resistere all’avverso destino e aspettare che esso cambi il suo corso. Presentato alla Settimana della Critica di Venezia 2011.

I colori della speranza

Louise Wimmer è una cinquantenne francese né brutta né bella che vive sola, dormendo nella sua auto e lavorando come cameriera in un hotel. Sperata dal marito – altoborghese e benestante – e con una figlia adulta che incontra di rado, Louise passa i suoi giorni dietro disordinati e apparentemente disperati tentativi di ricostruirsi una vita rifiutando l’aiuto di tutti, anche degli uomini che l’avvicinano offrendole affetto sincero. Un giorno, una notizia inattesa sembra segnare la fine della sua sofferenza… [sinossi]

La prosa densa tipica di certo cinema francese imbeve tutto il convincente Louise Wimmer, esordio di Cyril Mennegun. Il tema sociale che fa da pretesto al racconto è scelto con intelligenza: le separazioni, diventate sempre più fenomeno di massa nell’Occidente borghese di questi anni, causano spesso dissesti economici oltre che smottamenti esistenziali intimi. E qui lo spezzarsi di una coppia coincide con lo spezzarsi dell’equilibrio di una vita. Ma noi questo non lo vediamo. Noi vediamo l’instabilità già divenuta routine: un lavoro duro, l’assenza di una dimora in cui ritirare le stanche membra alla fine di una dura giornata di fatica, gli amori vaganti tra appartamenti altrui, camere d’albergo e locali pubblici, la famiglia ridotta a un insieme di mesti sporadici incontri.
Mennegun costruisce con coraggio una solitudine brutta ma dignitosa, un’esistenza esasperantemente ripetitiva tesa da fili appena percettibili (notevole l’impiego discreto ma efficacissimo della musica) e macchiata di nera disperazione. Il corpo di Louise però procede forte e intatto, segnato ma nervoso ed energico nonostante il pesante carico morale e materiale che porta su di sé. La città per Louise è un mare che non lascia scampo, solcato con un’auto sempre sul punto di cedere e appena punteggiato di fermi arcipelaghi sui quali fare sosta e procurarsi sopravvivenza.

Ai muti e crudi gesti della necessità compiuti come in trance dalla protagonista si contrappongono quelli delle persone che le offrono un aiuto, che le propongono una tregua, un posto dove fermarsi e riposare. Il personaggio di Louise però non è l’eroina di un dramma romantico, né la vittima redenta di un romanzo ottocentesco: quella raccontata da Mennegun è piuttosto l’epopea esistenziale di una donna come tante che da sola riesce a resistere all’avverso destino e aspettare che esso cambi il suo corso.

Primo e più appariscente ottenimento dell’esordiente Mennegun, quello di costruire una protagonista antipatica, spingere lo spettatore contro di lei, o per lo meno lontano da lei per poi, lentamente e impercettibilmente, invitarlo a una discreta alleanza, a un’ affettuosa empatia, a un’inevitabile speranza. Per far questo, per articolare il suo racconto Mennegun sceglie di procedere passando da un colore all’altro, dentro un testo concertistico in cui fotografia, musica e scenografia e regia disegnano una precisa traiettoria di variazione cromatica dal tutto scuro dell’inverno ai chiari colori della primavera. E di un lieto fine che invece che retorico suona, in fondo a un film come questo, clemente, misericordioso, eppure non pacificante.

Info
Il trailer di Louise Wimmer.
La scheda di Louise Wimmer sul sito della SIC.

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