Benvenuti al Nord

Benvenuti al Nord

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Dopo il clamoroso successo di Benvenuti al Sud, la coppia Bisio-Siani bissa con Benvenuti al Nord, commedia facile e prevedibile che ritrae un’Italietta in cui tutto va a finire a tarallucci e vino.

Vice versa

Alberto e Mattia sono in crisi con le rispettive mogli. Silvia detesta Milano a causa delle polveri sottili e dell’ozono troposferico e accusa Alberto di pensare solo al lavoro e poco a lei. Intanto Mattia, il solito irresponsabile, vive con la moglie Maria e il figlio Edinson a casa della madre, lavora poco e proprio non riesce a pronunciare la parola mutuo. Mattia, suo malgrado, finirà a lavorare a Milano, incastrato dall’ingenuità dei suoi amici che lo affidano alle cure di Alberto. L’impatto del napoletano con la città sarà terribile: partito con un giubbotto fendinebbia il povero Mattia finirà col rovinare la sua vita e quella dell’amico Alberto. Ma, piano piano, i pregiudizi inizieranno a sciogliersi… [sinossi]
Vincenzo dice che sei fredda,
frenetica e senza pietà,
ma è cretino e poi vive a Roma
che ne sa?
Alberto Fortis, Milano e Vincenzo.

Era inevitabile, dopo il clamoroso successo di Benvenuti al Sud (quasi trenta milioni di euro di incasso, sesto incasso italiano di sempre) che la Medusa e la Cattleya unissero nuovamente gli sforzi per riportare sugli schermi della penisola l’incontro/scontro tra la mentalità lombarda e quella campana. Oramai staccatosi dall’originale francese Giù al nord, da cui prendeva l’idea il primo capitolo – ma Dany Boon risulta comunque tra i produttori esecutivi – Benvenuti al Nord elabora la propria strategia di attacco al botteghino limitandosi a un’operazione puramente speculare: laddove nel film del 2010 il brianzolo Alberto, dopo essersi finto invalido per farsi trasferire alle poste di Milano, veniva spedito per punizione in quel di Castellabate, nel cuore del Cilento, ora tocca a Mattia percorrere il sentiero inverso e farsi catapultare nell’operoso capoluogo lombardo, ben lontano dai ritmi oziosi e rilassati ai quali era abituato in Campania.

La morale attorno alla quale gira il film è sempre la stessa: per quanto le differenze culturali possano apparire invalicabili, basta aprire la mente per sentirsi a casa. Quel che ne viene fuori però è il ritratto, pericolosamente ai limiti dell’agiografico, di un’Italia del tarallucci e vino, geneticamente inadatta al rispetto del lavoro, alla puntualità, alla precisione: una nazione, sembrano voler sottolineare in fase di sceneggiatura Luca Miniero e Fabio Bonifacci, che è sempre andata avanti a forza di favoritismi e azioni dall’alto, ed è inutile (e ingiusto) tentare di cambiarla.
L’impressione però, è che non si tratti di un anarchico inno al motto di lavorare stanca, ma piuttosto di un comodo e bolso plauso ai vezzi, alle manie e alle miserie dell’italiano medio, raccontato attraverso due categorie standardizzate al punto di trasformarle in macchiette: il piccolo borghese allettato dalle prospettive di una vita manageriale magari grigia ma economicamente comoda, e l’immaturo provinciale con la passione per il calcio (il figlio di Mattia si chiama Edinson in omaggio all’attaccante del Napoli Cavani) e per il dolce far niente. Una prospettiva sterile, e che si risolve in un ritorno di fiamma stanco, che difficilmente potrà ribadire i fasti di un anno e mezzo fa. Anche perché Benvenuti al Nord, dopo una prima mezz’ora sostenuta quantomeno da un buon ritmo e arricchita da alcune comparse eccellenti (su tutti si eleva il cammeo di Paolo Rossi, purtroppo sprecato nel ruolo, per lui perfetto, dell’inflessibile direttore che vorrebbe trasformare le poste in un congegno a orologeria, con risultati ovviamente disastrosi), inizia ad arrancare improvvisamente fino a spegnersi del tutto. La trama, semplicemente, perde alcun tipo di interesse e procede per strappi incomprensibili e situazioni del tutto fuori dalla logica – e la trasferta milanese dei parenti di Mattia, convinti che l’intera città si sia coalizzata per giocar loro un brutto tiro, è perfino irritante nella sua vacuità intellettuale – e anche gli attori sembrano abbandonare gli interessi che nutrivano per i loro personaggi.

Si perpetua la solita (e trita) incomprensione gastronomica tra le due zone d’Italia, con Mattia che scambia il sushi per una pietanza lombarda, e si cerca disperatamente di rendere credibile il progressivo ambientamento del suo personaggio in una realtà rutilante e stressata come quella milanese. Una città raccontata senza un pizzico di realistica cattiveria, in cui la zona antistante il Duomo è terra d’adozione per acrobati, skaters e ballerini e tutti, in fin dei conti, sono gentili, gioiosi e accoglienti. Un’operazione sbagliata fin dalla sua genesi, e che dopo poco finisce per non trovare riscontro neanche nelle gag più facili, annoiando lo spettatore. Chissà, forse basta così poco per accontentare il grande pubblico, ma il dubbio rimane…

Info
Il trailer di Benvenuti al Nord.
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