The Iron Lady

The Iron Lady

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Biopic dedicato a Margaret Thatcher, The Iron Lady di Phyllida Lloyd è un film sulla senilità popolata di fantasmi, una sobria allucinazione domestica nella quale la realtà è demandata esclusivamente ai media: radio, televisione.

The portrait in grey

Margaret Thatcher, ex Primo Ministro britannico, ormai ottantenne, fa colazione nella sua casa in Chester Square, a Londra. Malgrado suo marito Denis sia morto da diversi anni, la decisione di sgombrare finalmente il suo guardaroba risveglia in lei un’enorme ondata di ricordi. Lo staff di Margaret manifesta preoccupazione a sua figlia, Carol Thatcher, per l’apparente confusione tra passato e presente dell’anziana donna; confusione che sembra accentuarsi sempre più col passare del tempo… [sinossi]

Facile, non è vero? Pensare all’ultimo film di Clint Eastwood; facile abbandonarsi ad una grossolana analogia fra The Iron Lady e il coevo J. Edgar, pur non priva tuttavia di spunti interessanti.
Stesso schema, stessa modalità rise and fall (ascesa e caduta), stessa narrazione “presente” intessuta di flashback, medesimo utilizzo delle immagini di repertorio. Ma del resto è la natura del biopic, più o meno imprescindibile. Stessa austerità in qualche modo argentea.
Ascesa e caduta sono però prerogative della vita stessa (che cos’è il cinema?) – quando si ha la fortuna di aver conosciuto movimenti ascensionali – e la mano, dietro la macchina da presa, cambia come cambia l’occhio. Altro e più articolato discorso meriterebbe poi l’utilizzo del trucco, tanto celebrato nel film di Eastwood (necessità differenti) ma dopotutto un poco eccessivo, sobrio e corretto, ma piacevole, nel film sulla Thatcher. Due personaggi dal peso difficilmente quantificabile, accomunati dalla controversia delle loro figure. Donna di ferro, colosso d’argilla. Restiamo però sul lavoro di Phillyda Lloyd.

Un film sulla senilità popolata di fantasmi, una sobria allucinazione domestica nella quale la realtà è demandata esclusivamente ai media: radio, televisione. Il medium è il motore del ricordo; i flashbacks che ricostruiscono la carriera di Margaret Thatcher sono puntualmente ingenerati da annunci radiofonici che sopravanzano l’ambiente domestico, come da stralci di interviste televisive. C’è un dentro e un fuori. Questo confine appare peraltro poco chiaro, per non dire ambiguo. Il ritratto di una donna che si afferma e prende il comando di una nazione, ma che pare disinteressata alla vita di quest’ultima.

L’affermazione prima di tutto, anche nel senso discorsivo-verbale, e quasi totalmente slegata dalle sue conseguenze. La vita e i tumulti dell’Inghilterra durante il suo mandato non sono per lei che un unico sogno d’amore, come la canzone che Sam suona ancora al piano in Casablanca.
Sempre più invalsa appare poi la tendenza a popolare lo schermo di fantasmi familiari, fino quasi a divenire stucchevole (che bell’uso se ne faceva, invece, nel recentissimo Almanya!). Eppure c’è qualcosa in questo film senza fuoco, privo di incandescenza e così diligentemente ri-costruito (la messa in scena non prevede impallamenti, i personaggi sono sempre già disposti sullo schermo) che ne decreta il fascino mesto e desaturato. Facile allora, di nuovo, ricondurre questo incantamento all’interpretazione della sua protagonista.
Se, infatti, la regia della Lloyd si rende abbastanza invisibile – salvo un paio di scene come l’inquadratura in pianta dei politicanti simili a un drappello di pinguini o la panoramica circolare durante le lezioni di dizione – nel suo essere contenuta, tutta l’attenzione può andare al lavoro svolto da Meryl Streep.

Visto nell’ottica del film sull’attore The Iron Lady diviene un prodotto intrigante; un film sulla respirazione, sull’emissione vocale. Assistiamo alla trasformazione, al lavoro dell’attore su se stesso: la voce dapprima stridula e in tutto identica all’originale thatcheriano, conosce un abbassamento in obbedienza alle direttive dei co-protagonisti: “You have to maximize your appeal”, è il motto dei collaboratori di Margaret, e così l’attrice ci impone un altro registro. I segni, direbbe Deleuze, emessi dal corpo della Thatcher, sono chiarissimi: le perle, il disegno geometrico del suo tailleur, la prominenza dentale e l’acconciatura così compiuta; tutti segni della chiusura, di un conservatorismo impenetrabile. È infatti un film tutto volto all’interno, dove la realtà esterna non si manifesta se non incidentalmente. E in questo come nel film di Eastwood (diversissimo, lo ribadiamo) resta, dovendolo considerare come resoconto di un operato, l’inappagamento durante la visione, la voglia di sapere tutto; si vorrebbe un’ultra durata per poter visionare decreti, atti, assistere ad ore di studio e quant’altro. Se il cinema è a volte bigger than life, in altri casi non sa contenere in sé la vita, e si manifesta necessariamente corrivo (solo Welles poteva dire tutto), diseguale e reticente.

Info
Il trailer di The Iron Lady.
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