ACAB – All Cops Are Bastards

ACAB – All Cops Are Bastards

di

Con ACAB – All Cops Are Bastards Stefano Sollima dona una nuova prospettiva al poliziesco, genere che in Italia è caduto in disgrazia da decenni.

“Celerino figlio di puttana!”

Cobra, Negro e Mazinga sono tre celerini “bastardi”. Celerini, così si sentono, più che poliziotti. Sulla loro pelle hanno imparato a essere bersaglio perché vivono immersi nella violenza, specchio deformante di una società esasperata, di un mondo governato dall’odio che ha perso le regole; regole che loro vogliono far rispettare anche con l’uso spregiudicato della forza. Nel momento forse più delicato delle loro esistenze, i tre incontrano Adriano, una giovane recluta appena aggregata al loro reparto: la sua educazione è la lente per raccontare il controverso reparto mobile, sullo sfondo di alcuni dei più sconcertanti episodi di violenza… [sinossi]

“Celerino figlio di puttana!”
Cobra lo urla a squarciagola, mentre nella notte attraversa Roma sul suo motorino, quindi lo fischietta nell’autoblindo, in attesa di quello che dovrà accadere, dello scontro perpetuo a cui è destinato ogni giorno, che si tratti del controllo allo stadio, dello sgombero di un campo nomadi o dello sfratto degli occupanti di uno stabile. Quando Mazinga lo zittisce gli chiede divertito “cos’è che non ti piace, la melodia o il contenuto?”.
Sta tutto in questa nenia estenuante il senso ultimo di ACAB – All Cops Are Bastards, film con cui il figlio d’arte Stefano Sollima esordisce finalmente alla regia cinematografica dopo una gavetta durata una ventina d’anni che l’ha visto passare dagli apprezzati cortometraggi con i quali approdò a festival di prestigio come Venezia, Cannes e Torino ai serial televisivi La squadra e (soprattutto) Romanzo criminale. L’esperienza dell’adattamento per il piccolo schermo del best-seller di Giancarlo De Cataldo è fondamentale per ACAB sia da un punto di vista stilistico che di lavoro sul set, visto che Sollima ha portato con sé gran parte della troupe, traducendo sullo schermo anche il coraggio e la voglia di non lasciarsi assuefare da schemi predefiniti che permeava le puntate di Romanzo criminale. Nel prendere di petto la vita di tutti i giorni dei celerini Cobra, Negro, Mazinga e del novellino Adriano, Sollima compie un triplo salto mortale in avanti, sovvertendo tutte le regole (non) scritte del poliziesco: “all cops are bastards”, “tutti i poliziotti sono bastardi”, recitava il motto dei minatori inglesi in sciopero contro i tagli del governo, e l’acronimo ACAB ha attraversato i decenni, le mode, le speculazioni ideologiche, riproponendosi come un mantra ossessivo, uno stile di vita.

Quando i poliziotti chiedono ai detenuti quale sia il significato di quella serie di lettere tatuate sul corpo, si sentono rispondere con sardonica ironia “always carry a bible”, ma i celerini del film di Sollima non hanno bisogno di chiedere per conoscere la verità: essere considerati bastardi, per loro, è qualcosa di cui andare orgogliosi. Perché di fronte a un mondo che va a rotoli, Cobra, Mazinga e Negro si sentono una famiglia, un corpo unico contro le miserie di ciò che li circonda: nella loro ossessione razzista, xenofoba, profondamente fascista, quei tre uomini sono convinti di agire per il bene dello Stato. Il loro l’abuso di potere non è una variabile impazzita della visione sclerotizzata dell’ordine pubblico, ma la risposta a una politica che ai loro occhi fa acqua da tutte le parti: non si tratta più neanche di distinguere tra i neo-fascisti che reclutano la milizia in curva, gli immigrati che sostano al parco o i giovani dei centri sociali, perché si tratta solo di diverse facce della stessa medaglia. C’è una nazione che crolla sistematicamente su se stessa, accumulando barbarie su barbarie (dal pestaggio del luglio del 2001 nella Diaz, definito “macelleria messicana” dallo stesso Mazinga, alla morte di Gabriele Sandri, passando per l’omicidio di Giovanni Reggiani a Tor di Quinto), e i celerini si considerano i difensori del giusto, gli unici pilastri dello stato.

Bastardi, perché non più riconosciuti da nessuno, incompresi anche dai loro superiori, abbandonati dalle rispettive famiglie; bastardi perché dominati dall’istinto, affascinati da un potere che è effimero e totale allo stesso tempo. Specchio di una società che li guarda con disprezzo, salvo poi glorificarne le gesta quando più le conviene. Cani arrabbiati destinati a prendersi gli sputi, la pioggia, le urla, i rimbrotti, le coltellate di una quotidianità che pretendiamo “normale” abbassando lo sguardo e rifiutandoci di guardare in faccia la realtà: in questo, nella sua totale mancanza di un manicheismo pedante e retorico, ACAB si dimostra anche film profondamente politico, capace di raccontare i nostri anni come poche volte è capitato di vedere nell’Italia contemporanea. Non ha sovrastrutture ideologiche a ingabbiarlo, Sollima, o se le ha si concede il lusso non renderle pubbliche, e sbrana con la sua macchina da presa un racconto livido, crudele, a suo modo clamorosamente disperato.

I tre uomini su cui si concentra la narrazione (interpretati da Pierfrancesco Favino, Filippo Nigro e Marco Giallini, tutti in stato di assoluta grazia) sono soli, incapaci di uscire da un circolo vizioso che li costringe alla reiterazione coatta dello scontro: quando si riuniscono, anche dopo essersi allontanati, non è per reale senso di corpo, per automatica empatia, ma solo perché non hanno vie di fuga alternative, non le cercano, non le sanno trovare. A suo modo anche il percorso di formazione del giovane Adriano (molto bravo anche Domenico Diele) non può che concludersi, nonostante tutto, con la sua trasformazione in bastardo: un’accezione ribaltata stavolta dall’ottica dei celerini, ma sempre valida. Ambientato in una Roma nera come la pece, inospitale e vorace come non mai, ACAB è il film che mancava alla nostra cinematografia da troppo tempo: seguendo le movenze di un film di genere tout-court, trova la forza per fotografare la realtà, e ha il coraggio di non abbellirla, ma di sprofondarvi fin dentro le viscere.
Come i protagonisti della pellicola, anche gli spettatori non hanno la possibilità di uscire indenni dalla visione di un’opera così pulsante e furibonda, e Sollima li costringe a confrontarsi con la loro integrità morale: una sequenza come quella della “vendetta” sul gruppo di rumeni al parco è anche una sfida lanciata al pubblico sul significato della parola “giustizia”. Nel suo delirio intriso di nostalgia fascista, Cobra si riempie la bocca di termini quali onore, giustizia, fratellanza, rispetto, al punto di credere davvero di rispettarne il senso fino in fondo. Forse non ha buoni né cattivi, ACAB – All Cops Are Bastards, ma sicuramente non ha vincitori: anche dovesse sparire dalla scena il trio di amici, magari in una battaglia di fronte allo stadio in un’atmosfera surreale e quasi onirica, si troverebbe subito qualcuno in grado di sostituirli, perché dopotutto anche allo Stato conviene averli lì, in prima linea, a prendere sputi e calci e a elargire manganellate.
In fin dei conti, si sa, tutti i poliziotti sono bastardi. E c’è sempre qualcuno pronto a canticchiare “celerino figlio di puttana”.

Info
Il trailer di ACAB – All Cops Are Bastards.
Il canale youtube di ACAB – All Cops Are Bastards.
  • acab-2012-stefano-sollima-02.jpg
  • acab-2012-stefano-sollima-01.jpg

Articoli correlati

  • Venezia 2018

    Sulla mia pelle RecensioneSulla mia pelle

    di Sulla mia pelle di Alessio Cremonini mette in scena con efficacia il dramma della morte di Stefano Cucchi, adottando un punto di vista più umanista che politico. In concorso in Orizzonti a Venezia 75.
  • Archivio

    Suburra

    di L'opera seconda di Stefano Sollima conferma le doti di un regista quasi unico nel panorama italiano contemporaneo. Un noir ipercinetico e denso, fradicio di umori, che racconta la Roma di oggi, tra malavita e neo-fascismo.
  • Archivio

    Diaz: Don’t Clean Up This Blood

    di Sabato 21 luglio 2001, ultimo giorno del G8 di Genova. Più di 300 operatori delle forze dell’ordine fanno irruzione nel complesso scolastico "Diaz". In testa c’è il VII nucleo, seguono gli agenti della Digos e della mobile...
  • Archivio

    Là-bas – Educazione criminale

    di Castel Volturno, trenta chilometri da Napoli. Un commando di camorristi irrompe in una sartoria di immigrati africani, sparando all'impazzata e uccidendo sei ragazzi di colore...
  • Archivio

    Vallanzasca – Gli angeli del male

    di Il Vallanzasca di Michele Placido manca di compattezza narrativa, non centra il contesto storico e sembra sviluppato solo su un accumulo di sequenze disorganiche. E tra queste qualcosa di buono c'è, ma meno rispetto a Romanzo criminale.
  • Archivio

    Romanzo criminale RecensioneRomanzo criminale

    di Sebbene tratto dal rigoroso romanzo di Giancarlo De Cataldo, Romanzo criminale di Michele Placido è un assemblaggio irrisolto di storia del belpaese e vicende personali dei killer della Magliana.
  • Cult

    Dark Waters

    di L'horror cult diretto nel 1993 dal napoletano Mariano Baino è ancora pressoché sconosciuto. Riscoprirlo a oltre venti anni dalla sua realizzazione permette di coglierne l'assoluta unicità, anche nel rispetto dei canoni del genere.
  • Berlinale 2018

    La terra dell'abbastanza RecensioneLa terra dell’abbastanza

    di , La terra dell'abbastanza, esordio alla regia dei gemelli Damiano e Fabio D'Innocenzo (trent'anni a luglio), si muove sulla scia del cinema suburbano di Claudio Caligari per raccontare una storia di sogni di ricchezza, criminalità e amicizia sullo sfondo di Ponte di Nona, periferia della Capitale. In Panorama alla Berlinale.
  • In sala

    Soldado RecensioneSoldado

    di Action thriller dalla narrazione ipertrofica e continuamente interrotta, Soldado conferma le capacità registiche di Stefano Sollima, ma finisce vittima delle sue stesse macchinazioni.

COMMENTI FACEBOOK

Commenti

Lascia un commento