Com’è bello far l’amore

Com’è bello far l’amore

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Com’è bello far l’amore di Fausto Brizzi è un film infarcito di gag che non fanno ridere: una triste realtà, ma che sembra davvero inequivocabile. La costruzione del meccanismo comico si inceppa infatti fin dalle primissime battute.

Quel che resta del porno

Andrea e Giulia sono una solida coppia di quarantenni, con un figlio adorabile, una bella casa e una tranquilla vita coniugale; ma, come tutte le coppie della loro età con figli grandi, non fanno sesso. Nella loro vita tutto cambia il giorno in cui in casa piomba Max, un vecchio e caro amico di Giulia, che di professione fa il pornodivo. Max stravolge subito i ritmi sonnacchiosi della casa, arrivando in breve a diventare il “sessuologo” della coppia, e lanciandoli in una girandola di situazioni improbabili, comiche e divertenti per cercare di rivitalizzare il loro erotismo sopito… [sinossi]
Scorrendo in rapida successione il curriculum artistico di Fausto Brizzi viene naturale chiedersi quale sia lo scopo che si sta prefiggendo. Assurto agli onori delle cronache cinematografiche con l’esordio alla regia Notte prima degli esami (che arrivava comunque dopo un decennio passato a lavorare alle sceneggiature da affidare ad altri registi), teenage movie che guardava in maniera esplicita con divertita nostalgia agli anni Ottanta, Brizzi ha perso via via la bussola della propria autorialità, disperdendo le non eccessive intuizioni in una prona accettazione dei dogmi industriali. Così facendo il cineasta capitolino ha confuso il popolare con il populista, proponendo bozzetti distorti e ammaliati dal qualunquismo dell’Italia contemporanea: titoli come Notte prima degli esami – Oggi (degradante seguito del prototipo incapace di eguagliarne il successo commerciale), Ex e il dittico Maschi contro femmine/Femmine contro maschi evidenziano la scarsa vena di Brizzi, alla ricerca di un proprio ruolo all’interno della commedia nostrana ma incapace di distaccarsi dai vezzi grossolani imparati alla corte di registi come Neri Parenti.
Ciò detto, appariva francamente difficile immaginare una caduta di stile fragorosa come quella avvertibile durante la visione di Com’è bello far l’amore, che piomba in sala per approfittare della concomitanza con San Valentino: una scelta, questa, che giustifica anche il cambio di titolo, con la citazione della nota canzone portata al successo da Raffaella Carrà a prendere il posto del precedente Sex in 3D. Già, perché il film si segnala anche per il primo contatto tra il cinema di Brizzi e la tecnica stereoscopica: la tridimensionalità appare francamente pretestuosa, del tutto distante dalle esigenze di un film che non fa certo della profondità di campo la propria peculiarità principale, e che anzi procede con uno stile piuttosto teatrale, con i corpi degli attori a fungere da unico ideale punto d’interesse della messa in scena.
Il 3D servirà comunque a rimpinguare le casse di un’opera che con ogni probabilità non potrà contare più di tanto sul passaparola del pubblico: non tanto per la tematica, visto che di sesso in scena ce n’è poco e che la morale di Brizzi appare quantomai bacchettona e reazionaria, quanto per l’assoluta mancanza di una reale verve comica. Com’è bello far l’amore è un film infarcito di gag che non fanno ridere: una triste realtà, ma che sembra davvero inequivocabile. La costruzione del meccanismo comico si inceppa fin dalle primissime battute, quando un Filippo Timi sempre meno attento alle sfumature della recitazione presenta al pubblico, rivolgendosi direttamente alla macchina da presa, una presa in giro di pessimo livello del cinema d’autore. Al di là dei nomi tirati in ballo – Marco Bellocchio e Lars Von Trier – ad apparire fastidiosa è la posa falsamente popolare di Com’è bello far l’amore, che strizza l’occhiolino al pubblico di bocca buona riproponendo lo schema stantio del film d’autore come oggetto distante dalle esigenze spettatoriali, recluso nel proprio eremo e mortalmente noioso. Da qui in poi Com’è bello far l’amore non fa altro che accumulare materiale già visto e prevedibile – i siparietti del tutto fuori tempo massimo con la bambola gonfiabile – per cercare di insegnare al pubblico che il sesso ha senso farlo solo quando si ama, senza eccezioni di sorta. Anche il personaggio sulla carta più scorretto, quello del pornodivo Max (che dovrebbe svolgere per la famiglia composta da Andrea, Giulia e il loro figlio adolescente Simone lo stesso ruolo che fu dell’angelo pasoliniano di Teorema, con il dovuto scarto di senso, sensibilità e profondità intellettuale, ovviamente) si riduce a mettere in scena solo buoni sentimenti pacificanti e accomodanti.
E allora la risata scaturisce dalle uniche due sequenze sinceramente in grado di mettere in ridicolo la posa borghese: il dialogo di Andrea con il farmacista, interpretato da uno scatenato Lillo Petrolo, e la ridicola fuga dello stesso Andrea da un branco di cani eccitati.
Troppo poco per dare credito a un’operazione creata a tavolino e priva di qualsiasi ispirazione, abbarbicata a un’idea vuota e stanca della commedia. Dispiace veder coinvolti nel progetto tanti attori di valore, compresi giovani interessanti volti come Eleonora Bolla e Alessandro Sperduti, ma finché non si capirà che un film come Com’è bello far l’amore non può rappresentare uno degli apici distributivi dell’anno questo è un discorso che tornerà valido a cadenze regolari. Sempre che una volta tanto il pubblico non gli preferisca, nonostante la pessima pubblicità ricevuta, un po’ di sano cinema d’autore. Utopia…
Info
Il trailer di Com’è bello far l’amore.
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