La scelta di Barbara

La scelta di Barbara

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Peztold racconta nuovamente i dissidi irrisolti tra l’Est e l’Ovest teutonico, ma con La scelta di Barbara lascia ancora una volta per strada la profondità di scrittura e di messa in scena.

East is East!

Germania dell’Est, estate 1978. Barbara, è una dottoressa trasferita per motivi disciplinari in un piccolo ospedale in una città di provincia. Nel frattempo il suo compagno sta organizzando la loro fuga nella Germania occidentale. A Barbara non importa nulla di ciò che la circonda, né dei pazienti o dei colleghi, il suo lavoro e la sua vita attuale non hanno alcun senso. Poi, l’incontro con Andre, anche lui medico trasferito per motivi disciplinari, porterà scompiglio nell’esistenza di Barbara… [sinossi]

Un film come La scelta di Barbara, presentato nel concorso ufficiale della sessantaduesima edizione del Festival di Berlino, dà adito a riflessioni che valicano anche il giudizio più o meno positivo che si può assegnare all’opera: a suo modo il cinema di Christian Petzold, cinquantaduenne nativo di Hilden, nel cuore dell’occidente teutonico, rappresenta una certezza all’interno dei percorsi produttivi della Germania contemporanea. Nei suoi film è infatti possibile rintracciare la tensione dei rapporti tra Ovest ed Est, ancora non completamente ricuciti, e uno sguardo perennemente fisso sull’orizzonte germanico attuale, studiato nelle sue pieghe più intime. Anche La scelta di Barbara, ambientato nella DDR del 1978, non viene meno al compito, rappresentando un universo passato con un’ottica sempre protesa sulla metafora della società contemporanea: in questo senso non si avverte una gran differenza tra la protagonista del film, un medico berlinese trasferito nel cuore della provincia per motivi disciplinari alle prese con un piano di fuga verso la parte occidentale del Paese, e la Yella che nel film omonimo abbandonava l’est per cercare fortuna nell’opulento ovest della Germania unificata ma ancora non parificata. E non è forse neanche un caso che a essere scelta per il ruolo principale sia stata ancora una volta Nina Hoss, regina del cinema tedesco degli ultimi quindici anni alla quarta collaborazione con Petzold: il suo volto spigoloso eppure pronto ad aprirsi a squarci improvvisi di gioia e serenità rappresenta forse meglio dello script e della messa in scena la volontà di riconsiderare la storia recente della Germania che sembra l’obiettivo principale di Petzold.

Una scelta senza dubbio encomiabile, come dopotutto quella del resto del cast (Ronald Zehrfeld, Rainer Bock, Christina Hecke) ma che non permette a La scelta di Barbara di elevarsi al di sopra dei problemi che da sempre affliggono il cinema di Petzold. In dodici anni di carriera, dall’esordio The State I Am In fino a oggi, il regista tedesco non ha fatto altro che riproporre in maniera fin troppo irrigimentanta e quasi pedissequa uno schema predefinito, con uno stile che adatta di volta in volta il kammerspiel alle vicende che si trova a narrare.  L’impressione è che Barbara, non fosse per la convinta interpretazione della Hoss, si segnalerebbe come un personaggio scipito, bidimensionale, uniforme e prevedibile: lo stesso discorso vale ovviamente per il panorama umano con il quale si incontra/scontra, formato più da tipi perfettamente riconoscibili (l’uomo della polizia, la vicina di casa spiona, l’aspirante suicida, la giovane costretta ai lavori sociali e via discorrendo) che da veri e propri ritratti umani. Nella ferrea volontà di far rientrare anche il più piccolo passaggio di narrazione nella sua visione aprioristica dello svolgimento della trama, Petzold dimentica per strada la sincerità, orchestrando una messa in scena precisa ma non troppo ispirata e soprattutto clamorosamente anaffettiva, fredda. Uno sguardo piatto, privo di quella profondità sociale e politica che avrebbe dovuto accompagnarsi con una ricostruzione storica da un punto di vista strettamente epidermico persino credibile. Ma non basta affidarsi a un paio di interventi radio sullo sport o agli abiti di scena per dare corpo e carne alla Germania divisa del tempo che fu, così come non bastano un paio di escamotage narrativi per appassionare un uditorio che nel corso degli anni si sta facendo sempre più sospettoso nei confronti di Petzold.

Un problema, quest’ultimo, che non sembra tangere la Berlinale, che per l’ennesima volta ospita il figliol prodigo in concorso, con la stampa tedesca pronta a spingere la pellicola verso la vittoria di qualche premio. Una questione privata, verrebbe da dire…

Info
Il trailer de La scelta di Barbara.
La scheda de La scelta di Barbara sul sito della Berlinale.
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