La verità nascosta

La verità nascosta

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Arriva nelle sale nostrane La cara oculta, thriller psicologico made in Colombia che la Moviemax distribuisce in Italia a partire dal 10 febbraio con il titolo di La verità nascosta. Un titolo che non a caso, per somiglianza fonetica, richiama alla mente la pellicola del 2000 di Robert Zemeckis, Le verità nascoste, che con quella diretta da Andrés Baiz ha non pochi punti di contatto.

Specchi delle mie brame

Adrián, un maestro dell’Orchestra Filarmonica di Bogotà, e la sua fidanzata Belén sembrano essere molto innamorati. Però quando Belén comincia a dubitare della sua fedeltà, sparisce senza lasciare traccia. Afflitto, Adrián si consola grazie alla sua musica e tra le braccia di una cameriera, Fabiana. Ma, mentre la passione tra i due comincia a crescere, iniziano ad affiorare domande sulla misteriosa scomparsa di Belén. [sinossi]

Arriva nelle sale nostrane La cara oculta, thriller psicologico made in Colombia che la Moviemax distribuisce in Italia a partire dal 10 febbraio con il titolo di La verità nascosta. Un titolo che non a caso, per somiglianza fonetica, richiama alla mente la pellicola del 2000 di Robert Zemeckis, Le verità nascoste, che con quella diretta da Andi Baiz ha non pochi punti di contatto. L’opera seconda firmata dal regista sudamericano, dopo una serie di pregevoli cortometraggi e un esordio sulla lunga distanza degno di nota avvenuto nel 2007 con Satanás, ha infatti nel proprio dna narrativo e drammaturgico evidenti tracce genetiche che riconducono direttamente alla storia e alle atmosfere del film del collega statunitense, alcune tanto evidenti da andare ben oltre la fonte di ispirazione non dichiarata. Ma a rendere esplicito il tutto ci pensa lo stesso script della coppia Baiz-Zorrilla sul quale si poggia l’intera operazione, dove è possibile individuare chiaramente elementi più o meno simili: in primis la location che in questo caso è una villa isolata alle porte di Bogotà che si affaccia su uno specchio d’acqua e che si va a sostituire geograficamente a quella che nel film di Zemeckis è situata da qualche parte nelle vicinanze di un lago del New England; poi la presenza tra i ruoli principali di un personaggio legato alla musica, vale a dire il direttore d’orchestra Adriàn al posto dell’ex-concertista Claire; per chiudere con le presunte presenze sovrannaturali che si manifestano nel bagno di casa attraverso l’acqua. E se tre indizi bastano a fornire una prova, allora il tentativo di Baiz di sfruttare tali elementi a proprio piacimento per erigere lo scheletro narrativo della sua ultima fatica dietro la macchina da presa non può passare inosservato. Non può e non deve sfuggire all’analisi critica perché i suddetti elementi non sono semplici espedienti, ma meccanismi e motori portanti del racconto, che inseriti in una sceneggiatura debole e incompleta come quella che ha dato vita sullo schermo a La verità nascosta finiscono con il segnarne il triste destino, collocando l’operazione ampiamente al di sotto della sufficienza.

E come se non bastasse la situazione si ripete ciclicamente durante lo svolgimento della storia, che lo script infarcisce senza soluzione di continuità di ingredienti presi qua e là da altre pellicole del recente passato fino a farla crollare sotto il peso di un inconsistente “valzer” citazionistico. In questo caso a prendere forma e sostanza sul grande schermo è un giallo psicologico dalle venature claustrali, angosciante e ansiogeno, che esplora le dinamiche dell’amore, della gelosia, del tradimento e dell’ossessione morbosa. Il film di Baiz mette in quadro il classico triangolo amoroso del lui, lei e l’altra, che tanto materiale ha messo a disposizione delle Arti cinetiche, figurative e letterarie nei decenni precedenti. Ma restringendo il campo alla Settima Arte il triangolo al centro di La verità nascosta riecheggia quello che si andava a incastonare nel plot di Diabolique di Jeremiah S. Chechik, a sua volta remake sbiadito e indigesto de I diabolici (1954) di Clouzot, trasposizione del romanzo “Celle qui n’était plus” di Pierre Boileau e Thomas Narcejac. Un torbido gioco a tre che nella pellicola del regista colombiano, tra flirt, sospetti e acrobazie da materasso, sortisce gli stessi catastrofici risultati, per non dire addirittura peggiori di quelli riscontrati nell’opera del 1996 visto che in più di un’occasione si scivola persino nel comico involontario. Teatro di questa poco credibile messa in scena, una casa i cui anfratti, canali di scolo, specchi, armadi e locali interni ed esterni, il regista tenta in tutti i modi di trasformare in una trappola percorsa da inquietanti presenze. Il suo è un tentativo andato a vuoto di depistare lo spettatore attraverso un cambio drastico di registro e di genere, che mette il fruitore al cospetto di una storia che da orrorifica paranormale cambia pelle trasformandosi nel più classico dei psico-thriller, costruito a tavolino facendo leva sul retaggio iniettato nelle vene del cinema contemporaneo dalle paure post 11 settembre: vedi ad esempio Panic Room con il quale condivide la location principale, ossia la stanza bunker. Baiz da parte sua ci mette uno stile e una regia leziosa e compiaciuta, che va di pari passo con le interpretazioni da dimenticare del terzetto protagonista, che lo scadente doppiaggio italiano rende ancora più di basso livello. Un thriller che butta al vento una buona idea di partenza, da cancellare il prima possibile dalla memoria, anche perché capace di irretire anche la platea meno esigente.

Info
Il trailer di La verità nascosta.

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