La leggenda di Kaspar Hauser

La leggenda di Kaspar Hauser

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Ironico, doloroso, surreale, colto e popolare allo stesso tempo, La leggenda di Kaspar Hauser è un corpo fuori contesto nel cinema italiano degli ultimi venticinque anni.

Nessuno batte lo sceriffo

Siamo su un’isola deserta e abbandonata, al di fuori dello spazio e del tempo. Un corpo, trascinato dalle onde, giunge sulla spiaggia: è Kaspar Hauser, l’erede al trono dell’isola, che scomparve per oscuri motivi quando era ancora solo un bambino. Era scritto nel destino di Hauser che tornasse vivo, ma la sua mente è apparentemente disturbata e offuscata. Del ragazzo si prende cura lo sceriffo dell’isola, che gli trova un posto dove stare nella vecchia prigione… [sinossi – pressbook]

All’interno del cinema italiano contemporaneo Davide Manuli è un alieno. Se c’è una lezione da imparare al termine della visione de La leggenda di Kaspar Hauser, opera terza del regista presentata in anteprima mondiale all’International Film Festival di Rotterdam nella sezione Spectrum, è che Manuli è un corpo estraneo nel sistema produttivo dell’Italia di oggi: una verità già sottolineata con forza dal folgorante esordio Girotondo, giro attorno al mondo e, quattro anni addietro, da Beket, e che viene ribadita senza possibilità di smentita alcuna dall’ora e mezza (o poco meno) durante la quale si dipana la vicenda del giovane Kaspar, giunto dal mare e destinato a riappropriarsi del regno di suo padre. Proprio con Beket le similitudini appaiono più chiare, a partire dalla scelta delle location e dall’utilizzo della fotografia: mentre però nel rileggere in chiave personale Aspettando Godot Manuli optava per un percorso di movimento, con i due protagonisti impegnati in una sorta di road-movie surreale e al di fuori della spazialità, mettendo mano alla storia di Kaspar Hauser, giovane che meravigliò e impietosì la Germania del primo Ottocento (e al quale ha già dedicato una pietra miliare del cinema Werner Herzog nel 1974), la scelta sembra direzionarsi verso una riflessione accorta e sagace sulla stasi.

Impegnato in lunghi piani sequenza, Manuli fa muovere i suoi attori nell’inquadratura, quasi non avessero a disposizione vie di fuga da essa, imprigionati come lo sono nei loro ruoli prettamente simbolici (lo sceriffo, il pusher, il prete, la puttana, la duchessa e ovviamente Kaspar, personaggio mistico prima ancora che storico, letto nella sua accezione più metaforica). Manuli assesta definitivamente il colpo allo sfilacciato nodo che ancora lo avvinceva alle prammatiche del cinema classico, debordando oltre il confine dell’avanguardia e stravolgendo la materia cinematografica come poche opere, non solo in Italia, hanno avuto il coraggio di fare negli ultimi anni. Ancora una volta si ha la percezione di un’opera che non va letta solo nel suo valore prettamente estetico – comunque di altissimo livello, con un rigore della messa in scena che acquista ben presto un valore teorico, e un senso dell’inquadratura mai banale, mai disposto a cedere alla lusinghe della teatralità – ma che, per essere compresa fino in fondo, va estraniata dal contesto generale dello standard cinematografico nazionale degli ultimi venti anni. La leggenda di Kaspar Hauser non è solo un grande esempio di cinema, folgorante nella sua dorata inclassificabile posa, ma è anche e soprattutto il lampo di speranza che illumina i cieli di chi ancora crede nell’idea che un altro modo di fare cinema sia possibile: capace di una libertà formale che non si trasforma mai in sterile manierismo, Manuli non asservisce mai la macchina da presa a ciò che sta avvenendo in scena, senza per questo svilire comunque il testo scritto.

Se La leggenda di Kaspar Hauser pare respirare, quasi si trattasse di un organismo pulsante e vivente, è anche per merito del ristretto gruppo di attori, corpi in scena che fremono, tremano e si muovono al ritmo convulso della convincente colonna sonora di Vitalic. Oltre a un monumentale Vincent Gallo, scisso in due ruoli antitetici e gestiti con sublime perizia (lo Sceriffo, che sembra stato catapultato fuori dal set di un western, e l’ambiguo e ben più taciturno Pusher), è da segnalare l’eccellente interpretazione di Silvia Calderoni, androgina e ossigenata Kaspar Hauser, e di un Fabrizio Gifuni che torna a lavorare con Manuli dopo il suo cameo in Beket. All’attore capitolino è affidato il ruolo del Prete, cui spetta lo splendido e spiazzante monologo scritto per l’occasione da Giuseppe Genna (“Il mio sogno è la fine di tutti i sogni. E questo gli uomini l’hanno chiamato Dio!”) e che sintetizza con una certa precisione tutte le diverse anime che prendono vita durante la visione del film: ironico, doloroso, surreale, colto e popolare allo stesso tempo, La leggenda di Kaspar Hauser è un corpo fuori contesto nel cinema italiano degli ultimi venticinque anni. Per questo, nonostante tutto, è destinato a rimanere materiale per pochi resistenti: troppo libero probabilmente per appassionare un pubblico che si è abituato alla pappa preconfezionata, standardizzata persino nella sua illusione di alterità dalla norma. Non c’è spazio nel cinema italiano per Manuli, che come il protagonista del suo film ha il destino segnato da un ritorno nella propria terra incompreso, persino temuto, idealizzato senza capirne il significato più intimo. Forse costretto a fuggire su quelle astronavi che fuggono in cielo all’inizio e alla fine del film.

Si sta perdendo ancora una volta l’occasione di dare la visibilità dovuta a uno dei registi più consapevoli, coraggiosi e sinceri del nostro cinema. La domanda da porsi è sempre la stessa: perché La leggenda di Kaspar Hauser deve vivere ai margini dell’offerta cinematografica, abbandonato quasi al proprio destino? Perché è un’opera che vive di cinema, senza preoccuparsi del teatrino che gli è stato costruito intorno. E questo la rende pericolosa, persino rivoluzionaria. Come l’erede al regno tornato a riconquistare i propri diritti.

Info
Il sito ufficiale de La leggenda di Kaspar Hauser.
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