40 carati

40 carati

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Tra scorci mozzafiato dello skyline newyorkese, dialoghi un po’ forzati che non rinunciano ad accenni allo humor e una lenta costruzione della suspense che stenta a trovare la propria direzione, 40 carati è un action scorrevole ma poco incisivo, che difficilmente lascerà un’impronta nella stagione cinematografica.

Diamonds are boy’s bestfriends

A Manhattan c’è un uomo sul cornicione di un albergo che minaccia di buttarsi. Si tratta di Nick Cassidy, un ex-poliziotto finito in galera per un crimine che non ha commesso. Alla prima occasione è evaso e ora appare disperato ma determinato. Mentre la psicologa della polizia Lydia Anderson tratta con lui, gli agenti isolano la zona e la gente si accalca per vedere come va a finire. Il gesto di un folle? Per niente se hai un fratello che si appresta a compiere il più grande furto di diamanti di tutti i tempi… [sinossi]

Con 40 carati il danese Asger Leth – al suo esordio nel lungometraggio di finzione – si discosta con fermezza dalle sue passate esperienze da documentarista confrontandosi con un classico thriller “ad alta tensione” che si dirige verso il territorio dell’intrattenimento più spettacolare senza puntare specificatamente a un particolare sviluppo ed evoluzione della storia. Il titolo originale del film (Man on the edge, letteralmente: l’uomo sul cornicione) si dimostra senz’altro più appropriato ed evocativo, evidenziando sin da subito quale siano le premesse e il nodo centrale della pellicola: al ventunesimo piano del celeberrimo Roosevelt Hotel a Manhattan un uomo denuncia platealmente il proprio disagio, ma si tratta davvero “soltanto” di un aspirante suicida? Ben presto si scoprirà che fuori dalla finestra di una lussuosa suite si è asserragliato Nick Cassidy, un ex-poliziotto arrestato e condannato per il furto di un prezioso diamante (i quaranta carati del titolo italiano), e che il suo obiettivo non è tanto quello di mettere pubblicamente fine alla propria esistenza quanto quello di dimostrare al mondo la sua innocenza. L’onore e il desiderio di riscatto motivano il galeotto neo-evaso ad affrontare qualsiasi sfida anche perché il suo piano contempla la partecipazione della sua famiglia, a cominciare dal fratello minore…

Asger Leth è bravo nello sfruttare le potenzialità visivo-estetiche della storia e lo fa avvalendosi di un interessante studio sulla ricostruzione della scenografia “in quota”: le riprese sono state effettivamente effettuate a 78 metri di altezza, alternate in fase di montaggio con sequenze girate con l’ausilio della computer grafica e di una minuziosa ricostruzione degli ambienti “reali” (complessivamente sul tetto del Roosevelt pare che la produzione abbia issato – fra pesi e contrappesi – fra le diciotto e le venti tonnellate di materiale e strutture). Decisamente lodevole quindi il lavoro dello scenografo David Swayze, ma in generale è da sottolineare l’impegno di tutta la troupe che ha lavorato in condizioni estreme in funzione della migliore resa possibile senza mai trascurare l’attenzione alla sicurezza (non solo dei membri del cast e della crew impegnati sul grattacielo ma anche a terra): sotto questo profilo 40 carati è un progetto indubbiamente ambizioso, che cerca di sfruttare al massimo la spettacolarità cercando al contempo un risultato realistico e che quindi restituisca al pubblico la credibilità dei vari punti di vista all’interno della storia (il protagonista, la polizia, la folla sottostante).
Peccato che a questa dedizione non corrisponda una simmetrica capillarità nella organizzazione dell’intreccio narrativo: tutto rimane molto schematico, la struttura del racconto è decisamente lineare (elemento di per sé non nocivo) ma – complice una sceneggiatura non propriamente esaltante – mancano spunti che restituiscano vivacità alla storia e malgrado il film sia piuttosto ritmato il livello di coinvolgimento non è proprio all’altezza delle aspettative.
A non convincere è soprattutto l’approccio generalmente superficiale alla caratterizzazione dei personaggi e alla definizione dei loro ruoli, così come non paiono particolarmente credibili le loro relazioni e dinamiche interne: un esempio su tutti può essere individuato nel cruciale – a livello di script – ma debole rapporto fra il protagonista e Lydia Mercer, poliziotta specializzata nel recupero degli aspiranti suicidi segnata da un recente fallimento sul campo.
L’avvicendarsi degli eventi è piuttosto prevedibile e purtroppo Leth sceglie di lasciare sullo sfondo non solo le indagini psicologiche sui personaggi ma anche alcuni spunti riflessivi che al contrario potevano apparire abbastanza immediati – nonché avvalorati dal costante riproporsi di alcuni rimandi secondari che costellano la pellicola: basti pensare all’ipotizzabile indagine sulla cultura mediatica contemporanea (ricordata dall’onnipresente reporter televisiva), caratterizzata dalla prevalenza di un giornalismo d’assalto spesso grossolano, fatto di poca documentazione e di giudizi categorici talvolta affrettati che sembrano strappati dalle logiche della dimensione-reality.

Un po’ monotono e fortemente penalizzato da un finale incredibilmente dilatato che si chiude con una sequenza conclusiva davvero risibile, il film è un prodotto onesto e mediamente godibile del quale vengono sfruttate solo parzialmente le potenzialità: 40 carati può contare su un cast di primo ordine, che vanta per il ruolo del protagonista uno dei nomi in maggiore ascesa dell’industria hollywoodiana (Sam Worthington) e che anche fra i comprimari annovera volti più che noti, da Jamie Bell a Edward Burns a Ed Harris, qui nel ruolo dello spietato “cattivo” di turno.
Tra scorci mozzafiato dello skyline newyorkese, dialoghi un po’ forzati che non rinunciano ad accenni allo humor e una lenta costruzione della suspense che stenta a trovare la propria direzione, 40 carati è un action scorrevole ma poco incisivo, che difficilmente lascerà un’impronta nella stagione cinematografica: peccato, perché Leth avrebbe avuto i mezzi e le capacità per realizzare qualcosa di più significativo ma il film paga il prezzo di un eccessivo auto-confinamento. Quel che rimane è quindi solo un uomo che attende di svelare tutte le sue carte, prigioniero volontario di trenta centimetri di cornicione mentre sullo sfondo si riconoscono i tratti di un’America che sempre più spesso suggerisce i richiami alla crisi finanziaria anche nel cinema apparentemente più distante dall’analisi politico-sociale.

Info
Il trailer di 40 carati.
40 carati sul canale Film su YouTube.
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