Aujourd’hui

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Quando Aujourd’hui diventa una somma di voci e di sguardi, di azioni e reazioni, il peregrinare del protagonista riesce a disegnare il profilo di un paese schizofrenico, di una cultura ancora troppo legata al passato per riuscire a proiettarsi nel futuro. Quando invece a prevalere è la scrittura, il film si ripiega su se stesso come uno sterile esercizio di stile e della attrazione/repulsione della terra natia non resta quasi niente. La decostruzione narrativa di Gomis finisce per allontanarsi dal Senegal. Presentato in concorso alla Berlinale 2012.

Partire è un po’ morire

Oggi è l’ultimo giorno di vita di Satché, un giovane uomo senegalese. Satché accetta il proprio destino imminente e compie un viaggio tra i luoghi della sua infanzia, attraverso il quartiere e la città: la casa dei genitori, il primo amore, gli amici, la moglie e i figli. Perché non è rimasto negli Stati Uniti, dove avrebbe avuto un futuro? Satché si avvicina alla fine pieno di paure ma allo stesso tempo anche con un senso di gioia… [sinossi]

Non prende ancora quota il concorso della sessantaduesima Berlinale. La seconda giornata si è aperta con l’ambizioso Aujourd’hui, scritto e diretto da Alain Gomis, cineasta parigino di origini senegalesi. Un’opera terza, dopo L’afrance (2001) e Andalucia (2007), che conferma la poetica ma anche i limiti del cinema di Gomis, in bilico precario tra radici culturali e identità e suggestioni narrative un po’ troppo compiaciute. Un film che col passare dei minuti denuncia una poco convincente ripetitività programmatica: nell’insistita messa in scena di elementi contrastanti (vita/morte, amore/odio, passato/presente, gioia/dolore), Aujourd’hui smarrisce ben presto il suo valore di metafora sulla società senegalese, su un paese che fatica a cambiare, ad andare avanti.

Frammentario ed episodico per scelta, il film sembra avere un preciso momento di rottura, di evidente disequilibrio: la sequenza dell’incontro/scontro tra Satché (Saül Williams, un attore e musicista statunitense) e la bella Sélé (Djolof M’Bengue) nell’atelier, peraltro appesantita da una recitazione  marcata e teatrale e da una messa in scena che ricorre a troppi movimenti di macchina, appare meccanica, priva di sincerità, costruita su una buona idea tirata troppo per le lunghe. Una sensazione che affossa l’interessante incipit (il brusco risveglio nella casa materna, col protagonista prontamente accerchiato e quasi soffocato da amici e parenti, seguito dalla paradossale e festosa parata tra le vie del quartiere al ritmo di balli e canti) e che non viene certo cancellata dalla parentesi troppo caricaturale e grottesca della festa con i notabili della città o dalla visita allo zio, stancamente prevedibile nel suo sviluppo narrativo. Ma è appunto nella sequenza a due con Satché e Sèlé, dall’iniziale gioco di seduzione al repentino e duro litigio, che Aujourd’hui mostra i limiti di un lungometraggio che poggia le proprie fondamenta su qualche buona intuizione, ma nulla di più. Un limite non trascurabile per un film di soli ottantasei minuti.

Il film di Gomis funziona molto meglio quando pedina Satché tra le vie della città, mescolandosi con la folla, cercando primi e primissimi piani, dettagli e totali. Quando Aujourd’hui diventa una somma di voci e di sguardi, di azioni e reazioni, il peregrinare del protagonista riesce a disegnare il profilo di un paese schizofrenico, di una cultura ancora troppo legata al passato per riuscire a proiettarsi nel futuro. Funziona, ad esempio, la sequenza del malore di Satché, con l’accalcarsi disordinato della folla, che da aiuto diviene ben presto minaccia, caos. Oppure, ancora tra le vie della città, la macrosequenza che termina con le manifestazioni, l’indignazione della gente comune, gli scontri con la polizia: un montaggio dal taglio documentaristico, che riesce a riassumere, tra suoni e rumori, disperazione e speranza. Quando invece a prevalere è la scrittura, come nella sequenza dell’incontro (poi scontro…) tra Satché e il suo gruppo di amici, il film si ripiega su se stesso come uno sterile esercizio di stile e della attrazione/repulsione della terra natia non resta quasi niente. La decostruzione narrativa di Gomis, che aveva scritto le sceneggiature anche delle sue opere precedenti, finisce per allontanarsi dal Senegal, dalle radici culturali e dalla presunta identità dei personaggi, avvicinandosi pericolosamente alla artificiosità di troppo cinema festivaliero. Satché, forse, è rimasto negli Stati Uniti.

Info
Il trailer originale di Aujourd’hui.
La scheda di Aujourd’hui sul sito della Berlinale.
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