Captive

Dopo un incipit folgorante e una bella e lunga sequenza di spostamento da prigione a prigione, Captive finisce per incagliarsi nel lungo segmento che vede gli ostaggi trascinati attraverso la foresta pluviale.

Carne da macello

Una missionaria francese nelle Filippine viene rapita insieme ad altri dodici stranieri da un gruppo di terroristi… [sinossi]

Il ritorno di Brillante Mendoza alla Berlinale era atteso con un certo interesse: quando nel 2007 era stato presentato nel ricco programma del Forum Tirador, il nome del cineasta filippino non aveva ancora iniziato a circolare in maniera così diffusa tra gli addetti ai lavori. Masahista, con cui aveva esordito nel 2005, era stato apprezzato a Locarno, così come Summer Heat (Kaleldo, 2006) alla prima edizione del Festival di Roma e The Teacher (Manoro, 2006) al Torino Film Festival, ma l’ingresso nel gotha dei festival internazionali era ancora poco meno di un miraggio.

A distanza di appena un lustro dalla presentazione in terra teutonica di Tirador, Mendoza torna irrompendo nel concorso ufficiale con la sua prima coproduzione con l’Europa: come accaduto in tempi recenti ad altri cineasti asiatici (Hou Hsia-hsien con Le voyage du ballon rouge nel 2007 e Tsai Ming-liang con Visage nel 2009), anche Mendoza ha trovato in Francia il modo di farsi produrre un film. Captive, il suo decimo lungometraggio in appena sette anni di attività registica, ha permesso al cineasta di lavorare con uno dei volti più rappresentativi del cinema europeo degli ultimi trent’anni: se Hou aveva potuto contare sull’interpretazione di Juliette Binoche e il cast coordinato da Tsai comprendeva tra gli altri Fanny Ardant, Mathieu Amalric, Jeanne Moreau, Nathalie Baye, Laetitia Casta e Jean-Pierre Léaud, Mendoza trova una più che valida collaboratrice in Isabelle Huppert. Il film, d’altro canto, è tutto sul viso della cinquantanovenne attrice parigina: fin dalle primissime inquadrature Mendoza incolla al viso della Huppert la macchina da presa a mano, ansiogena e rapsodica a tal punto da rispecchiare in pieno l’indole indipendente e insoddisfatta della protagonista. Per questa prima prova alle prese con una star di prima grandezza del cinema occidentale Mendoza sceglie di portare in scena un fatto realmente accaduto nel 2001, quando un gruppo di stranieri fu rapito nelle Filippine da un gruppo di estremisti islamici e condotto di giungla in giungla per mesi. Un evento traumatico che Mendoza sceglie di portare in scena utilizzando il punto di vista di un personaggio inventato di sana pianta, quello di una missionaria laica europea in viaggio con una sua anziana collega filippina. Se l’intento, vale a dire quello di aprire il fianco a una discussione accorata sui travagli politici dell’arcipelago filippino, appare chiaro fin dalle prime battute, non tutto sembra funzionare a dovere nella struttura architettata dal regista: dopo un incipit folgorante e una bella e lunga sequenza di spostamento da prigione a prigione, Captive finisce per incagliarsi nel lungo segmento che vede gli ostaggi trascinati attraverso la foresta pluviale. Qui l’ossessività dei personaggi – tutti ancorati alle loro convinzioni e privi dell’apertura mentale tale da permettere un dialogo, si tratti di carcerieri, ostaggi o militari – si trasforma in pura e semplice reiterazione di gesti e situazioni, perdendo in senso e significato. Anche la visione dell’universo islamico, minoranza che rivendica il possesso (religioso) dell’isola di Mindanao, a volte corre il rischio di semplificare in maniera eccessiva la questione, riducendola a un gruppo di folli esaltati privi di un reale radicamento sul territorio: in tal senso, la sequenza in cui si ascoltano via radio le notizie riguardanti il crollo delle Twin Towers a New York, appare esemplificativa dello spirito di Mendoza.

Un Mendoza che porta a termine un’opera sicuramente colma di spunti di interesse, ma che segna allo stesso tempo un netto balzo indietro rispetto agli apici artistici raggiunti negli ultimi anni con titoli come Foster Child, Serbis, Kinatay e Lola. La compattezza, l’afflato emotivo e il rigore che sprigionava quei film sono doti rintracciabili con discontinuità in Captive, viaggio nel cuore di tenebra di una nazione dilaniata e complessa, e che forse avrebbe meritato cure più amorevoli.

Info
Captive su facebook.
Il trailer italiano di Captive.
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