Meteora

Il giovane cineasta greco Spiros Stathoulopoulos sceglie Meteora, celeberrima località della Tessaglia, come universo a parte in cui ambientare la sua opera seconda, presentata nel concorso ufficiale della Berlinale 2012.

Caprette di rovo (Lanthimos fuggente)

Nel monastero di Meteora, imponente struttura sita tra le montagne della Tessaglia, vive il monaco Theodoros, che ha dedicato interamente la sua vita alla ricerca spirituale. Quando, tuttavia, l’uomo si avvicina alla suora ortodossa che vive ai piani inferiori del monastero, tra i due inizia a nascere un sentimento di affetto. [sinossi]

Metéora, celeberrima località della Tessaglia, nel cuore della Grecia, è nota per i suoi numerosi monasteri ortodossi arroccati su pareti di roccia impervie raggiungibili solo attraverso scalinate scavate nella pietra e carrucole che svolgono il ruolo degli ascensori. Un paesaggio a suo modo alieno, quasi pressoché disabitato (eccezion fatta per monaci e suore) nel quale i fedeli possono dare libero sfogo alla ricerca del contatto con il divino. È in questo universo a parte, per contrasto, che il giovane cineasta greco Spiros Stathoulopoulos ha deciso di ambientare la sua opera seconda, Meteora, presentata nel concorso ufficiale della sessantaduesima edizione della Berlinale.

Accolto da un applauso convinto e piuttosto fragoroso al termine della proiezione stampa (una rarità per questa edizione del festival, contraddistinta da accreditati piuttosto freddi nelle dimostrazioni umorali), Meteora è un film senza dubbio affascinante: basterebbero anche solo le lunghe sequenze di raccordo che vedono il monaco Theodoros, attanagliato dal dubbio, muoversi per lo spoglio altopiano pietroso per giustificare l’inserimento di  Stathoulopoulos tra le personalità autoriali da tenere d’occhio nel corso dei prossimi anni. La fotografia, pur depauperata da una grana digitale piuttosto invadente e destinata a sfocare anche il dettaglio più ricercato, contribuisce a creare un’atmosfera ai limiti del reale, quasi che la storia d’amore tra Theodoros e la suora Urania dovesse possedere la forza necessaria per ergersi a livello di metafora stessa dell’umanità e della sua naturale pulsione verso la soddisfazione del piacere. Peccato che il trentaquattrenne regista nativo di Thessaloniki, cresciuto in Colombia e formatosi professionalmente a Los Angeles, smarrisca ben presto la via intrapresa per perdersi dietro a una ricerca formale francamente piuttosto pretestuosa e fine a se stessa.

La storia d’amore, prima latente e poi vagamente più carnale, tra i due protagonisti, al di là del valore prettamente simbolico – Theodoros in greco significa “dono di Dio”, Urania equivale a “Celeste”; si compie lo sposalizio tra l’uomo e l’immateriale – non trova molte altre giustificazioni all’interno del film. Lo stesso si può dire, a conti fatti, per la maggior parte delle scelte operate dal giovane cineasta: l’uccisione con relativo scuoiamento della capretta, il dialogo tra il monaco e l’anziano agricoltore, i reiterati andirivieni dello stesso monaco su e giù per le scalinate che conducono al monastero, sono momenti di cinema anche molto ispirati, se presi nella loro unicità, ma non trovano quasi nessun collegamento all’interno del percorso tracciato dal film. L’impressione è che Stathoulopoulos, con l’occhio rivolto ad alcune delle migliori pagine di cinema antropologico (sia esso documentario o di finzione) europeo e mondiale, si sia lasciato prendere la mano da una lunga serie di vezzi autoriali, peccando di ambizione e di prosopopea. La sua poetica espressiva è infatti ancora troppo sterile e poco stabilizzata per potersi permettere sfide come quelle che il cineasta affronta nel corso di Meteora. Film che comunque, per l’utilizzo ardito dei paesaggi e per l’iconicità di gran parte delle scelte di messa in quadro, potrebbe trovare consensi facili all’interno della giuria internazionale. Per ora sembra quantomeno aver trovato alleati fedeli nella stampa, pronta ad azzardare paragoni difficili da sostenere anche per registi dalle gambe più solide di quelle di Stathoulopoulos, che in Meteora rischia anche di sprofondare in alcune occasioni nel ridicolo involontario, salvo venire fuori dalle secche in extremis grazie al suo naturale gusto fotografico e visionario.
Doti da affinare per il futuro, in attesa che Stathoulopoulos abbandoni una pur minima parte della sua tracotanza registica per concentrarsi maggiormente sul senso e sul valore di ciò che sta avvenendo sullo schermo.

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