My Way

My Way

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A rendere godibile la pellicola di Kang concorrono, in un certo senso, sia i pregi che i difetti: le derive melodrammatiche, garantite in abbondanza dalla componente sportiva e dall’amicizia che lega più di un personaggio, si sommano alle spettacolari sequenze belliche senza soluzione di continuità. My Way è un film che lascia senza fiato, quasi ammirevole nella sua ossessiva ricerca di momenti topici. Esplosioni, sacrifici, pestaggi, massacri, atti di eroismo e crudeltà, colpi di scena, svolte narrative, salvataggi all’ultimo secondo: Kang scrive e dirige senza freni, tra ralenti e ampi movimenti di macchina, una colonna sonora onnipresente e ingombrante e persino un tramonto troppo kitsch anche per una cartolina.

Brothers of War

Il coreano Jun-shik e il giapponese Tatsuo si incontrano da bambini, durante gli anni dell’occupazione nipponica della Corea. Entrambi diventano delle promesse della maratona e più volte si sfidano, fino a quando non si troveranno uno contro l’altro sui campi di battaglia della Seconda Guerra Mondiale, dalla Manciuria alla Normandia… [sinossi]

Ci sarebbero mille ragioni per bocciare senza possibilità di appello il blockbuster coreano My Way (Mai wei), diretto da quel Kang Je-kyu che nel 2004 aveva sbancato il botteghino con Brothers of War – Sotto due bandiere (Taegukgi hwinalrimyeo) e che nel 1999 aveva firmato Shiri (Swiri), tra le pellicole seminali della New Wave coreana [1]. Intriso di una retorica spesso stucchevole e ridondante, eccessiva persino per le logiche ipertrofiche dei film di guerra, My Way inanella un numero non trascurabile di sequenze girate con approssimazione. Si vedano, ad esempio, il melenso incipit, col primo incontro e la prima sfida tra Jun-shik e Tatsuo, ancora bambini, o la messa in scena della maratona olimpica di Londra 1948. Ma è tutta la cornice narrativa a non convincere: Kang Je-kyu, autore anche della sceneggiatura, insiste senza soluzione di continuità sulla metafora sportiva, cercando peraltro di mascherare un finale ampiamente annunciato già nei primi minuti della pellicola. Coerente con la sovrabbondanza del precedente Brothers of War, Kang sembra riassumere i difetti di una buona parte dei blockbuster coreani delle ultime stagioni: il senso della misura viene sistematicamente ignorato, dilatando la durata della pellicola e giocando di accumulo. Il cinema di Kang si conferma un’esasperazione del concetto di bigger than life, con l’insistente ricerca di picchi emotivi, di sequenze a effetto, di sbrodolate retoriche enfatizzate da performance recitative programmaticamente sopra le righe. My Way è un manifesto dell’eccesso, è la spettacolarizzazione forzata di ogni singolo fotogramma.

A rendere godibile la pellicola di Kang concorrono, in un certo senso, sia i pregi che i difetti: le derive melodrammatiche, garantite in abbondanza dalla componente sportiva e dall’amicizia che lega più di un personaggio, si sommano alle spettacolari sequenze belliche senza soluzione di continuità [2]. My Way è un film che lascia senza fiato, quasi ammirevole nella sua ossessiva ricerca di momenti topici. Esplosioni, sacrifici, pestaggi, massacri, atti di eroismo e crudeltà, colpi di scena, svolte narrative, salvataggi all’ultimo secondo e via discorrendo: Kang scrive e dirige senza freni, tra ralenti e ampi movimenti di macchina, una colonna sonora onnipresente e ingombrante e persino un tramonto troppo kitsch anche per una cartolina.
Delle sequenze di guerra, che sarebbero bastate per costruirci attorno altri tre o quattro lungometraggi, si perde presto il conto: già dalla prima battaglia si intuisce l’ambizione di Kang, che dopo pochi minuti regala agli spettatori un memorabile scontro tra l’esercito nipponico e i carri armati russi, condito dall’immancabile retorica del kamikaze [3]. E poi l’efficace sequenza del cecchino, dell’attacco aereo, dell’harakiri, del duello tra Jun-shik e Tatsuo e via di seguito, fino al D-Day: non solo l’incredibile viaggio dei due protagonisti attraverso tutti i teatri di guerra possibili, ma una sorta di compendio dei war movie. Il primo film coreano sulla Seconda Guerra Mondiale si confronta con le produzioni internazionali, Hollywood in primis, mettendo in campo tutto il proprio arsenale tecnico-artistico. Stupisce, come detto, la messa in scena dimessa delle sequenze iniziali e finali, quasi fossero dei riempitivi affidati a una seconda unità.

Impreziosito dalla presenza delle stelle asiatiche Jang Dong-gun (Brothers of War e, soprattutto, Friend di Kwak Kyung-Taek), Jō Odagiri e Fan Bingbing, My Way non ha avuto grande fortuna al box office. Si può forse sperare in una uscita italiana in dvd e/o blu-ray. Da vedere rigorosamente su uno schermo di generose dimensioni.

Note
1. Il film, passato al Far East di Udine, è uscito in Italia per il mercato home video.
2. Kang sembra prendere e intrecciare Salvate il soldato Ryan di Spielberg e Gli anni spezzati di Weir, eliminando qualsiasi momento di decantazione, come in un rocambolesco melodramma. Quasi una sorta di almodrama bellico.
3. Persino il più equilibrato ed elegante Flowers of War di Zhang Yimou, produzione cinese con Christian Bale, deve cedere il passo alla dimostrazione muscolare del film coreano.
Info
Il trailer originale di My Way.
La scheda di My Way sul sito della Berlinale.
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