Safe House – Nessuno è al sicuro

Safe House – Nessuno è al sicuro

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Safe House di Daniel Espinosa condensa tutte le caratteristiche del film di spionaggio: massima attenzione per le scene d’azione, ipertecnologizzate e adrenaliniche, schermi che spiano i personaggi ovunque, proliferazione di organi e corporazioni che si intrecciano nelle vicende narrate.

Non desiderare la spia d’altri

Un ex criminale inserito nel programma federale di protezione testimoni è stato collocato in Sud America. Dopo che il luogo in cui si è rifugiato è stato identificato e distrutto, l’uomo è costretto a darsi alla fuga insieme a un giovane agente della CIA che ha il compito di proteggerlo… [sinossi]

Sembra davvero ci sia una nuova fioritura della spy story nella stagione in corso. Dopo l’ottimo La talpa di Tomas Alfredson approda infatti in sala, fresco dominatore al box office statunitense, Safe House di Daniel Espinosa. Curiosamente accomunati dalla provenienza dei due giovani registi, entrambi svedesi di nascita, i film tuttavia manifestano due diverse facce nello stesso genere. Classicheggiante (tratto infatti da un testo di John Le Carré) il film di Alfredson,  che è appunto ambientato nell’epoca “romantica” dello spionaggio, ovvero gli anni della Guerra fredda, prettamente connesso invece a modelli contemporanei il film di Daniel Espinosa. Safe House è senza dubbio figlio delle paranoie che gli squilibri politico-sociali stanno generando, dove gli Stati Uniti e l’occidente in qualche modo si specchiano guardando il proprio lato oscuro. È il caso di fim come The International, Nessuna verità, The Good Shepherd, solo per citarne alcuni, senza contare il microcosmo di serial televisivi in cui organi federali e para-militari si ritrovano a combattere se stessi oltre che i pericoli terroristici provenienti dall’esterno. Safe House condensa in modo elevato tutte le caratteristiche di questo sottogenere: massima attenzione per le scene d’azione, ipertecnologizzate e adrenaliniche, schermi che spiano i personaggi ovunque, proliferazione di organi e corporazioni che si intrecciano nelle vicende narrate.

Niente di nuovo dunque in Safe House, scritto da David Guggenheim (da non confondere con Davis, noto documentarista), che però ha il pregio di confezionare egregiamente tutte le caratteristiche sopracitate: in primis perché le lunghe scene d’inseguimento in cui la preda, la spia criminale (il confine tra i due termini è labile, e il film si sofferma molto su quest’aspetto) Denzel Washington cerca di fuggire, sono degne dei migliori action-movie. La messa in scena di Safe House sembra poi volersi rendere più verosimile possibile nel descrivere gli organi di spionaggio: la “safe house” del titolo sta appunto a significare un luogo sicuro, nascosto in ogni metropoli, e in questo caso si tratta di Cape Town, dove in piccoli alberghi, pensioni o simili si nasconde una cellula di agenti, con tanto di interni invisibili e inaccessibili alla gente comune. Questo alone di falsa normalità che circonda le città, insieme a una riflessione sul ruolo della spia e della funzione della C.I.A., sembrano gli elementi più stimolanti della pellicola di Espinosa. Una riflessione che si basa sul classico schema della coppia insieme per forza: uno è il criminale carismatico, l’altro è il poliziotto giovane, un ottimo Ryan Reynolds, che ne subisce l’ascendente ma deve comunque rimanere fedele ai precetti di giustizia e legalità. Il pluri-ricercato insegnerà, come da copione, molte più cose alla recluta, compreso fargli porre domande su chi siano realmente i buoni e i cattivi, più di quanto riescano a fare i suoi datori di lavoro, niente meno che Brendan Gleeson e Sam Shepard, i suoi capi negli organi della C.I.A. Proprio il cast è un altro punto di forza del film, anche considerando l’ombra  gigioneggiante di Denzel Washington, eccessivo in alcune sequenze (non è la prima volta per il protagonista di Inside Man).

Seppure lo scopo prefissato del film può sembrare – guardando soprattutto al finale – semplicemente che chiunque non è quello che sembra, che le doppie facce sono all’ordine del giorno nello spionaggio, in questo senso banalizzando un po’ il film, Safe House porta però con sé, come diversi film che sviluppano i medesimi temi, quel germe di corrosione, vagamente nichilista, che mina dall’interno le certezze del modello di politica e giustizia statunitense. La cosa curiosa è che questo sentore, senza dubbio pessimistico, stia subentrando sempre più nel cinema medio, come lo è – seppur in modo pregiato – Safe House: forse il segno che ormai si tratta di cosa naturale e risaputa, largamente diffusa nella gente comune.

Info
Il trailer italiano di Safe House – Nessuno è al sicuro.
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