Tabu

Tabu guarda malinconicamente indietro, a un Portogallo che vive solo nei ricordi di persone che presto non ci saranno più, come sono poche le tracce che restano del formato utilizzato, del muto, della pellicola in 16mm, del bianco e nero. In concorso alla Berlinale 2012.

Nostalgia canaglia

Pilar è una donna solitaria, una buona samaritana che aiuta sempre gli altri senza ricevere mai nulla in cambio. La sua vicina di casa Aurora, una signora anziana che sperpera i suoi ultimi soldi giocando al casinò e che è accudita dalla domestica Santa, è oramai in fin di vita e Pilar decide di esaudire il suo ultimo desiderio, mettendosi alla ricerca di un certo Gian Luca Ventura… [sinossi]
Murnau’s work is important to everyone,
although some are more aware of it than others.
Miguel Gomes

Oramai in dirittura d’arrivo, possiamo azzardare qualche pronostico o quantomeno puntare sul nostro cavallo vincente: la pellicola portoghese Tabu, opera terza del regista e sceneggiatore Miguel Gomes (A Cara que Mereces, Aquele Querido Mês de Agosto), è stata accolta con un certo entusiasmo dalla stampa e sembra avere tutte le carte in regola – messa in scena, tratto autoriale, eccentricità narrativa e via discorrendo – per poter ambire all’Orso d’oro. L’entusiasmo critico di molte testate appare più che legittimo: Gomes ha diretto una pellicola che riesce a essere spiazzante, con un improvviso e imprevedibile cambio di ritmo e di prospettiva, e che ha i contorni del sogno, di una dimensione altra in cui lo spettatore viene trascinato. Un film evocativo, cinefilo, estremamente elegante ma anche passionale. Un film sul tempo passato, sui rimpianti e sui ricordi: girando in bianco e nero e nella seconda parte della pellicola in 16mm, rinunciando ai dialoghi, il regista portoghese riesce a mettere in scena la memoria, quella sorta di flusso non esattamente definito di ricordi frammentari, a volte vaghi, ovattati. Tabu intreccia vari piani narrativi: la prima parte ai giorni nostri, compassata e minimalista, quindi il tumultuoso flashback in Africa, avventuroso e melodrammatico, tra canzoni d’epoca, una romantica innocenza e dei riferimenti storici e politici che hanno una connotazione vaga, rappresentativa del colonialismo portoghese piuttosto che di un preciso luogo e tempo.

Un’operazione sulla carta assai rischiosa, con l’onnipresente voice over, i rimandi cinefili, il formato 1.37:1 e quella malinconia di fondo, densa di ironia [1], che con il bianco e nero si sarebbe potuta trasformare in un boomerang: ma la scrittura di Gomes e di Mariana Ricardo (A Espada e a Rosa), dopo l’ipnotico incipit e la prima parte assai trattenuta, si rivela emotivamente coinvolgente, capace di passare da un dramma quasi da camera a un turbinio di passioni, cadenzate da una colonna sonora essenziale ma assai indovinata – citiamo almeno la trascinante Tú serás mi baby, cover spagnola di Be My Baby, canzone che da sola riesce a evocare un tempo oramai lontano.

Tabu è un omaggio al cinema di Murnau e più in generale alla magia della Settima Arte, alle sue infinite possibilità espressive e narrative, alla libertà creativa: un film complesso, metacinematografico, ambizioso, eppure lieve e godibile, che sembra una ricostruzione storica fedele, ma che inventa quasi tutto, creando illusioni quasi tangibili. Gomes utilizza in modo magistrale le ellissi narrative, con una prima parte scandita dal passare dei giorni e la seconda dai mesi: dal Paradiso Perdido (la prima parte) al Paradiso (la seconda parte), il viaggio a ritroso nel tempo porta con sé un radicale cambio linguistico. Un altro film, un’altra storia, che sembra la summa di tutte le storie d’amore del cinema degli anni Trenta, con la sua ambientazione esotica e la predominante componente avventurosa: la giovane Aurora, così diversa da quella oramai morente, e il bellimbusto Gianluca Ventura emergono da un tempo che è veramente passato e che mai tornerà. Tabu guarda malinconicamente indietro, a un Portogallo che vive solo nei ricordi di persone che presto non ci saranno più, come sono poche le tracce che restano del formato utilizzato, del muto [2], della pellicola in 16mm (e presto anche quella in 35mm), del bianco e nero. Perfetta la scelta dei due giovani protagonisti, Ana Moreira (Aurora) e Carloto Cotta (Gianluca Ventura). Indimenticabile il coccodrillo malinconico.

Note
1. L’incipit, la copertina del singolo della Mario’s Band, la consulenza per la RKO, le fughe del coccodrillo…
2. La seconda parte del film è priva di dialoghi, ma è presente la voce narrante. Non un film muto, ma un chiaro omaggio a quel cinema.
Info
Tabu sul sito della Berlinale.
Tabu sul sito della Palace Films.
Il trailer di Tabu.
Il sito ufficiale giapponese di Tabu.
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