Magnifica presenza

Magnifica presenza

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Con il suo nuovo film, Magnifica presenza, Özpetek preleva un po’ dal De Filippo di Questi fantasmi, un po’ dal Pirandello di Sei personaggi in cerca d’autore e molto – troppo – da se stesso.

Teatro da camera

Pietro ha 28 anni, arriva a Roma dalla Sicilia con un unico grande sogno: fare l’attore! Tra un provino e l’altro sbarca il lunario sfornando cornetti tutte le notti. È un ragazzo timido, solitario e l’unica confusionaria compagnia è quella della cugina Maria, praticante in uno studio legale dalla vita sentimentale troppo piena. Dividono provvisoriamente lo stesso appartamento legati da un rapporto di amore e odio in una quotidianità che fa scintille. Ma arriva il giorno in cui Pietro trova, finalmente, una casa tutta per sé, un appartamento d’epoca, dotato di un fascino molto particolare e Pietro non vede l’ora di cominciare la sua nuova esistenza da uomo libero. La felicità dura solo pochi giorni: presto cominciano ad apparire particolari inquietanti. È chiaro che qualcun altro vive insieme a lui. Ma chi? [sinossi]
I fantasmi non esistono… li creiamo noi, siamo noi i fantasmi!
Pasquale Lojacono in Questi fantasmi! di Eduardo De Filippo

Come il personaggio di Pietro in Magnifica presenza si diletta nel tempo libero ad attaccare figurine nelle apposite caselle dell’album realizzato in occasione dei festeggiamenti per i 150 anni dall’Unità d’Italia, allo stesso modo Ferzan Özpetek, che del film è il regista, si diletta a collezionare metri di celluloide impressi da immagini e parole che di stagione in stagione vanno a incasellarsi nella sua filmografia. E fin qui nulla di particolare da segnalare, se non un piccolo escamotage drammaturgico che vuol essere un omaggio sentito di un autore straniero nei confronti di una nazione e di una cinematografia che lo hanno adottato umanamente e soprattutto professionalmente [1]. Peccato che gli album in possesso di Pietro siano due: sul primo trovano posto di volta in volta le figurine mancanti, mentre nel secondo vanno a ripiegare i tanti doppioni che di pacchetto in pacchetto si vanno accumulando. Un parallelismo, questo, che può a nostro avviso essere tranquillamente equiparato al corpus audiovisivo del cineasta di origine turche che, al giro di boa della nona prova dietro la macchina da presa, prende sempre di più le sembianze di un duplice album di figurine: da una parte si possono trovare quelle opere che ripropongono ciclicamente in maniera quasi epidermica le ossessioni e le suggestioni, i temi e gli stilemi, imprescindibili del suo cinema, dall’altra le sortite e le parentesi come Mine vaganti o Un giorno perfetto che di quegli identificativi riescono in qualche modo a fare a meno seppur con flebili tracce celate nel sottobosco narrativo.
In tal senso, Magnifica presenza va ad appiccicarsi come una figurina nell’album dei doppioni, perché nella nuova pellicola firmata da Özpetek c’è tantissimo (davvero troppo) del dna di quelle storie, personaggi e luoghi, che i suoi film passati hanno già ampiamente raccontato e mostrato in tutte sfaccettature possibili e plausibili. E con essi tutto quel carico di ossessioni e suggestioni che ne hanno intriso, avvolto e caratterizzato, tanto la messa in scena quanto la costruzione dei personaggi e della messa in quadro. Ma se prima questi elementi andavano a formare un discorso personale codificato e riconoscibile, un po’ come accade ad esempio nel cinema almodovariano (anche se, nel caso del regista spagnolo del quale Özpetek vuole essere invano l’emule nostrano, la cifra poetica subisce continui stravolgimenti conservando però intatto il marchio di fabbrica), ora al contrario iniziano a risuonare e ad apparire alle orecchie e agli occhi degli spettatori come gli ingredienti di una minestra riscaldata ad ogni occasione.

Il risultato è un ensemble che si auto-rigenera con e a partire da se stesso, come una fenice risorge dalla ceneri, muore e si ricompone nell’opera successiva attraverso elementi ricorrenti riproposti in salse e forme diverse, ma pur sempre le stesse. Alla nona pellicola però il meccanismo, dopo aver scricchiolato già in precedenza, ha finito inevitabilmente con il crollare. Di conseguenza, ne viene fuori un plot masticato e risputato, servito alla platea di turno sul grande schermo come un dejà vu di cose viste e riviste. Insomma, un film che sembra sempre lo stesso, che gira come un criceto in gabbia, nel quale diventa sempre più fastidioso (e a tratti tedioso) il ritrovare le medesime situazioni da due camere e una cucina, l’immancabile coralità e incrocio dei personaggi, l’elemento gastronomico, l’intersecarsi spazio-temporale delle vicende narrate, l’omosessualità dichiarata, il carattere nostalgico e manco a dirlo la location capitolina.
Da questo punto di vista, Magnifica presenza tocca l’apice, tanto da apparire un’opera speculare alla più riuscita La finestra di fronte. Troppe le similitudini e le assonanze con la pellicola del 2003 per non essere considerata, da chi le rintraccia con così estrema agilità, come parti di una copia carbone o peggio di una fotografia sbiadita. Lo scheletro e la sua progressione narrativa sono praticamente identici, con intrecci temporali che creano un gioco di specchi tra presente e passato che si riflette nella realtà quanto nella finzione (in Magnifica presenza gli attori interpretano degli attori). Nel film del 2012 c’è moltissimo di quella pellicola (Pietro lavora in una pasticceria), ma anche di quelle che l’hanno preceduta e seguita cronologicamente come Le fate ignoranti o Saturno contro. Özpetek richiama alla mente (volutamente) cose, fatti, persone, caratteri e habitat, con così tanta facilità da apparire smaccatamente e dichiaratamente autocitazionista e autoreferenziale. Il grande problema è che il regista turco non ha la stessa capacità nel farlo senza esserlo, come ci ha abituato il collega nipponico Takeshi Kitano che, nel periodo di “crisi” creativa, ha sfornato rivisitazioni citazionistiche del suo cinema in film come Takeshis’ e Glory to the Filmmaker!, in una chiave parodistica e ironica che dava un senso a entrambe le operazioni. Diversamente, qui il senso si fa fatica a trovarlo. Ed è questo il più grande limite del film.

Di questo gioco furbetto di rimandi al suo cinema e di citazioni colte quanto telefonate, che dal Buñuel de L’angelo sterminatore (un gruppo di persone bloccate da una forza misteriosa in un appartamento) si spingono chiaramente per ispirazione verso le celebri opere teatrali di Pirandello (Sei personaggi in cerca d’autore) e De Filippo (Questi fantasmi!), di cui lo script firmato a quattro mani con la Pontremoli si nutre sin dalle prime battute. Plot alla mano, c’è da dire che l’idea di appoggiarsi alla ghost story casalinga per cucire una tragi-commedia non esalta più di tanto se si pensa al fattore originalità, visto che di scontri/incontri tra umani e presenze ectoplasmatiche tra le quattro mura di una casa infestata, le filmografie alle diverse latitudini presentano esempi di ogni genere e risultato: per analogie ricordiamo Amori e ripicche di Peter Yates e La casa sulla scogliera di Lewis Allen.
Non manca come al solito la collocazione geografica romana di una vicenda incastonata in questa occasione nel quartiere di Monteverde [2], invece che in quel di Ostiense, come a voler proseguire cinematograficamente parlando un viaggio nella topografia di una città che Özpetek sembra amare svisceratamente (e questo si vede perché la carica di magia). Così come non manca una galleria di personaggi reali, surreali o borderline, che da sempre rappresenta l’anima e il cuore pulsante del film. Non a caso l’interpretazione di Germano nel ruolo del protagonista (bravo a destreggiarsi con la sua straordinaria bravura e versatilità in una parte inedita con connotati linguistici a lui sconosciuti), unita a quelle convincenti del resto del folto cast, è la nota positiva da registrare, alla pari di un assolo ben riuscito in una sinfonia mal orchestrata.

Note
1. Dalla Turchia si trasferisce come studente universitario in Italia a Roma nel 1976 per studiare Storia del cinema a La Sapienza, dove completerà la sua formazione frequentando corsi di Storia dell’Arte e del Costume all’Accademia Navona e corsi di regia all’Accademia d’Arte drammatica Silvio D’Amico. Dopo alcune esperienze in teatro con il Living Theatre di Julian Beck, riesce ad avvicinarsi al mondo del cinema iniziando a collaborare come assistente ed aiuto regista con Massimo Troisi, Maurizio Ponzi, Ricky Tognazzi, Sergio Citti e Francesco Nuti. Il suo primo lavoro come aiuto regia è in Scusate il ritardo di Troisi, seguito da Son contento di Ponzi, in cui ha una piccola esperienza come attore interpretando un madonnaro. Il suo debutto cinematografico come regista avviene nel 1996 con il film Il bagno turco, una co-produzione tra Italia, Spagna e Turchia.
2. Unica eccezione il Salento per Mine vaganti.
Info
Il trailer di Magnifica presenza.
La pagina di Magnifica presenza sul sito della Fandango.
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