La donna di sabbia

La donna di sabbia

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La donna di sabbia è un felice punto d’incontro tra talenti ed espressioni artistiche: alla potenza immaginifica della messa in scena di Teshigahara, cresciuto tra l’eleganza dell’ikebana e le linee sinuose di Hokusai e Gaudì, si sommano e si (con)fondono le musiche di Tōru Takemitsu e la scrittura del romanziere e sceneggiatore Kōbō Abe.

L’entomologo Niki Jumpei, in cerca di insetti tra le dune, chiede ospitalità agli abitanti di un villaggio, che lo accompagnano alla capanna di una donna. L’abitazione è in fondo a una depressione sabbiosa e si può raggiungere solo con una traballante scala di corda. Nel corso della notte la scala viene rimossa. L’uomo, a questo punto intrappolato, cerca ripetutamente e inutilmente una via di fuga. Disilluso dall’insuccesso, l’entomologo si troverà diviso tra il desiderio di riconquistare la propria libertà e l’affetto che nutre verso la donna… [sinossi]

Tra i granelli di sabbia che avanzano quotidianamente minacciando di seppellire case e abitanti del villaggio si nasconde il senso della nostra esistenza, la disperata ricerca di una ragion d’essere, un tangibile motivo per alzarsi, produrre, consumare e andare a dormire, in attesa di un nuovo giorno. La donna di sabbia (Suna no onna, 1964) di Hiroshi Teshigahara è un manifesto esistenziale, una metafora sinceramente spietata, affascinante, perfetta sintesi del cinema spesso illuminato della Nuberu bagu, dell’Art Theatre Guild, della aspirazioni artistiche e al contempo politiche di una generazioni di cineasti. Un film raffinato, complesso eppure diretto, perfettamente fruibile. Teshigahara appartiene a un’élite culturale [1], è un predestinato, ma non realizza opere solo per se stesso, per il proprio ego: nella produzione del poliedrico artista nipponico l’attenzione è rivolta al mondo esterno, alla complessità della realtà, agli anni tumultuosi che i giapponesi stavano vivendo.

La donna di sabbia, come il precedente Pitfall (Otoshiana, 1962) e il successivo The Face of Another (Tanin no kao, 1966), è un felice punto d’incontro tra talenti ed espressioni artistiche: alla potenza immaginifica della messa in scena di Teshigahara, cresciuto tra l’eleganza dell’ikebana e le linee sinuose di Hokusai e Gaudì [2], si sommano e si (con)fondono le musiche di Tōru Takemitsu e la scrittura del romanziere e sceneggiatore Kōbō Abe. La macchina da presa di Teshigahara si incolla ai volti e ai corpi dei due protagonisti come un microscopio che studia degli insetti, mentre la colonna sonora di Takemitsu si intreccia con l’incessante spirare del vento, in una sorta di claustrofobico spartito: le immagini e i suoni trascinano il plot kafkiano di Abe, che riprende un proprio romanzo, su un piano quasi documentario, amplificandone la valenza universale. E così i punti di osservazione si sovrappongono: l’entomologo Niki Jumpei (Eiji Okada), che cerca e studia i minuscoli insetti, si trova costantemente osservato, guardato dall’alto dagli abitanti del villaggio, mentre lo spettatore finisce per osservare se stesso, la propria vita tra i granelli di sabbia.

Il linguaggio cinematografico di Teshigahara raggiunge con quest’opera la piena maturità, smussando alcune asperità del lungometraggio precedente. Liberato da un simbolismo a tratti eccessivo che limitava la fruibilità di Pitfall, La donna di sabbia è un esempio quasi paradossale di prodotto d’avanguardia con potenzialità mainstream: la forza ipnotica della messa in scena di Teshigahara, amplificata dalle sonorità di Takemitsu, con la macchina da presa che scorre tra le dune e tra le pieghe dei corpi seduce lo spettatore con visioni e suggestioni, prendendolo per mano e calandolo sequenza dopo sequenza nei panni dell’entomologo e della donna del deserto.

Dall’abbacinante distesa di dune fino a primissimi piani che sembrano mescolare pelle sgranata e granelli di sabbia siamo messi di fronte alla storia di un uomo che diventa Storia dell’uomo, diviso tra le necessità primarie, il senso della vita e l’ancora di salvezza della passione. Avvolgente ed emotivamente coinvolgente è infatti la storia d’amore tra i due protagonisti, intrisa prima di brutalità e poi di tenerezza. Inevitabile e amara.

Premiato al Festival di Cannes nel 1964 e in corsa per due Oscar (regia e film straniero), La donna di sabbia non ha mai goduto di una sufficiente e meritata visibilità, nonostante la distribuzione home video [3]. Un’invisibilità, un’indifferenza, che avvolge e inghiotte gran parte del cinema giapponese. Come la sabbia.

Note
1.
È figlio del celebre Sofu Teshigahara, fondatore della scuola di ikebana Sogetsu, l’arte della composizione floreale. Seguirà le orme paterne, studiando pittura presso l’Accademia di Belle Arti di Tokyo e prendendone il posto, dopo la morte nel 1979, alla guida della scuola.
2. Teshigahara esordisce alla regia nel 1953 con il documentario breve Hokusai. È del 1985, invece, Antonio Gaudí, documentario di settantadue minuti sul celebre architetto catalano.
3. Nel Bel Paese è disponibile una versione in dvd, targata Passworld, con audio originale e in italiano. Con sottotitoli in inglese, e la consueta ammirevole cura della Criterion, è disponibile invece il prezioso cofanettoThree Films by Hiroshi Teshigahara. Tre lungometraggi (Pitfall, La donna di sabbia e The Face of Another), molti contenuti extra (anche un documentario sulla collaborazione tra Teshigahara e Kabe), due documentari (Hokusai e Ikebana) e due cortometraggi (Tokyo 1958 e Ako/White Morning).
Info
Il trailer de La donna di sabbia.
La scheda Imdb de La donna di sabbia.
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La proiezione in pellicola de La donna di sabbia di Hiroshi Teshigahara è prevista per mercoledì 7 marzo alle 19.00 presso la Cineteca Nazionale di Roma (Vicolo del Puttarello, 25), in occasione della rassegna Nihon Eiga – Storia del Cinema Giapponese dal 1945 al 1969.
La scheda de La donna di sabbia è tratta dal volume
Nihon Eiga
Storia del Cinema Giapponese dal 1945 al 1969

a cura di Enrico Azzano e Raffaele Meale
prefazione di Roberto Silvestri
csf edizioni, 2012 – ISBN 978-88-905283-1-6
224 pagine, 17 euro

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