Hitchcock

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Con grande sfoggio di make up e parrucche, Hitchcock di Sacha Gervasi non riesce a evitare di fare eccessivo affidamento ai codici ben oliati del genere biografico e il maestro del brivido diventa una macchietta.

L’uomo che amava guardare le donne

Alfred Hitchcock, il maestro del brivido, la straordinaria icona cinematografica nota per aver ideato alcune delle sequenze più spaventose e intriganti mai apparse sul grande schermo, nascondeva un segreto: una lunga e intensa storia d’amore con una donna forte e decisa, sua moglie Alma Reville, nonché sua collaboratrice professionale… [sinossi]

Niente sublima di più il desiderio voyeuristico dello spettatore dell’osservare un regista al lavoro. E se è vero che il piacere stesso della visione di un film poggia le sue basi proprio su un’ineludibile e perversa pulsione scopica,  difficile immaginare godimento maggiore del guardare una pellicola basata sull’osservazione di uno dei massimi teorici dello sguardo della storia del cinema. Questo però a patto che il film in questione non faccia eccessivo affidamento ai codici ben oliati del genere biografico. Ed è proprio in questa trappola che cade Hitchcock di Sacha Gervasi, biopic  dedicato al maestro del brivido, inventore delle suspense e gaudente teorico e pragmatista dell’osservazione di imbelli personaggi virili e di bionde e algide attrici. Sebbene ispirato al saggio di Stephen Rebello “Come Hitchcock ha realizzato Psycho”, il film di Sacha Gervasi finisce infatti ben presto per prediligere biografia e aneddotica all’esplorazione delle dinamiche produttive e creative che hanno consegnato alla storia del cinema uno dei capolavori del maestro britannico, un progetto inviso alla produzione della Paramount e finanziato dallo stesso Hitchcock, girato come un b-movie e lanciato con una campagna stampa innovativa e attualissima, che oggi chiameremmo virale, per divenire poi uno dei suoi maggiori successi commerciali.

Dal momento che il nostro protagonista non aveva particolari traumi infantili, niente fratello gemello morto né complessi edipici esacerbati e nemmeno faceva uso di droghe per sopportare il peso del successo, Hitchcock finisce per concentrarsi prevalentemente sulle problematiche che caratterizzarono la relazione del regista con la sua fedele collaboratrice nonché moglie Alma Reville. Ma presunti tradimenti (di lei con lo scrittore e sceneggiatore Whitfield Cooke – un gigionissimo Danny Huston – e di lui con le sue attrici) e  gelosie dei coniugi mostrano presto la corda e fanno scivolare la relazione tra i due, vero e proprio centro nevralgico del film, da una parte verso una telenovela sentimentale su flebili amori senili, dall’altra verso la “solita” retorica del grande talento incompreso, tipico delle compagne di vita dei grandi geni. A smorzare un po’ il dramma, che dramma non è, o almeno non appare poi allo spettatore come tale, ci pensa fortunatamente l’ottima interpretazione di Helen Mirren, ironica, vivace e intraprendente  moglie del pingue maestro, incarnato con un eccesso di mimesi da Anthony Hopkins. Mentre infatti per il resto del cast si è puntato su una rassomiglianza più vaga e suggerita, nel caso di Hopkins si è optato per un vistoso iperrealismo: ecco infatti il tipico broncio alla Hitchcock disegnarsi come in un fumetto sul volto dell’interprete, giusto a ridosso del doppiomento posticcio incollatovi ad arte poco più in basso. La mole è poi opportunamente gonfiata con la gommapiuma e la voce ricalca quella che introduceva gli episodi della serie tv Alfred Hitchcock presenta.

Il risultato è a dir poco straniante, al punto che di fronte all’evidenza del “falso” ci si scopre a ricercare più volte il “vero” volto dell’attore, celato sotto copiosi strati di make up. Pochi sono i guizzi cretivi di Gervasi e non tutti azzeccati, come ad esempio la scelta di affiancare di quando in quando al protagonista una personificazione di Ed Gein , l’efferato e necrofilo pluriomicida, che fu fonte di ispirazione per Robert Bloch – autore del romanzo da cui Psycho è tratto – quando creò il personaggio di Norman Bates. A parte una divertente scena in cui Gein (incarnato dall’attore Michael Wincott) veste i panni dell’immaginario psicanalista di Alfred Hitchcock, le altre sue comparsate sono assai meno funzionali e lo fanno apparire come una sorta di spiritello maligno pronto a dispensare cattivi consigli.
Gervasi non brilla dunque per intuizioni immaginifiche, se si eccettuano un paio di sequenze “acquatiche”, e non spinge sul pedale dell’ironia, il suo stile è guidato da un rispettoso volersi fare da parte di fronte al suo oggetto d’elezione al quale rende un affettuoso omaggio senza troppe pretese. Pazienza dunque se il plot si riduce a quello di un regista che non riesce a portare a termine il suo film senza avere al fianco  l’amata moglie, e se la nostra curiosità è appagata soltanto da sparuti dettagli sulle riprese, pochi e brevi istanti in cui il genio è davvero mostrato al lavoro. A trionfare nella visione di Hitchcock è in fin dei conti quel gusto voyeuristico da rotocalco, magari anche un po’ malsano, che spinge  a vedere se e quanto le star del cinema odierno riescono ad assomigliare a quelle del passato.

E allora forse è inutile preoccuparsi della prostetica appiccicata al volto di Hopkins, dei bigi golfini di una Jessica Biel/Vera Miles, delle curve eccessivamente morbide di una Scalet Johanson/Janet Leigh, dei sorrisini psicotici di James D’Arcy/Anthony Perkins (forse il più  somigliante al suo personaggio per doti fisiognomiche) e degli occhiali austeri Toni Collette/Peggy Robertson, fida assistente di Hitchcock. In fondo quelle che stiamo guardando sono tutte icone di un immaginario pop dove anche il cattivo gusto trova un posto in cui stare.

Info
Il sito ufficiale di Hitchcok.
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