Mean Streets

Mean Streets

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La violenza di Mean Streets, opera terza e primo capolavoro della filmografia di Martin Scorsese, non è solo cinematografica, ma reale: penetra sottopelle, come l’umore di una New York già livida, omicida, ferale. Con Harvey Keitel e Robert De Niro, un’opera seminale.

Nello Stige metropolitano

Little Italy. Il giovane Charlie Cappa tenta di farsi strada nell’ambiente in cui è cresciuto. Suo zio Giovanni, una delle più importanti personalità mafiose del quartiere, lo segue da vicino e gli affida alcuni lavori, come quello di farsi consegnare il pizzo dai commercianti della zona. Charlie vive un tormento interiore sia nei riguardi della vita che conduce sia verso la religione cattolica: il suo migliore amico, Johnny Boy, è un debitore incallito, strafottente e pazzoide; la donna che ama, Teresa, è l’epilettica cugina di Johnny Boy. Nonostante tutti gli sforzi di Charlie, il baratro si avvicina giorno dopo giorno… [sinossi]

Nel 1975 Claude Beylie ebbe modo di redigere una lunga intervista con Martin Scorsese per la rivista Ecran. Tra le varie interessanti annotazioni sparse che il regista italoamericano lancia ai lettori, sviscerando in ogni minimo particolare la propria poetica espressiva, ce n’è una che appare particolarmente rilevante: “La violenza appartiene alla vita. Dunque io la mostro. Samuel Fuller pensa che al cinema la violenza debba essere emotiva più che fisica. Io sono d’accordo e cerco di fare come lui. Anche se una situazione non è violenta in sé, v’è un certo modo di far dire il testo agli attori, di inquadrare la scena che fa sì che la violenza esploda. È una reazione a catena. Amo soprattutto il movimento, l’espansione in ogni senso… La violenza di Boxcar Bertha è più hollywoodiana che reale. Quella di Mean Streets è reale”.
Basterebbero i primi minuti di Mean Streets per comprendere fino in fondo la verità che si nasconde dietro alle parole di Scorsese: trainate dall’incedere ritmato e sognante di Be My Baby delle Ronettes le immagini cristallizzano gli attori in mezzo alle strade di Little Italy. Le strade, le insegne luminose, le centinaia di luminarie allestite per festeggiare nel migliore dei modi San Gennaro: è tutto qui Mean Streets, film che è prima di ogni altra cosa un’incursione, nostalgica e dolorosa, personale e universale, nel microcosmo newyorchese per eccellenza, lo stesso universo a se stante nel quale era stato svezzato Scorsese.

Quando pone la firma in calce a quello che si può indicare (senza timore di smentita) come il primo capolavoro di una carriera folgorante che, almeno per chi scrive, ne sfornerà almeno altri sei, Martin Scorsese ha da poco diretto il già citato Boxcar Bertha, ribattezzato in Italia America 1929 – Sterminateli senza pietà, tesa e cupa riflessione sull’epoca pre-New Deal e sulla repressione del sindacalismo statunitense. La sua opera prima, l’ammaliante ma slabbrato e ondivago Chi sta bussando alla mia porta?, già non lo rammenta più nessuno: ma è con Mean Streets che il nome del regista inizia a circolare al fianco di quei colleghi con i quali andrà a rifondare completamente le strategie estetiche e produttive di Hollywood. La violenza di Mean Streets è reale, ha ragione Scorsese: si infila sottopelle e con furibonda efficacia fa tracimare gli umori di una nazione allo sbando, e di una popolazione di origine italiana che vive a pochi millimetri dal baratro, in bilico, sospesa come la legalità di una terra senza padroni (o forse con troppi), dove anche il più miserabile degli sgarri corre il rischio di essere punito con la morte. Ma a suo modo Scorsese cela nelle pieghe nascoste di un noir acceso e crudele, vibrante e melanconico, la potenza deflagrante del documentario: la realtà che esploderà di lì a poco con il dittico composto da Italoamericani e American Boy: A Profile of Steven Prince mostra già qui i propri germi inequivocabili. Anche Robert De Niro e Harvey Keitel, destinati a diventare due volti imprescindibili dell’America contemporanea (e della geografia scorsesiana, con De Niro protagonista in otto pellicole del cineasta e Keitel in cinque) si immergono completamente nelle acque limacciose di questo Stige metropolitano, notturno e rapsodico, candido e ineluttabile come la storia d’amore tra il tormentato Charlie e l’epilettica Teresa.

Un esempio di puro cinema newyorchese, nonostante le riprese si siano svolte a Los Angeles per abbassare i costi di produzione: eppure la Grande Mela sembra quasi respirare nella quotidiana discesa agli inferi di Charlie, Johnny Boy e i loro amici. Scorsese, cinefilo prima ancora che cineasta, fa nascere Mean Streets anche dalle tante visioni accumulate nel corso degli anni, e a sua volta questo film irromperà nei percorsi creativi di molti registi a venire (vedere per credere alla voce As Tears Go By, esordio alla regia di Wong Kar-wai con Andy Lau a rincorrere i conflitti interiori di Keitel e un monumentale Jacky Cheung in un ruolo affine a quello di De Niro).

Info
Il trailer di Mean Streets.
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