Future Film Festival 2012 – Bilancio

Future Film Festival 2012 – Bilancio

Visti i tempi oscuri, la notizia più significativa di questa quattordicesima edizione del Future Film Festival è che sarà seguita dalla quindicesima: non è poco, tenuto conto dei tanti festival (meritevoli o meno) che cedono il passo. Il Future Film Festival 2012, pur ridimensionato, ha trovato una nuova sede – la Cineteca di Bologna – che ha restituito una certa vitalità e forse anche ottimismo alla kermesse, al pubblico e agli addetti ai lavori.

Perché, ed è necessario sottolinearlo, il cinema d’animazione trova il giusto spazio solo nei giorni del festival di Oscar Cosulich e Giulietta Fara: dove vedere, infatti, salvo sparute presenze nei festival maggiori, le opere di Hiroyuki Okiura, Keita Kurosaka, Makoto Shinkai, Masayuki Kojima o Ignacio Ferraras?
Durante le giornate bolognesi ci siamo potuti crogiolare tra un divertente documentario sul vulcanico Bill Plympton (Adventures in Plymptoons! di Alexia Anastasio) e le comiche disavventure dei tre yokai di A Letter to Momo di Hiroyuki Okiura; abbiamo rivisto gli ottimi Alois Nebel di Tomás Lunák, From Up on Poppy Hill di Goro Miyazaki e The Dark Side of the Sun di Carlo Shalom Hintermann, già passati alla Mostra del Cinema di Venezia e al traballante Festival di Roma; abbiamo ammirato pellicole che meriterebbero una degna distribuzione come Arrugas di Ignacio Ferreras, passando dalle follie nipponiche Deadball di Yudai Yamaguchi e Zombie Ass di Noboru Iguchi ad anteprime di pregio come Pirati! Briganti da strapazzo di Peter Lord. E, soprattutto, il Future Film Festival 2012 ci ha offerto una panoramica sullo stato di salute e sulle strade intraprese dalle industrie cinematografiche nazionali, dagli Stati Uniti al Giappone, passando per la Corea del Sud, la Francia, la Spagna.

Dall’animazione autoriale alla trita e ritrita animazione commerciale in computer grafica: tra concorso e fuori concorso, animazione tradizionale, plastilina, CG e 3D, possiamo avventurarci in alcune considerazioni. Dal Giappone arrivano sostanzialmente conferme, sia in positivo che (almeno parzialmente) in negativo. La nuova generazione – Goro Miyazaki con From Up on Poppy Hill, Makoto Shinkai con Children Who Chase Lost Voices from Deep Below, Hiroyuki Okiura con A Letter to Momo – segue la strada tracciata dai padri, riprendendone temi e stili. Tre storie adolescenziali, tre elaborazioni di un lutto, tre progetti ambiziosi. Il futuro appare roseo. Convince meno, ma è pur sempre un primo passo, Tibetan Dog di Masayuki Kojima: coproduzione tra Cina e Sol Levante che potrebbe/dovrebbe dare ancor più vigore all’animazione cinese. Soldi, talenti e tradizione non mancano: serve continuità produttiva. Perfettamente in linea con le precedenti e balbettanti produzioni in computer grafica, Naki: on the Monster Island di Takashi Yamazaki e Ryuichi Yagi aggiunge poco alla CG nipponica, in palese ritardo sui colossi a stelle e strisce. Infine, Midori-ko di Keita Kurosaka: un esperimento grafico affascinante ma narrativamente dal fiato corto, lontanissimo da qualsiasi logica commerciale. Plymptoniano nella forma ma non nella sostanza.

Spostiamoci in Corea del Sud per un solo ma significativo lungometraggio: Green Days – Dinosaur and I di Ahn Jae-hoon e Han Hye-jin-I sembra (finalmente!) rilanciare le ambizioni dell’animazione coreana, sostanzialmente ferma ai tempi di My Beautiful Girl, Mari (2002) di Lee Seong-kang e Wonderful Days (2003) di Kim Moon-saeng [1]. Sul fronte europeo le dinamiche sembrano essere sempre le stesse: mentre le produzioni in computer grafica scimmiottano i blockbuster statunitensi (più Dreamworks che Pixar, purtroppo), come il poco memorabile Un monstre à Paris di Bibo Bergeron, resiste l’animazione autoriale, orgogliosamente tradizionale – lo struggente Arrugas di Ignacio Ferreras, più del sopravvalutato Chico & Rita di Fernando Trueba, Javier Mariscal e Tono Errando – o persino nel rotoscopio tinto di noir del ceco e slovacco Alois Nebel di Tomás Lunák. Segnali importanti, anche se figli di una coproduzione internazionale, arrivano anche dal Bel Paese: The Dark Side of the Sun di Carlo Hintermann è un documentario con inserti animati quasi miracolosi. Almeno torniamo a sperare.

Infine, due pellicole da botteghino a confronto. Pirati! Briganti da strapazzo di Peter Lord è Aardman allo stato puro: plastilina, intuizioni narrative, trovate registiche, ammirevole accuratezza. Lorax – Il guardiano della foresta di Chris Renaud, tecnicamente ben realizzato e già campione di incassi negli Stati Uniti, denuncia ancora una volta tutti i limiti dell’animazione commerciale in computer grafica, spesso indifendibile dal punto di vista narrativo: il successo, anche nel Bel Paese, è comunque assicurato. Tra le pellicole live action, non molte, citiamo la migliore: Attack the Block di Joe Cornish, inusuale sci-fi che mescola invasioni aliene e delinquenza giovanile. Uscirà in sala a fine maggio e vale il prezzo del biglietto.

Chiudiamo con un augurio: poter tornare a commentare la retrospettive che hanno caratterizzato le passate edizioni del Future Film Festival. Da Tezuka a Trnka, dalla Toei agli anime delle origini, dall’animazione a passo uno iraniana a (persino!) Hastrup: scoperte, riscoperte, viaggi emozionanti nel passato del cinema d’animazione (e non solo), spunti per studiare, conoscere, non dimenticare. Torneranno i tempi migliori?

Note
1.
Lee ha poi diretto Yobi, the Five Tailed Fox (2007) e il live action Texture of Skin (2007).
Info
Il sito ufficiale del Future Film Festival 2012.

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