Diaz – Utopie e repressioni del pensiero (e del cinema) politico

Diaz – Utopie e repressioni del pensiero (e del cinema) politico

Solo all’apparenza l’uscita nelle sale di Diaz – Don’t Clean Up This Blood arriva dal nulla; c’è un intero sistema di pensiero, nella cultura occidentale, che nasce dalle ballate di Joe Hill, si sviluppa nel cuore del sindacalismo e arriva fino ai termosifoni insanguinati di Genova, alle proteste per il G8 e al massacro scientifico di ogni forma di utopia politica.

Diaz – Utopie e repressioni del pensiero (e del cinema) politico
Parte I – Breve viaggio nell’antagonismo

Don’t mourn for me: organize!
Non piangete per me: organizzatevi!
Ultime parole di Joe Hill prima dell’esecuzione nella prigione di Stato dello Utah, 1915

Negli anni Quaranta del secolo scorso, mentre si intensificava lo sforzo bellico in Europa e in Asia, gli Stati Uniti videro consolidarsi il fenomeno del sindacalismo e della consapevolezza sociale, in un’epoca in cui la spinta operaia conquistava giocoforza un ruolo di primaria importanza all’interno delle dinamiche politiche interne. Woody Guthrie, tra i principali e più sinceri cantori del disagio visto con gli occhi delle figure borderline della società (gli hobo, i diseredati, gli operai) e figlio ideale di quel Joe Hill che ha aperto questo breve viaggio storico/cinematografico, nella ballata Ludlow Massacre nel raccontare l’efferata repressione nel 1914 dei minatori in sciopero da parte della Guardia Nazionale assoldata da Rockefeller, affermava:

That very night you soldier waited
Until us miners were asleep
You snuck around our little tent town
Soaked our tents with your kerosene.

Negli Stati “Uniti” realmente da meno di un secolo – la guerra secessionista tra Nord e Sud del paese si conclude solo nel 1865 – le forze dell’ordine sono poste in difesa dei poteri forti, le grande industrie nazionali pronte ad armare le truppe inviate a combattere in giro per il mondo. Una realtà che trova spazio in quella letteratura che già anticipa la Beat Generation che esploderà a un decennio dalla fine della Seconda Guerra Mondiale, e che negli USA “roosveltiani” riesce a trovare una propria materializzazione cinematografica nonostante il rigore castrante del codice Hays, organo di controllo censorio e omologante (si prenda la celeberrima sequenza di Tempi moderni in cui l’inconsapevole Charlot diventa il leader di una manifestazione di reds). Omologazione e controllo, le due parole contro cui si scaglieranno sistematicamente tutti i movimenti di protesta da allora in avanti, cogliendone i segni sia nello sfrenato e opulento imperialismo capitalista sia nelle gargantuesche derive autoritarie del socialismo (ir)reale stalinista. Dato ripetutamente per morto, il movimento di protesta vedrà il conflitto confrontarsi via via con la richiesta di diritti civili condivisi e la lotta contro la guerra del Vietnam: un corpo fluido, blob salvifico che diventerà poi il protagonista dell’antagonismo militante che resisterò per tutti gli anni Ottanta in Italia dopo la miccia incendiaria del 1977, formando nel 1989 la “Pantera” che riporterà studenti liceali e universitari a occupare le sedi dell’impartizione del sapere. Il resto è storia recente, con il movimento No Global a rivendicare “un altro mondo possibile” e la repressione subita a Seattle, Stoccolma, Napoli e, ovviamente, Genova. La città ligure, epicentro di uno dei più gravi atti di sospensione della democrazia, è apparsa fin dal 2001 a molti come l’ennesima tomba delle forme di autodeterminazione e di protesta, prima che lo stato di crisi dell’occidente economico germinasse “Occupy Wall Street”.
Genova, comunque: il luglio del 2001 segna in ogni caso il punto di non ritorno di quel piano di soppressione delle alterità che troverà nel di poco successivo crollo delle Twin Towers la giustificazione coatta a ogni sopruso e vessazione, in nome di una difesa quantomeno arbitraria dello stile di vita occidentale. A distanza di quasi undici anni dai “fatti di Genova” (la morte di Carlo Giuliani, l’irruzione ingiustificabile nella Diaz e le atroci angherie compiute nella caserma di Bolzaneto) è possibile cogliere lo strappo ultimo tra Istituzioni e movimenti di massa, già preconizzato nel corso dei decenni precedenti dalla sinistra extraparlamentare; già nei primi anni Novanta gli slogan delle manifestazioni  (a partire dallo storico “chiediamo spazi, ci danno polizia, è questa la loro democrazia”) rinascono e si riverberano nelle rime e nei distici dell’underground rap nostrano, che infiamma la penisola musicale dell’epoca. Nel 1993, in Odio, i napoletani 99 Posse cantano:

e penso al 12 dicembre ’69
lo stato delle stragi, lo stato delle trame
e non ridono più tutti quei morti ammazzati
dai proiettili vaganti o dagli sbirri infiltrati
e sono solo in una piazza circondato dalla gente
sento dentro di me cosa dev’essere il niente
mi assale prepotente un’assordante rumore
sempre più distintamente sento battere un cuore
ma mi sfugge il suo corpo, è sfocato il suo sorriso
Auro è vivo nel mio cuore ma l’hanno ucciso
in quest’Italia bastarda di galera e fritti misti
dove sei uno di loro oppure non esisti…

Il riferimento alla tragica morte del diciannovenne Auro Bruni, bruciato vivo nel rogo doloso che distrusse il centro sociale romano “Corto Circuito” il 19 maggio del 1991 è ricorrente nei testi del periodo, come conferma Terra di nessuno degli Assalti Frontali. Proprio la band di Militant A, per l’occasione accompagnata dal post-rock dei Brutopop, nel 1993 sforna per la colonna sonora di Sud di Gabriele Salvatores il brano omonimo, nel quale si afferma:

Sud, se c’è un confine passa fin dentro il cuore
brucia, e la battaglia inizia
a ognuno la sua parte
dall’altra di guardia i carabinieri
nei secoli a chi fedeli?

La fine del millennio si avvicina, il tempo de Il Pci ai giovani!! di Pier Paolo Pasolini (“Quando ieri a Valle Giulia avete fatto a botte coi poliziotti, io simpatizzavo coi poliziotti! Perché i poliziotti sono figli di poveri.”) sembra essere un ricordo lontano e sbiadito. La polizia che invade le aule della Diaz manganellando l’inerme popolo di manifestanti confluiti da tutto il mondo a Genova per protestare contro il controllo del potere da parte del G8 non è figlia di poveri, o se lo è se l’è dimenticato in fretta e furia. La stessa furia che riversa su giovani e vecchi, indistintamente, per proteggere quell’ordine costituito che non viene mai messo in discussione. Eppure i vergognosi fatti dell’estate del 2001 portano con loro anche una deflagrazione positiva: il cinema italiano, tra la fine degli anni Novanta e l’inizio del Terzo Millennio copia sbiadita indegna della produzione di tre/quattro decenni prima, trova nel crollo dell’utopia la forza per cominciare a ricostruire sulle proprie macerie. Sul momento non fu qualcosa di percepibile, ma a distanza di oltre dieci anni appare chiaro come Genova abbia rappresentato un punto di svolta decisivo per le sorti della Settima Arte nostrana. Lo dimostra, non è neanche il caso di specificarlo, Diaz: Don’t Clean Up This Blood di Daniele Vicari, uscito finalmente in sala lo scorso venerdì dopo la presentazione in anteprima alla Berlinale e punto di arrivo di un percorso laterale, che ha lavorato tanto sul documentario quanto sulla finzione. Diaz è un film doloroso, necessario, a suo modo impensabile nell’Italia cinematografica di un decennio or sono e ancora oggi osteggiato: non solo perché dice la verità (quella accertata dai processi, alla faccia di chi accusa Vicari e la Fandango di aver portato a termine un’operazione faziosa) ma anche e soprattutto perché ha il coraggio di mostrare, donando nuovo vigore al cinema politico come immagine in movimento e non solo speculazione socio-filosofica. Un film di corpi, ansie, esaltazioni e repressioni, che si incolla agli occhi di chi ben ricorda quei terribili giorni genovesi ma che ha la forza di parlare anche a chi allora era troppo giovane per comprendere davvero ciò che stesse accadendo. Non un film “contro la polizia” – semplificazione a dir poco criminale, e che deve essere negata una volta per tutte – ma piuttosto contro le trame di uno Stato che è il primo, grande colpevole: e bisogna dare atto a Domenico Procacci, produttore di Diaz, di aver mostrato nel corso degli anni una coerenza etica e politica non comune. Perché, come i fatti di Genova (e lo si è scritto poc’anzi) in qualche modo derivano, decennio dopo decennio, dai canti di protesta di Joe Hill, minatore svedese trapiantato negli States, il film di Vicari non nasce dal nulla. Una storia che è forse utile raccontare…

Parte II
Diaz – Utopie e repressioni del pensiero (e del cinema) politico

Avere ragione
La gioventù politicizzata, per quanto possa apparire strano, nel cinema italiano ha trovato culla nella produzione di Domenico Procacci, e in modo particolare nel più improbabile dei cantori, quel Gabriele Muccino che mise in scena pulsioni e rivoluzioni (im)possibili e velleitarie in Come te nessuno mai… [continua a leggere]

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Recensione
Diaz: Don’t Clean Up This Blood
di Daniele Vicari | Italia, Francia, Romania 2012
con Claudio Santamaria, Jennifer Ulrich, Elio Germano.
La brutalità della macrosequenza dell’irruzione nella scuola Diaz di Genova è prima di tutto un atto di giustizia, una scelta estetica ammirevole. L’unica possibile. Non c’era spazio per il fuori campo, per le ellissi narrative, per qualche svolazzo metaforico… [continua a leggere]

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Incontro stampa
Daniele Vicari e Domenico Procacci
Diaz: Don’t Clean Up This Blood
Si è svolto a Roma l’incontro con la stampa organizzato dalla Fandango per parlare del lancio di Diaz: Don’t Clean Up This Blood. Invitati soprattutto redattori e collaboratori di riviste on line. La ragione di ciò è stata resa evidente dalle battute iniziali dell’insolita conferenza stampa, per quanto risulti forse inappropriato definirla così… [continua a leggere]

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Info
Diaz: Don’t Clean Up This Blood su facebook.
Il trailer di Diaz: Don’t Clean Up This Blood.
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