Diaz – Utopie e repressioni del pensiero (e del cinema) politico – Parte II

Diaz – Utopie e repressioni del pensiero (e del cinema) politico – Parte II

La gioventù politicizzata, per quanto possa apparire strano, nel cinema italiano ha trovato culla nella produzione di Domenico Procacci, e in modo particolare nel più improbabile dei cantori, quel Gabriele Muccino che mise in scena pulsioni e rivoluzioni (im)possibili e velleitarie in Come te nessuno mai…

Diaz – Utopie e repressioni del pensiero (e del cinema) politico
Parte II – Avere ragione

Certo eravamo giovani,
eravamo arroganti,
eravamo ridicoli,
eravamo eccessivi,
eravamo avventati,
ma avevamo ragione!
Abbie Hoffman, prefazione di Anti-Disciplinary Protest.

Su questa citazione si apre Come te nessuno mai di Gabriele Muccino, mentre in sottofondo stralci di interventi radiofonici e giornalistici scandiscono lo scorrere del tempo, dagli scontri di piazza del maggio del 1968 fino alla vittoria de L’Ulivo alle elezioni del 1996. Quando l’opera seconda di Muccino approda in anteprima alla Mostra del Cinema di Venezia, nel 1999, in pochi sembrano in grado di comprenderne il reale valore: la stragrande maggioranza degli interventi critici si sofferma sulla struttura da teenage-movie della sceneggiatura, sull’utilizzo della steadycam, sulla scelta di lavorare con un gruppo di attori sconosciuto ed esordiente. Tutto vero, ma in realtà Come te nessuno mai ha un pregio piuttosto raro nel panorama cinematografico italiano nel quale fa la sua apparizione: Muccino, altrove portavoce di una poetica borghese artefatta, riesce a dare voce ai vagiti politici, ancora indecisi e immaturi, di una generazione che ha ricevuto in lascito dal movimento della Pantera il dovere all’insubordinazione e all’autodeterminazione ma ancora non è pienamente cosciente. I ragazzini innamorati, arrabbiati e contestatari del film, sedicenni alle prese con l’occupazione di un liceo romano, possiedono una naturale sincerità che fotografa con precisione l’Italia di fine anni Novanta, appena uscita dal primo fallimentare governo Berlusconi e alle prese con la vittoria del centro-sinistra. Sono loro, o giovani come loro, che di lì a un paio di anni affolleranno le strade prima di Napoli e poi di Genova e subiranno sulla propria pelle il ruggito imbastardito di un progetto politico che sfrutta la piazza per destabilizzare la popolazione e gettare discredito sul movimento – e sarebbe il caso di ricordare le parole di Francesco Cossiga sulla morte di Carlo Giuliani, ricollegandole anche all’omicidio di Giorgiana Masi, uccisa in piazza nel 1977, con Cossiga ministro dell’interno – e, letto in quest’ottica, Come te nessuno mai sembra anche in grado di materializzare le rivendicazioni del movimento No Global che esploderanno di lì a poco. Il film, distribuito da RaiCinema, è prodotto dalla Fandango di Domenico Procacci – con Gianluca Arcopinto nelle vesti di produttore esecutivo.

Procacci, nonostante alcuni passaggi a vuoto nel corso di una carriera lunga oltre venti anni (l’esordio è con Il grande Blek di Giuseppe Piccioni, nel 1987), ha più volte dimostrato di essere in grado di leggere la società italiana attraverso le produzioni da lui curate: per avere riprova di ciò basta (ri)vedere, al di là di casi eclatanti come il cinema di Matteo Garrone, titoli quali Le mani forti di Franco Bernini, Velocità massima di Daniele Vicari e La guerra di Mario di Antonio Capuano. Ma è proprio la neo-strategia della tensione genovese a rappresentare un caso a parte all’interno dei lavori della Fandango: nel 2002, insieme a Indigo Film e BigSur, Procacci produce il documentario Don Vitaliano, che Paolo Pisanelli costruisce sulla figura del parroco di Sant’Angelo a Scala, personaggio di spicco del movimento No Global. La disobbedienza civile di Don Vitaliano irrompe anche nella canicola di Genova, e si tratta del primo documentario ad affrontare direttamente la barbarie del G8 (eccezion fatta per il lavoro collettivo Un altro mondo è possibile, instant-doc coordinato da Francesco Maselli e cui presero parte tra gli altri Guido Chiesa, Francesca Comencini, Wilma Labate, Mario Monicelli, Paolo Pietrangeli, Gillo Pontecorvo, Gabriele Salvatores, Ettore Scola e Daniele Segre) contestualmente a Carlo Giuliani, ragazzo di Francesca Comencini. Il percorso di metabolizzazione di quanto accaduto in Liguria prosegue per Procacci l’anno successivo con Ora o mai più, opera terza di Lucio Pellegrini che, seguendo un tracciato narrativo non dissimile a quello affrontato da Stuart Hagmann nel 1970 per il barricadero Fragole e sangue, parte dalla commedia per sprofondare nella violenta follia delle strade di Genova: il protagonista finisce addirittura alla Bolzaneto, dove subisce torture di ogni tipo prima di essere restituito al mondo “libero”, svuotato però in ogni minimo desiderio. È come se gli adolescenti di Come te nessuno mai fossero stati costretti a confrontarsi a muso duro con l’esterno: non c’è più l’autoreclusione a suo modo rassicurante nel ventre della scuola, ma solo la prigionia coatta, resa ancor più insopportabile dalla crudeltà di chi dovrebbe garantire la sicurezza dei cittadini, e se ne fa beffe ricorrendo sistematicamente all’abuso di potere. Film diseguale e solo a tratti convincente, Ora o mai più ha però il pregio di spalancare al cinema italiano le porte della caserma di Bolzaneto, lanciando un monito sul rischio di dimenticare troppo in fretta quello che è avvenuto. Per alcuni anni anche la stessa Fandango sembra tralasciare l’inferno del 2001, salvo tornare alla carica con il documentario di Carlo A. Bachschmidt Black Block, che lo scorso settembre è stato mostrato in anteprima al Lido: un film potente, ma che non sempre ha la capacità di allargare la visuale a trecentosessanta gradi su ciò che ha davvero significato Genova per la storia politica italiana. Una prova tecnica di dittatura, con retaggi di stampo argentino e cileno e la negazione dei più basilari diritti democratici: un crimine di portata enorme per il quale molti dei colpevoli non pagheranno mai, a partire da Gianfranco Fini, che (con il Terzo Polo ancora ben lontano dall’essere ideato) gestì le operazioni dalla stanza dei bottoni del quartier generale del G8.

Ecco, forse l’unico difetto che si può ascrivere a Diaz: Don’t Clean Up This Blood di Daniele Vicari – punto d’arrivo di questo breve excursus sulla produzione “procacciana” – è quello di non soffermarsi su questi dettagli e di sacrificare alcuni dei nomi reali, probabilmente per non rischiare querele o denunce per diffamazione: ma si tratta di una colpa perfettamente perdonabile per un film che ha il coraggio di ragionare su un passato che è ancora recente, quasi presente visto l’immobilismo atavico della politica italiana. Per una volta il cinema italiano non gira la testa dall’altra parte ma si confronta con il proprio vissuto e lo analizza nei minimi particolari, costringendo lo spettatore a tenere sempre gli occhi aperti su una barbarie che non è violenza gratuita (come vorrebbero etichettarla i detrattori della pellicola, benpensanti reazionari) ma pura e semplice memoria della verità storica. Perché a volte si corre il rischio di dimenticare che saremo anche stati giovani, arroganti, ridicoli, eccessivi e avventati… Ma avevamo ragione.

Parte I
Diaz – Utopie e repressioni del pensiero (e del cinema) politico

Breve viaggio nell’antagonismo
Solo all’apparenza l’uscita nelle sale di Diaz – Don’t Clean Up This Blood arriva dal nulla; c’è un intero sistema di pensiero, nella cultura occidentale, che nasce dalle ballate di Joe Hill, si sviluppa nel cuore del sindacalismo e arriva fino ai termosifoni insanguinati di Genova, alle proteste per il G8 e al massacro scientifico di ogni forma di utopia politica… [continua a leggere]

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Recensione
Diaz: Don’t Clean Up This Blood
di Daniele Vicari | Italia, Francia, Romania 2012
con Claudio Santamaria, Jennifer Ulrich, Elio Germano.
La brutalità della macrosequenza dell’irruzione nella scuola Diaz di Genova è prima di tutto un atto di giustizia, una scelta estetica ammirevole. L’unica possibile. Non c’era spazio per il fuori campo, per le ellissi narrative, per qualche svolazzo metaforico… [continua a leggere]

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Incontro stampa
Daniele Vicari e Domenico Procacci
Diaz: Don’t Clean Up This Blood
Si è svolto a Roma l’incontro con la stampa organizzato dalla Fandango per parlare del lancio di Diaz: Don’t Clean Up This Blood. Invitati soprattutto redattori e collaboratori di riviste on line. La ragione di ciò è stata resa evidente dalle battute iniziali dell’insolita conferenza stampa, per quanto risulti forse inappropriato definirla così… [continua a leggere]

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Info
Diaz: Don’t Clean Up This Blood su facebook.
Il trailer di Diaz: Don’t Clean Up This Blood.
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