The Front Line

The Front Line

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Antimilitarista e pacifista, assai equilibrato nel rappresentare il conflitto tra le due Coree, The Front Line sfugge alla sovrabbondante retorica di magniloquenti produzioni dal retrogusto nazionalista come My Way e Brothers of War di Kang Je-kyu, mettendo in scena con efficacia l’orrore e la follia della guerra. Un war movie che riesce a mediare tra necessità spettacolari e una più che rispettabile poetica umanista. Presentato al Far East Film Festival 2012.

La collina del disonore

Gang Eun-pyo è un tenente mandato alla collina Aero-K per investigare su alcune losche attività fra i soldati sudcoreani. Pare che il precedente capitano della compagnia sia stato ucciso dalle sue stesse truppe e che una lettera mandata da un sodato nordcoreano alla madre nel Sud sia stata spedita da qui. I suoi superiori sospettano che dietro ci sia la mano di un simpatizzante comunista. Gang arriva e scopre un bel campionario di soldati esausti e disillusi. Ritrova anche il suo compagno d’università Kim Soo-hyuk, il quale pare drasticamente cambiato dopo essere stato per qualche tempo prigioniero dell’esercito nordcoreano… [sinossi – catalogo Far East Film Festival 2012]

Accolto dal pubblico sudcoreano senza particolari entusiasmi, il lungometraggio bellico The Front Line (Go-ji-jeon, 2011) merita invece particolare attenzione. Affidato alla regia dell’emergente Jang Hun, già assistente di Kim Ki-duk e autore di due pellicole [1], e impreziosito come nella migliore tradizione dell’industria cinematografica coreana da un ottimo cast [2], il film è la cruda cronaca di un inutile e insensato massacro. Antimilitarista e pacifista, nonché assai equilibrato nel rappresentare il conflitto tra le due Coree, The Front Line sfugge alla sovrabbondante retorica di magniloquenti produzioni dal retrogusto nazionalista come My Way (2011) e Brothers of War – Sotto due bandiere (2004) di Kang Je-kyu, mettendo in scena con efficacia l’orrore e la follia della guerra. Accostabile al sottostimato Hamburger Hill – Collina 937 (1987) di John Irvin, l’opera terza di Jang non arretra infatti di fronte alle sanguinarie dinamiche che regolano gli scontri per un fazzoletto di arida terra e nude rocce, cercando di scandagliare l’umanità dei combattenti, ridotti oramai a macchine di morte e carne da macello.

Emblematica è senza dubbio l’ambientazione, una collina senza valore che giorno dopo giorno viene persa e riconquistata, cambiando continuamente bandiera: un gigantesco cimitero, coi cadaveri che vengono sepolti su altri cadaveri. E Jang, pur dirigendo con maestria le sequenze di combattimento, non cerca (quasi) mai il facile effetto spettacolare ma pone l’accento, anche visivamente, sull’incomprensibile sacrificio dei soldati. I drammatici attacchi dei battaglioni, la loro salita verso una vetta insanguinata, come la resistenza delle truppe asserragliate nelle trincee, intrappolate come topi, ci restituiscono non solo un senso di orrore – le braccia maciullate, i corpi smembrati, i fiumi di sangue – ma azzerano qualsiasi tentazione di glorificazione. Non c’è spazio per gli atti eroici, per l’amor di patria, per una medaglia sul petto, ma solo per un disperato attaccamento alla vita o a quello che resta. E quello che resta può essere peggio della morte sul campo di battaglia.

Jang e lo sceneggiatore Park Sang-yeon fanno slittare sequenza dopo sequenza l’indagine dell’ufficiale Gang Eun-pyo (Shin Ha-kyun) e la brutalità delle decisioni dei vertici militari, così come il rapporto tra Eun-pyo e Soo-hyuk o la ricerca del misterioso e implacabile cecchino “Due secondi”, verso il vero e doloroso nucleo tematico della pellicola: il fronte (e più in generale la guerra) come punto di non ritorno, come spartiacque non solo tra la vita e la morte, ma tra umanità e disumanità. La guerra corrompe ancor prima di uccidere, e uccide anche chi è riuscito a sopravvivere: le missioni suicide, i colpi infallibili di “Due secondi” e i bombardamenti aerei degli americani – il vero vertice militare e politico – sono impresse nella psicologia dei personaggi, curati con particolare attenzione, e negli occhi degli attori. The Front Line è un war movie che riesce a mediare tra necessità spettacolari, peraltro legittime, e una più che rispettabile poetica umanista: sulla maledetta collina, metafora di un conflitto Nord-Sud che si trascina da decenni, scorre il sangue ma allo stesso tempo risuona una canzone di pace, in una delle sequenze più suggestive della pellicola. È l’ultimo appiglio alla vita, il ricordo dei sogni e delle speranze, il rimpianto di una vecchia amicizia, di un amore mai vissuto, di un popolo diviso da confini tracciati a matita.

Note
1. Il patinato Rough Cut (2008) e il più convincente Secret Reunion (2010), che metteva in scena in una spy story di ambientazione contemporanea e dai toni indubbiamente meno cupi l’annoso conflitto politico e militare tra Nord e Sud.
2. Shin Ha-kyun è l’ufficiale del centro anti-spionaggio, Ko Soo veste i panni del valoroso e cinico Kim Soo-hyuk, Lee Je-hoon interpreta il capitano morfinomane, mentre il ruolo del carismatico ufficiale nordcoreano è affidato a Ryu Seung-ryong. Tra i bravi comprimari merita una citazione almeno il rubicondo caratterista Go Chang-seok (il reduce della guerra in Manciuria), già apprezzato in Going by the Book e Rough Cut.
Info
The Front Line sul sito del Far East Film Festival .
Il trailer di The Front Line.
The Front Line sul sito del Kofic.
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