Oltre le colline

Oltre le colline

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Con Oltre le colline Cristian Mungiu, tra i principali cantori del nuovo cinema rumeno, firma una requisitoria contro l’ortodossia religiosa.

Ortodossia

Dopo essere tornata dalla Germania in un isolato convento ortodosso in Romania, Alina ritrova l’amica Voichita, che ama dai tempi in cui si erano incontrate da bambine in orfanotrofio. Alina vorrebbe convincere Voichita a lasciare la Romania e a seguirla in Germania, ma l’amica ha ormai trovato conforto nella fede e considera le suore e il sacerdote come una famiglia. Nel tentativo di riconquistare Voichita, Alina entra in competizione con il sacerdote ma, dopo essere finita in ospedale, viene ritenuta da tutti posseduta dal demonio e, in seguito ad alcuni comportamenti inspiegabili, in convento si vedono costretti a legarla a un tavolo di legno per evitare che possa fare o farsi male. Con l’aggravarsi della situazione, il prete e le suore decidono di mettere in atto un esorcismo il cui risultato sconvolge Voichita per sempre. [sinossi]
Per comprendere fino in fondo l’impatto che il cinema di Cristian Mungiu ha sul pubblico basterebbe forse citare la reazione della sala al termine di un film come Oltre le colline (Dupa dealuri è il titolo originale), presentato in concorso alla sessantacinquesima edizione del Festival di Cannes: un lungo, persistente silenzio accompagnato da qualche applauso timoroso e dal classico sospiro di chi torna a respirare dopo una lunga apnea. Al di là di ciò che si può o meno pensare dell’approccio registico di Mungiu – molti sono i detrattori della sua poetica espressiva, discorso valido anche per altri registi della “nuova onda” rumena dell’ultimo decennio – è indubbio che la potenza visiva delle sue opere schiacci lo spettatore, costringendolo a una sensazione soffocante.
Elemento che contraddistingue con forza anche Oltre le colline, opera terza del cineasta nativo di Iasi, epicentro culturale e politico della Moldova rumena: la storia del rapporto d’amicizia e amore tra le giovani Alina e Voicihita, ambientato nel brullo paesaggio di un piccolo monastero rurale ortodosso, racchiude al suo interno gran parte dei punti fermi della prammatica autoriale di Mungiu. La messa in scena di una Romania ancora ben lontana dal superamento di superstizioni e dal raggiungimento di una reale democrazia popolare era già presente nel clamoroso 4 mesi, 3 settimane e 2 giorni, che trionfò meritatamente a Cannes nel 2007 (sempre a Cannes nel 2002 era stata presentata l’opera prima di Mungiu, l’ottimo Occident), e anche in quel caso a dominare lo schermo era la storia di due amiche: la donna, figura ancora posta ai margini della società rumena, rappresenta dunque il grimaldello essenziale in mano a Mungiu per scardinare le certezze ipocrite di parte dei suoi connazionali.

Da un punto di vista strettamente stilistico, Oltre le colline procede per blocchi granitici, lunghi segmenti in cui il rigore formale si lega alla costruzione di una naturale empatia tra spettatore e protagoniste: la vita nel convento è inquadrata attraverso una parcellizzazione dello spazio che acuisce il senso di ineluttabile prigionia sprigionato anche dall’acuta sceneggiatura. Cinema dell’asfissia, dal quale è praticamente impossibile uscire indenni e che devasta, sfiancando sia la naturale resistenza fisica – il film si protrae fino alle due ore e mezza di durata – sia la concezione di Bene e Male.

Come già evidenziato in 4 mesi, 3 settimane e 2 giorni lo sguardo di Mungiu è profondamente laico, il che costringe il film a una dura riflessione sulla vita monacale del mondo ortodosso (ma il discorso può essere allargato a qualsiasi credo religioso, ovviamente). Mondo che viene narrato attraverso lunghe sequenze esemplificative, in grado di sconvolgere e divertire allo stesso tempo – si veda il paradigmatico frammento in cui all’irrequieta Alina vengono elencati, uno per uno, tutti i peccati che è possibile compiere agli occhi di Dio – e di aprire squarci di purissima poesia del quotidiano. Ma a provocare lo scarto di senso che rimarca ancora una volta l’eccellente personalità autoriale di Mungiu è la dolorosa storia d’amore lesbico – mai materializzata sullo schermo, ed evocata solo al passato – tra Alina e Voichita: un rapporto destinato al fallimento eppure coinvolgente fino alle lacrime, tenero e disadorno, come tutto il cinema di Mungiu. Cinema che si dimostra una volta di più pervicacemente frammentario, lontano dalla struttura narrativa classica ma anche ben distante dalle secche dell’elitarismo che affligge alcuni autori europei.

Se poi si vuole trovare il definitivo punto di contatto che lega Oltre le colline ai film degli altri grandi registi del cinema contemporaneo rumeno (Corneliu Porumboiu, Cristi Puiu, Catalin Mitulescu, Radu Muntean, il compianto Cristian Nemescu) bisogna rintracciarlo nello splendido finale, in cui il film vola improvvisamente altrove, staccandosi dalla realtà raccontata fino a quel momento eppure continuando a indagarla volgendo lo sguardo dall’altra parte, quel fuori campo che non è stato raccontato. Potere di uno dei cineasti più teorici e consapevoli del cinema europeo contemporaneo.

Info
La scheda di Oltre le colline sul sito del Festival di Cannes.
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