Viaggio in Paradiso

Viaggio in Paradiso

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Lo script di Viaggio in Paradiso spacca letteralmente in due tronconi l’operazione, affiancando il più classico dei prison movie all’action vecchio stampo. A convincere è senza alcun dubbio la seconda parte, quando l’azione prende il sopravvento sul genere carcerario e dalle parole si passa definitivamente ai fatti.

Ci vuole fegato!

Mentre prova a varcare il confine messicano con appresso una grossa quantità di denaro rubato, il criminale Driver viene arrestato dalle autorità ispaniche e rinchiuso nell’infernale prigione di El Pueblito, regno di spacciatori e efferati assassini. In un universo contraddistinto da corruzione, violenza, droga, alcol e abusi sessuali, l’uomo scopre lentamente come sopravvivere e tornare sulla via della legalità grazie a un bambino di nove anni. Il piccolo viene tenuto tra le sbarre per il suo prezioso gruppo sanguigno, utile per le trasfusioni del pericoloso Javi, in attesa di trapianto del fegato. In barba ai poliziotti e alla rigida osservanza del tacito codice dei detenuti… [sinossi]

Nelle aule parlamentari italiane e non solo sì discute un giorno si e l’altro pure del sovraffollamento nelle carceri e delle conseguenti violazioni dei diritti umani perpetrate al loro interno, ma una volta viste le immagini che vanno a comporre gran parte delle sequenze di Viaggio in Paradiso ci si rende conto che c’è molto di peggio in circolazione. La sostanziale differenza potrebbe essere che nel film diretto da Adrian Grunberg l’aspetto romanzato, i luoghi, i personaggi e le dinamiche narrative che muovono il tutto, siano il frutto della creatività dello sceneggiatore di turno, ma non è così. Anche se si tratta di un lungometraggio interamente di finzione, basato su uno script che mescola elementi drammaturgici di pura fantasia, il fattore spazio-topografico e alcune sue peculiarità purtroppo con l’immaginazione non hanno nulla a che fare. Questo perché la location dove il regista di origini argentine ha ambientato il suo esordio dietro la macchina da presa, dopo una lunga gavetta da aiuto e assistente alla regia, esiste realmente, ossia il Centro de Readaptacion Social de la Mesa, meglio conosciuto come El Pueblito (piccola città), la più famigerata prigione messicana fondata nel 1956 a Tijuana. Ricostruito per esigenze logistiche e produttive in un altro penitenziario del Messico dismesso dal 2010, l’Ignacio Allende, El Pueblito è nato per contenere circa 2000 detenuti, numero accresciuto a dismisura nei decenni successivi quando è diventato proprietà privata degli “ospiti” stessi e delle rispettive famiglie al seguito, che lo hanno trasformato in una baraccopoli circoscritta da mura altissime regolata da leggi proprie e da un vero e proprio mercato a cielo aperto dove fare acquisti di ogni sorta. Insomma, un autentico girone dantesco dove omicidi, corruzione e commerci illegali (droga e prostituzione), sono all’ordine del giorno in quella che è a tutti gli effetti una città-stato

In questo habitat innaturale si sbranano quotidianamente come animali in gabbia, uomini e donne, compreso il protagonista di Viaggio in Paradiso interpretato dal redivivo Mel Gibson che, dopo essere ritornato sul set della collega Jodie Foster per Mr. Beaver in seguito alla bufera legale che lo ha travolto nelle ultime stagioni, si rituffa corpo e anima in una pellicola dall’alto tasso adrenalinico.
L’attore si cala nei panni di Driver, un fuorilegge che a El Pueblito ci finisce a causa di una rapina andata male. Come il protagonista di Cella 211 impara via via l’arte della sopravvivenza in territorio ostile, diventandone parte integrante. Gibson ritrova lo smalto di una volta, lasciando intravedere sprazzi di quella follia interpretativa con la quale dava forma e sostanza al celebre personaggio di Martin Riggs in Arma letale. Solo sprazzi però, che non bastano a fargli scrollare di dosso la ruggine accumulata nel periodo di inattività. Gibson, infatti, alla pari di Driver funziona a fasi alterne, esattamente come l’andamento oscillante assunto dal film di cui è il centro di gravità permanente.

Lo script di Viaggio in Paradiso spacca letteralmente in due tronconi l’operazione, affiancando il più classico dei prison movie all’action vecchio stampo. In tal senso, a convincere è senza alcun dubbio la seconda parte, quando l’azione prende il sopravvento sul genere carcerario e dalle parole si passa definitivamente ai fatti. A giovarne è in primis l’attore americano che pistola alla mano inizia finalmente a ingranare nel momento stesso in cui è costretto a uccidere per non essere ucciso a sua volta. La componente dinamitarda si impossessa dello schermo e il film smette di girare a vuoto con sequenze dal ritmo forsennato che divertono e coinvolgono, come nel caso della sparatoria tutti contro tutti nel cortile o quella contro esercito e polizia che precede l’epilogo, entrambe decelerate attraverso un gioco di rallenti ben congeniato che frantuma ed esaspera la temporalità dell’atto, riportando alla mente gli allegri giochi al massacro del primo Rodriguez.

Info
Il trailer di Viaggio in Paradiso.
Viaggio in Paradiso sul canale Film su YouTube.
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