Paradise: Love

Paradise: Love

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Cinico, volgare, crudele, respingente, noioso, gratuito e tutto quel che segue. Paradise: Love di Ulrich Seidl è un pugno nello stomaco, per molti insopportabile. In concorso a Cannes 2012.

Una vacanza bestiale

Sulle spiagge del Kenya vengono chiamate Sugar Mamas: si tratta di donne europee che praticano il turismo sessuale e vanno in cerca di giovani africani disposti a fare sesso con loro in cambio di denaro. Teresa, una cinquantenne austriaca, si reca in uno di questi paradisi naturali in cerca di compagnia. La donna passa così da un amante all’altro, e da una delusione all’altra… [sinossi]
Hakuna Matata!
What a wonderful phrase
Hakuna Matata!
Ain’t no passing craze
Hakuna Matata
(Elton John, Tim Rice)

Cinico, volgare, crudele, respingente, noioso, gratuito e tutto quel che segue. Paradise: Love (Paradies: Liebe) di Ulrich Seidl è un pugno nello stomaco, per molti insopportabile. Non-cinema, dicono alcuni, da rifiutare dalla prima all’ultima inquadratura. Era già successo con le opere precedenti, soprattutto Canicola (Hundstage, 2001), la più celebre, premiata alla Mostra del Cinema di Venezia.

Sì, Paradise: Love è effettivamente crudele. Crudele come la verità. Crudele perché annienta la magia del cinema, perché con i suoi quadri fissi si inabissa nel nostro rimosso, nelle tante zone d’ombra della dominante economia e cultura occidentale. Seidl mostra senza filtri il turismo sessuale praticato da attempate signore austriache e tedesche, ma soprattutto mette in scena con lucidità e rigore lo squilibrio tra nord e sud del mondo, tra ricchi e poveri, tra carnefici e vittime. E in questo cortocircuito di sesso (amore?) e denaro, il ruolo vittima/carnefice si rovescia, si confonde, in una discesa agli inferi senza più freni inibitori. L’amore diventa palesemente sesso: carne fresca da divorare voracemente e gonfi portafogli da sgonfiare. E lo spettatore occidentale è costretto a fare i conti con se stesso: Teresa è la nostra vicina di casa, è nostra zia, persino nostra madre. Teresa siamo noi, colti e benestanti, religiosi e amorevoli. E quello che teniamo lontano dagli occhi, che spazziamo con noncuranza sotto il tappeto, non amiamo vederlo al cinema, fotografato con clinica precisione da Seidl.

Non c’è paradiso, non c’è amore. Paradise: Love svela sequenza dopo sequenza l’ipocrisia, mette un’amorevole madre di fronte al proprio squallore: la ricerca di calore e bellezza diventa presto una prova di forza, di sopraffazione, quasi di vendetta. Sicuramente di disprezzo. Un’immagine ci lascia storditi, ancor più dell’estenuante sequenza di (mancato) sesso a cinque: alcuni giovani uomini accompagnano la passeggiata sulla spiaggia della protagonista con acrobatiche capriole, richiamando la gag delle simpatiche scimmiette che Teresa aveva cercato invano di fotografare, appena arrivata nella sua camera vista mare in Kenya. Il cerchio si è chiuso, le immagini si sovrappongono nei nostri occhi, ma il senso era chiaro fin dall’inizio e adesso lo è anche per Teresa: il suo viaggio è un safari, è una caccia a uomini che sono visti come animali. Hakuna matata, non ci sono problemi, le signore hanno i soldi e il materiale umano abbonda, arrendevole, corrotto per bisogno, a sua volta cinico, ma senza scelta.

Povera idiota” dice in swahili la moglie di Munga, perfettamente calata nei panni della sorella con figlio a carico, a Teresa, ricca europea da mungere fino alla fine dell’incanto. È la recita oscena del turismo sessuale, il gioco di ruolo che nutre intere famiglie, in Kenya e in giro per il mondo – ci torna in mente lo strepitoso Whores’ Glory di Michael Glawogger, altro cineasta austriaco di impietoso talento [1]. E il pedinamento di Seidl comincia non a caso dal lavoro di Teresa, dal focolare domestico, dal suo ruolo di madre: il contrasto con la Teresa kenyana è stridente, svilente ma non osceno. Il pene del ragazzo che non soddisfa le quattro amiche, il rifiuto del malcapitato Jusphat [2], incapace di spingersi fino al sesso orale, la ricerca sempre più compulsiva di uomini: non sono buone le donne bianche. Teresa non è Carré Otis. E nemmeno Charlotte Rampling. E ogni inquadratura di Seidl è uno schiaffo che costringe lo spettatore a svegliarsi dal sogno. Il paradiso è altrove, il paradiso non siamo noi.
In corsa per la Palma d’oro alla sessantacinquesima edizione del Festival di Cannes, Paradise: Love è il primo capitolo di un’annunciata e ambiziosa trilogia. Paradise: Faith e Paradise: Hope i capitoli successivi. La verità è crudele.

Note
1. Inevitabile citare Verso il sud (Vers le sud, 2005) di Laurent Cantet, film da recuperare per uno stimolante confronto stilistico.
2. Jusphat, il barman deriso dalle due amiche in una delle sequenze iniziali: Seidl tratteggia perfettamente lo strisciante razzismo occidentale che spesso si mescola col pietismo ipocrita, che più volte farà capolino del corso del film.
Info
Il sito ufficiale di Paradise: Love.
Il trailer di Paradise: Love.
Paradise: Love su facebook.
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