Reality

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Presentato in concorso e premiato col Gran Prix a Cannes 2012, il post-Gomorra di Matteo Garrone è Reality, grottesco e doloroso racconto morale sull’Italia contemporanea, un percorso attraverso vizi e distonie della “repubblica delle antenne”, annichilita nel corso dell’ultimo trentennio dallo strapotere del tubo catodico.

Never Give Up

Luciano è un pescivendolo napoletano che per integrare i suoi scarsi guadagni si arrangia facendo piccole truffe insieme alla moglie Maria. Grazie a una naturale simpatia, Luciano non perde occasione per esibirsi davanti ai clienti della pescheria e ai numerosi parenti. Un giorno, spinto dai familiari, partecipa a un provino per entrare nel “Grande Fratello”. Da quel momento la sua percezione della realtà non sarà più la stessa… [sinossi]

A volte è interessante riavvolgere il nastro prima della recensione di un film e tornare indietro fino alle “intenzioni di regia”: in attesa che Reality fosse presentato alla stampa internazionale di Cannes, dove il film è stato accolto in concorso, Matteo Garrone affermava “Dopo Gomorra volevo fare un film differente, cambiare il registro. È per questo che ho provato a dirigere una commedia. Reality ha preso corpo da una storia vera, che abbiamo adattato per riflettere sul nostro ambiente, sul mondo contemporaneo e anche per compiere un viaggio attraverso una nazione”.

Indubbiamente i tratti essenziali di Reality si muovono in maniera decisa nella direzione indicata dal regista italiano: le timbriche umorali virano dal realismo neomelodico che irrompeva sulle immagini di Gomorra verso un grottesco gentile, popolare nel senso felliniano del termine; allo stesso tempo appare evidente fin dalla prima sequenza che il film aspiri a tracciare un percorso attraverso vizi e distonie della “repubblica delle antenne”, annichilita nel corso dell’ultimo trentennio dallo strapotere del tubo catodico. Ed è proprio l’incipit a mostrare il volto migliore del cinema di Garrone: una lunga sequenza di matrimonio, in cui il gusto per la grandeur esibita si mescola a un ritratto senza dubbio esagerato ma non per questo meno aderente alla realtà della società napoletana contemporanea, e di conseguenza dell’Italia di oggi. “Realtà” è la parola d’ordine attorno alla quale ruota l’intero ingranaggio messo in moto da Garrone grazie alla produzione del fido Domenico Procacci: cos’è sinceramente vero nella messa in scena di Garrone? E cosa c’è di reale nella vita del protagonista Luciano, che viene mostrato per la prima volta impegnato nel trucco che deve trasformarlo in ironica drag queen, per il sollazzo di amici e parenti? Laddove fino a questo momento la macchina da presa del regista romano si era sempre caratterizzata per la nettezza del suo sguardo, sia negli esordi fin troppo programmatici Terra di mezzo e Ospiti, sia nel dittico “nero” L’imbalsamatore/Primo amore – vertice della sua carriera autoriale –, sia ancora nel già citato Gomorra (fa volutamente eccezione Estate romana, omaggio a una branca del teatro italiano che ha sempre fatto dell’ondivago vagare una poetica espressiva), Reality ne mette in risalto dubbi, cambi di passo, scarti improvvisi non sempre mossi nella direzione giusta. Vive di momenti, Reality, e di sprazzi di grande cinema, come il già citato incipit, con l’irruzione del personaggio di Enzo, eroe del Grande Fratello (ma non vincitore) che vive della propria immagine e nulla più e che racchiude al suo interno quella carica di eversiva ironia dolente e disfatta che avrebbe dovuto rappresentare la chiave di volta di tutto il film; per non parlare di un finale inatteso e deflagrante, in cui finalmente Luciano riesce a immergersi nella realtà della finzione della realtà (o, programmaticamente, nella finzione della realtà della finzione), liberando quell’ossessione furibonda che era arrivata a minargli la mente.

Sequenze che viene naturale applaudire perché permettono alla morale di prendere corpo dalle immagini, senza che queste siano state soppesate in precedenza dal demone dell’autocensura: il resto del film, purtroppo, mostra invece l’esatto opposto, con le situazioni narrate che sembrano essere state portate sullo schermo allo scopo ultimo di materializzare lo sguardo morale del regista e del suo team di sceneggiatori. Ed è in questi momenti che l’essenza primigenia di Reality viene meno, facendo arrancare un progetto cinematografico che aveva le carte in regola per sparigliare una volta di più le carte: invece Garrone sceglie spesso la via più facile, a partire da un’ambientazione partenopea davvero stereotipata, per continuare con una coazione a ripetere gli stessi schemi che finisce ben presto per rallentare il ritmo fino quasi a soffocarlo. In questo senso paradigmatico il lungo segmento in cui Luciano si propone di fare “opere di bene” sperando di impressionare i fantomatici spioni che dovrebbero giudicare la sua idoneità a partecipare al Grande Fratello. Grande Fratello che resta quasi in disparte, rimosso mostruoso e asettico di una nazione in crisi di identità culturale, e pronta ad aggrapparsi al più miserabile gancio di celebrità; ineccepibile, ma era lecito aspettarsi da Garrone un approfondimento maggiore, e una scrittura meno basica della psicologia dei protagonisti.
Karl Marx affermò “La storia si ripete sempre due volte: la prima volta come tragedia, la seconda come farsa”.  Il problema è che la tragedia la stiamo ancora vivendo, e la farsa non è riuscita a centrare il bersaglio.

Info
La scheda di Reality sul sito del Festival di Cannes.
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