Holy Motors

Holy Motors

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Dopo tredici anni torna con Holy Motors l’immaginifico universo di Leos Carax. Un viaggio surreale con protagonista il fedele Denis Lavant.

Il mostro

Ventiquattro ore nella vita di una persona che passa attraverso diverse esistenze, incluse quelle di ladro, mendicante, uomo d’affari, creatura mostruosa e padre di famiglia… [sinossi]
Sorgo dalla sozza fogna
puzzo ma non ho vergogna
sono destinato a stare
immolato sulla gogna.
Aguirre, Primitivo mostro

Tredici anni: questo il tempo che ha dovuto aspettare il mondo del cinema prima che il genio squilibrato e inclassificabile di Leos Carax decidesse di regalare nuovi squarci devasta(n)ti della propria poetica. Certo, nel mezzo c’è stato il tempo per ammirare un paio di cortometraggi (My Last Minute e 42 One Dream Rush) nonché il segmento Merde, contenuto nel film a episodi Tokyo!, a cui Carax ha preso parte insieme ai colleghi Michel Gondry e Bong Joon-ho: ma, nonostante la classe eversiva ogni volta reperibile all’interno delle sue incursioni dietro la macchina da presa, l’universo che ruota attorno alla Settima Arte correva seriamente il rischio di accantonare nel dimenticatoio uno dei registi che segnò in maniera indelebile il nuovo corso del cinema francese a partire dalla metà degli anni Ottanta. A evitare, almeno per ora, questo delitto critico, ci pensa Holy Motors, presentato alla sessantacinquesima edizione del Festival di Cannes nel concorso ufficiale: una scelta doverosa eppure coraggiosa, visto il carattere delirante del film. Alla Croisette, destabilizzata tanto da piatte incursioni nella Hollywood più normalizzata (On the Road di Walter Salles, The Paperboy di Lee Daniels) quanto da tronfie autocelebrazioni intellettuali prive di sincerità (il pretestuoso Carlos Reygadas di Post Tenebras Lux), l’apparizione di una creatura vitale e difforme come Holy Motors avrebbe dovuto essere salutata come un segno di salvezza. E così in parte è stato, visto il clamoroso boato e lo scrosciare di applausi – solo minimamente scalfiti da qualche timido fischio – che ha accompagnato i titoli di coda della proiezione stampa.

Tornando a concentrare l’attenzione più da vicino su Holy Motors, ciò che immediatamente salta agli occhi è la comunione d’amorosi sensi che lo lega in maniera indissolubile al già citato frammento portato a termine per Tokyo!: non solo l’indole che guida i due film è esattamente la stessa, con la messa in scena che si fa deflagrante insurrezione contro il grigiore metodico della prassi, ma addirittura Denis Lavant (attore feticcio di Carax, al lavoro con lui addirittura dai tempi di Boy Meets Girl, esordio al lungometraggio del regista transalpino: qui dimostra una volta di più di essere uno dei più grandi interpreti europei degli ultimi trent’anni, anche se in pochi sembrano essersene accorti) veste gli stessi panni, quello del Mostro, folletto deforme dall’abito verde che distrugge la quiete borghese. In realtà Lavant in Holy Motors interpreta un numero spropositato di ruoli, visto che il suo personaggio lavora per un’azienda (la Holy Motors, per l’appunto) che fornisce “uomini per tutti i desideri”: è così costretto di volta in volta a improvvisarsi mostro, padre di famiglia preoccupato per la timidezza della figlia adolescente, zingara che chiede l’elemosina, acrobata che deve compiere movimenti per una motion capture, anziano moribondo, suonatore di organetto e via discorrendo. Questa serie incredibile di trasformazioni è alternata dagli spostamenti in macchina da una parte all’altra di Parigi, in una limousine condotta da Edith Scob e nella quale il “nostro” Monsieur Oscar trova tutto ciò di cui abbisogna per rendere credibili i suoi travestimenti. Nel cast da rimarcare la presenza di Kylie Minogue (impegnata in scena nel ruolo di Eva Grace, e omaggiata anche come cantante dalla presenza in colonna sonora dell’arcinota Can’t get you out of my head e dal brano Who Were We?, scritto per lei da Carax insieme al leader dei Divine Comedy Neil Hannon).

La struttura, all’apparenza indubbiamente ripetitiva, viene in realtà scardinata in continuazione dall’imperiosa seduzione visionaria guidata da Carax: i tredici anni di silenzio trovano sullo schermo uno sfogo naturale, producendo una logorrea espressiva – quasi mai strettamente dialogica, come d’abitudine nel cinema del regista nativo di Suresnes – in grado di dimostrare una volta per tutte come la macchina/cinema possa ancora essere territorio elettivo per l’indagine, la ricerca, l’innovazione e il divertimento. Pur avendo modificato parte del lirismo tragico e decadente che contraddistingueva gli esordi in un cinismo tonificante, Carax non dimentica di scrivere e mettere in scena pagine cariche di una straordinaria emotività dolente: sfruttando un impianto programmaticamente disomogeneo, Carax si permette tutto e il contrario di tutto, senza però apparire mai superficiale, gratuito o ingenuamente provocatorio. Il suo è un cinema purissimo, destinato a essere larga parte incompreso, come tutte le opere d’arte che non si affannano a cercare inutili legacci con il proprio tempo e il proprio spazio.

Durante la visione di Holy Motors c’è spazio per divertirsi e commuoversi, tra retaggi ferreriani, oggetti parlanti e la soundtrack di Godzilla composta da Akira Ifukube pronta a fare capolino da dietro l’angolo. Probabilmente tornerà da Cannes a mani vuote, ma ogni volta che un grande eretico del cinema dimostra di essere ancora vivo e coerente con la propria poetica è sempre tempo di esultare.

Info
Il sito ufficiale di Holy Motors.
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