Paura 3D

Senza mai lasciarsi assuefare dal demone della parodia e dello scherzo, i fratelli Manetti disseminano Paura 3D di un’ironia crudele, perfino ambigua in alcuni momenti, capace di deflagrare quando meno ce lo si aspetta.

L’Orco

Ci sono occasioni nella vita che sarebbe meglio non cogliere. Marco, Simone e Ale sono amici da un sacco di tempo, vivono tutti in un quartiere alla periferia di Roma dove non succede mai niente. I ragazzi si ritrovano in mano le chiavi di una bellissima villa fuori città: è la villa del Marchese Lanzi, che sarà via per tutto il fine settimana. Il Marchese è un tipo strano, un ricchissimo collezionista d’auto d’epoca, cliente dell’officina dove lavora Ale. I tre ragazzi non resistono e si tuffano nel lusso della villa. Ma c’è un’unica cosa che non dovrebbero fare: andare in cantina… [sinossi]

Inizia il film e l’impressione è quella di trovarsi di fronte a un omaggio, neanche tanto velato, al cinema di Dario Argento: una villa notturna, la pioggia battente come nell’incipit di Suspiria, la voice off di un ipotetico narratore che fa rinvenire memorie di Phenomena e di Opera. Ci si chiede fino a dove si spingeranno Marco e Antonio Manetti nel recupero del percorso autoriale di Argento, ed ecco che il tutto è già finito, per lasciare spazio agli inquietanti titoli di testa creati ad hoc da Sergio Gazzo: già nei primi cinque minuti si può cogliere l’essenza primigenia di Paura 3D, primo horror tout court della carriera dei Manetti – non può essere certo considerato tale Zora la vampira, che partiva da suggestioni di genere per spingere il pedale del grottesco e della parodia deforme – e nuova sortita nella riscoperta del cinema popolare dopo il thriller claustrofobico Piano 17 e il recente L’arrivo di Wang.

A dispetto di quanto si possa supporre in maniera aprioristica, Paura 3D non solo non si accontenta di riproporre uno standard visivo già predigerito e metabolizzato, ma decide di fondere gli elementi principali della narrazione con l’immaginario visivo fino a questo momento esplorato dal duo di cineasti capitolini. Prima di sprofondare nella villa del marchese Lanzi, non-luogo inaccessibile e nel quale è impossibile trovare una via di fuga, il film si aggira in quella Roma periferica, caratterizzata dai palazzoni, che è propria del dna creativo dei Manetti, sia per quel che concerne i lungometraggi sia per il gran numero di videoclip di band dell’underground rap romano diretti dai due fratelli (Flaminio Maphia, Assalti Frontali, Piotta). Non è un caso che il rap e il metal si scontrino ripetutamente, come se la verace posa popolana dei tre giovani protagonisti destinati a una fine (in)certa fosse continuamente tarpata e messa all’angolo dalla tonitruante e annichilente potenza della deflagrazione black metal. Anime divergenti di una messa in scena che fa della polifonia espressiva una delle sue armi principali: partendo da una presentazione dei protagonisti quasi “realista” nella sua scarna semplicità, Paura 3D cambia continuamente pelle, spostandosi in territori più prossimi al torture porn – e una sequenza gioca abilmente con questo sottogenere, dimostrando una consapevolezza del mezzo espressivo tutt’altro che comune – per poi lanciarsi in frenetiche fughe da slasher movie, senza farsi mancare una buona dose di cliché più prossimi alla deriva sovrannaturale, pur senza mai valicarne completamente il confine. Un modus operandi che lascia trasparire il divertimento che si nasconde alle spalle dell’intero progetto: pur perfettamente in grado di tenere il pubblico sulla graticola, costringendolo a un tour de force di ansia, angoscia e (nomen omen) paura, il film conquista anche per il suo evidente gioco. Senza mai lasciarsi assuefare dal demone della parodia e dello scherzo, i fratelli Manetti disseminano Paura 3D di un’ironia crudele, perfino ambigua in alcuni momenti, capace di deflagrare quando meno ce lo si aspetta.

Un gioco anche cinematografico, con l’arte di Mario Bava evocata in una lezione universitaria: omaggio smentito dalla realtà dei fatti nella messa in scena, perché laddove il professore analizzando l’opera di Bava si lancia in (giustificati) elogi della sua vitalità cromatica e pop, Paura 3D sceglie di essere pressoché monocromatico – il buio domina su tutto – e spudoratamente doloroso nella sua parvenza di realtà (un discorso analogo vale per il rimando ideale a I corpi presentano tracce di violenza carnale di Sergio Martino, di cui si può vedere un breve frammento in un passaggio del film). Se Paura 3D si regge solo in apparenza sulle disavventure del trio di amici Ale, Simone e Marco (e i complimenti vanno soprattutto all’ottimo Lorenzo Pedrotti), è in realtà nel delicato rapporto tra il marchese Lanzi e la povera Sabrina che il discorso si fa più profondo e personale: Peppe Servillo regala un’interpretazione sontuosa, misurata e straripante allo stesso tempo, ma è con ogni probabilità Francesca Cuttica a imprimersi maggiormente nella memoria, anche per la complessità di un ruolo quasi inclassificabile. Dopo la convincente prova offerta ne L’arrivo di Wang la Cuttica conferma le proprie doti attoriali, dimostrando anche una notevole versatilità espressiva. Chissà se Paura 3D (la tecnica stereoscopica non è essenziale ai termini del linguaggio scelto dai due registi, ma alcune soluzioni sono davvero apprezzabili) riuscirà nell’ardua impresa di rilanciare una volta per tutte il cinema di genere italiano: quale che sia il verdetto del botteghino, l’importante è che non si chiudano per l’ennesima volta gli occhi di fronte a un’opera di puro intrattenimento coraggiosa (per il mercato italiano) e nel complesso senza dubbio riuscita. Chissà…

Info
Il trailer di Paura 3D.
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