4 mosche di velluto grigio

4 mosche di velluto grigio

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Con 4 mosche di velluto grigio Dario Argento dirige l’ultimo capitolo della trilogia animale, raggiungendo picchi visionari difficili da eguagliare.

Roberto Tobias, batterista in un gruppo rock, si sente seguito da alcuni giorni da un misterioso individuo. Una sera, finite le prove con il proprio gruppo, decide di affrontare direttamente il proprio persecutore: trascinato in un teatro, lo uccide accidentalmente utilizzando in maniera maldestra lo stesso pugnale dell’aggressore… [sinossi]

Chiunque abbia una pur minima dimestichezza con la carriera autoriale di Dario Argento, può comprendere l’emozione determinata dall’uscita per il mercato home video di 4 mosche di velluto grigio. Grazie al lavoro della 01 Distribution (che aveva annunciato il titolo già nel 2009, salvo poi essere tornata sui propri passi in seguito a un dissidio legale con i fratelli Argento, detentori dei diritti di sfruttamento del film per tutto il mondo, eccezion fatta per il territorio degli Stati Uniti d’America), finalmente anche in Italia torna sugli scaffali delle videoteche uno degli oggetti di culto della cinematografia di genere nostrana a cavallo tra gli anni Sessanta e Settanta del secolo scorso. 4 mosche di velluto grigio, pur non rappresentando in sé e per sé l’apice registico di Argento, è infatti un film di fondamentale importanza per analizzare non solo il lavoro del cineasta romano ma anche la florida situazione produttiva in cui si muoveva la filmografia italiana di quegli anni: terzo e ultimo capitolo della cosiddetta “trilogia degli animali” (aperta nel 1970 dal miracoloso esordio L’uccello dalle piume di cristallo e proseguita l’anno successivo con Il gatto a nove code) (1), 4 mosche di velluto grigio rielabora molti degli stilemi narrativi e visivi sperimentati nei suoi primi due film e preconizza al suo interno già alcune delle suggestioni visive che prenderanno piede nel cinema di Argento nel corso degli anni successivi. Si veda il discorso sul teatro come zona liminare in cui la finzione e la realtà si fondono senza soluzione di continuità, che deflagrerà nell’indimenticabile incipit di Profondo rosso, film con cui 4 mosche di velluto grigio condivide un finale in qualche modo similare: anche la volontaria caoticità delle location, con il film girato tra Roma (la fantomatica e fin troppo cinefila “via Fritz Lang” altro non è che via dell’Esperanto, a pochi passi dal laghetto dell’EUR: da quelle parti Argento pochi anni dopo ambienterà anche Tenebre), Torino, Milano, Spoleto e Tivoli, rappresenta un’abitudine per il maestro del Giallo, in grado di lavorare sullo spaesamento e sulla frammentazione degli spazi come pochi.

A quarant’anni dalla sua uscita sul territorio nazionale – dove si issò nella corsa al botteghino fino a superare i due miliardi di lire di incasso: venne battuto di alcune centinaia di milioni quattro anni dopo da Profondo rosso – appare evidente come il film rappresenti la prima totale sbandata di Argento nel territorio visionario: pur potendo contare su un apparato immaginifico di sorprendente potenza, L’uccello dalle piume di cristallo e Il gatto a nove code reggevano la propria struttura sulla narrazione, mentre questa in 4 mosche di velluto grigio appare solo un pretesto per glorificare il sublime gioco estetico del regista capitolino. I cliché del giallo, dalla detection fino all’inevitabile – quanto in gran parte prevedibile – coup de théâtre finale, sono semplici orpelli allestiti con cura per dare la possibilità ad Argento di sfogare il proprio estro creativo: già i titoli di testa, con la macchina da presa impegnata in inquadrature impossibili (di cui una dall’interno di una chitarra acustica), delineano in qualche modo una linea di passaggio fondamentale per comprendere l’evoluzione artistica che vivrà il cinema di Argento nel corso dei successivi quindici anni – fino a Opera, ideale conclusione della sua fase più fertile e creativa. Non è forse un caso che sia Sam Dalmas ne L’uccello dalle piume di cristallo sia Franco Arnò ne Il gatto a nove code avessero a che fare con la parola scritta (romanziere il primo, ex-giornalista il secondo), mentre Roberto Tobias, protagonista di 4 mosche di velluto grigio sia un musicista, come sarà poi anche per Marcus Daly in Profondo rosso: il deliquio onirico nel quale si immerge il film ha le timbriche e i tempi della fuga psichedelica della colonna sonora, approntata per l’occasione da Ennio Morricone, anche se si pensa che in un primo momento Argento avesse accarezzato l’idea di assegnare la composizione ai Deep Purple. Basico da un punto di vista strettamente narrativo, 4 mosche di velluto grigio vive grazie a una messa in scena mai banale, dominata da una serie pressoché infinita di soluzioni di regia del tutto rivoluzionarie.

Una gestione della suspense apprezzabile ancor di più nella bella resa video e audio del dvd edito dalla 01 Distribution: un’edizione forse anche scarna (l’unico contenuto speciale è l’ipnotico trailer cinematografico dell’epoca) ma che permette finalmente a schiere di cultori e a masse di novizi di godere di uno dei prodotti più significativi della stagione d’oro della cinematografia di genere italiana.

Note
1. La moda “zoonomica” lanciata dalla trilogia argenteiana produsse una serie innumerevole di film desiderosi di seguire le gesta – artistiche ma ancor più economiche – del prototipo. Tra i tanti si possono rintracciare titoli come Una lucertola con la pelle di donna di Lucio Fulci, L’iguana dalla lingua di fuoco di Riccardo Freda, La tarantola dal ventre nero di Paolo Cavara, Gatti rossi in un labirinto di vetro di Umberto Lenzi, Il gatto dagli occhi di giada di Antonio Bido. “Infedeli” al giallo all’italiana, ma comunque debitori nominali dell’esperienza di Argento sono invece tra gli altri il Fulci di Non si sevizia un paperino, La coda dello scorpione di Sergio Martino, Una farfalla dalle ali insanguinate di Duccio Tessari, Il sorriso della iena di Silvio Amadio e La morte negli occhi del gatto di Antonio Margheriti.
Info
La scheda di 4 mosche di velluto grigio.

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