Il dittatore

Il dittatore

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Il dittatore è un film profondamente immerso nella temperie culturale di questi anni, guarda satiricamente al presente di una situazione geopolitica sempre più incontrollata. Raccontando del dittatore di un immaginario “stato canaglia”, del modo in cui tratta i suoi sudditi e del modo in cui viene visto dai media occidentali, Larry Charles mette in scena il conflitto oriente-occidente che è al centro del discorso politico, economico e sociale di questi anni.

Dolce, dolce tiranneggiare…

Il generale Aladeen, dittatore dello stato di Wadiya, si reca negli Stati Uniti per partecipare a un congresso Onu. Mentre è impegnato a discutere dei processi di democratizzazione, in patria corre il rischio di vedersi rubare la scena da un pastore di capre, suo sosia dai modi alquanto grezzi, messo a governare in gran segreto dal suo vice Tamir; ma desiste dal rientrare nel suo paese per via della bellezza di Zoey, proprietaria di un negozio di cibo biologico che sta cercando di fargli cambiare le sue convinzioni politiche… [sinossi]

Sacha Baron Cohen è una figura di comico e attore che si fa via via più interessante (se non strabiliante), a ogni sua nuova performance. La più recente, consegnata con il film Il dittatore, per la regia di Larry Charles, conferma e amplia la gamma di geniali potenzialità a sua disposizione, fino a configurare una vera e propria dimensione autoriale. I suoi precedenti lavori per il cinema, Borat e Brüno, sempre scritti e interpretati da lui e sempre diretti dal sodale Larry Charles, avevano un portato satirico possente anche se non sempre sorretto da una oliata struttura filmica. La struttura da mockumentary, caratteristica di quei film, più che nuocere a un livello concettuale (siamo in un’epoca in cui la moltiplicazione delle immagini è tale che ricercare il purismo cinematografico è semplicemente puerile), arrancava a tratti nella struttura narrativa che poteva apparire episodica e troppo dipendente dalla riuscita o meno di certe gag da candid camera.

Stavolta invece con Il dittatore si entra nell’ambito della mera finzione e tutto appare più controllato, a partire dallo spunto stesso della storia che recupera meccanismi classici della comicità come quello della funzione del sosia. Se si aggiunge che il dittatore del titolo, Aladeen – interpretato ovviamente dallo stesso Baron Cohen – tiranneggia lo stato fittizio nord-africano di Wadiya, località esotica descritta come se fosse uscita direttamente da Le mille e una notte, allora si entra a pieno titolo in una dimensione fiabesca che è quanto di più lontano vi possa essere da un contesto di post-cinema verità.
Eppure – ed è qui la grandezza del discorso affrontato da Baron Cohen/Charles – Il dittatore è un film profondamente immerso nella temperie culturale di questi anni, è un film che guarda satiricamente al presente di una situazione geopolitica sempre più incontrollata. Raccontando del dittatore di un immaginario “stato canaglia”, del modo in cui lui tratta i suoi sudditi e del modo in cui viene visto dai media occidentali, Il dittatore mette in scena il conflitto oriente-occidente che è al centro del discorso politico, economico e sociale di questi anni. E, pur partendo da una biografia che lo pone al centro del groviglio delle questioni (Baron Cohen è ebreo), anzi forse proprio grazie a questa sua posizione privilegiata, il nuovo lavoro del comico inglese lancia una stilettata profonda, sottile e arguta alla cecità del mondo occidentale di fronte alle altre culture. Portare la democrazia in un paese con lo scopo di usufruire del petrolio, atteggiarsi a esperti di questioni medio-orientali (i bellissimi siparietti televisivi che si vedono nel film con i presunti “orientalisti” che cercano di interpretare i folli gesti del sosia di Aladeen nel corso dell’assemblea delle Nazioni Unite), accettare – al contrario – in toto le differenti culture senza neppure conoscerle (l’ingenuo personaggio liberal e ecologista interpretato da Anna Faris): sono elementi che colgono nel segno dell’impreparazione e dell’ignoranza dei nostri – sempre più inefficienti – metri di lettura del presente.

Tutto ciò viene messo in scena da Baron Cohen con una verve e un gusto per la trovata e l’invenzione inesauribili, strabordanti e spiazzanti, passando senza soluzione di continuità dalla comicità bassa all’umorismo colto, fino a farne un unicum satirico che non ha eguali nel cinema degli ultimi anni. Basti pensare alle gag straordinarie in cui viene messa in scena la prostituzione delle star americane (da Megan Fox a Edward Norton che si prestano con ottima auto-ironia), disposte per soldi a umiliarsi sia di fronte ad Aladeen che al potente cinese di turno; con esse – di per sé definibili gag di “bassa lega” – si rivela però una arguta consapevolezza critica sulla politica mondiale: gli Stati Uniti sono ormai una potenza in declino, in cui il loro stesso volto mediatico-propagandistico (i divi di Hollywood) si vende ai nuovi centri di potere economico.

E al centro stesso di un discorso così profondamente teorico e così attentamente controllato vi è l’attante Baron Cohen, autentico corpo performativo fuori controllo, figura trasformistica anarchica e irriverente che rinverdisce il modello di Peter Sellers e propone un tipo di comicità davvero politically incorrect (altro che i fratelli Farrelly), disturbante e distruttiva. Un personaggio unico nel panorama del cinema contemporaneo, capace anche di uscire – come del resto Sellers – dai suoi personaggi per donarsi ad altri. E, dopo l’ottima interpretazione ne l’Hugo Cabret di Martin Scorsese, lo aspettiamo con fiducia nei panni di Freddie Mercury.

Info
Il trailer italiano de Il dittatore.
Il dittatore, il canale youtube.
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