L’estate di Giacomo

L’estate di Giacomo

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Un ragazzo e una ragazza, un fiume – il Tagliamento – e il sole: con pochissimi elementi Alessandro Comodin costruisce con L’estate di Giacomo un piccolo e magistrale film.

Una gita sul Tagliamento

Giacomo è un ragazzo di diciotto anni cui un’operazione chirurgica ha ridato l’udito. I rumori, i suoni, le voci della natura permetteranno a Giacomo di vivere una vera iniziazione alla dimensione adulta e un nuovo apprendistato dei sensi. Tutto attorno a lui è fatato e tutto appare come una nuova scoperta. Giacomo incontra Stefania, sua amica d’infanzia, nel bosco che costeggia il fiume: loro due soli e liberi, durante un pomeriggio che sembra durare il tempo di un’estate… [sinossi]

Esistono esordi che stupiscono per la maestria tecnica che li accompagnano e per la matura professionalità messa in mostra dal regista: non ne appaiono molti nel desolato panorama nostrano – per lo meno per quel che concerne le uscite “ufficiali”. Esistono poi, ancora più rare e preziose, opere prime che rapiscono lo sguardo non appena le immagini si imprimono anche superficialmente sulla retina, asservendola una volta per tutte al proprio volere. Eccezioni alla prassi consolidata, deviazioni dalla norma, casi isolati in un sistema che si vorrebbe industriale ma che della catena di montaggio tende a rispettare solo ed esclusivamente l’uniformità (estetica, formale, ideologica). È forse anche per questo che un’opera fragile e piccola come L’estate di Giacomo di Alessandro Comodin riesce persino ad apparire indispensabile per donare nuova linfa al cinema italiano contemporaneo.
Il film arriva in sala grazie al sempre meritorio intervento della Tucker Film, una carriera spesa nella sfida di abituare il pubblico nostrano al cinema proveniente dal Far East senza per questo dimenticare il prodotto nazionale, o per meglio dire regionale visto e considerato che L’estate di Giacomo è un film friulano esattamente come lo splendido documentario di Alberto Fasulo Rumore bianco, viaggio lungo il Tagliamento che la Tucker distribuì quattro anni fa. E con il Tagliamento si torna a fare i conti anche nell’opera prima di Comodin: è alla ricerca del fiume che parte l’avventura di Giacomo e Stefania, adolescenti e amici d’infanzia. Il ragazzo, sordo, segue con un indefinibile umore a metà tra il recalcitrante e l’entusiasta i passi di Stefania, ne commenta ogni singolo movimento, la schernisce e le dà conforto. Un percorso interpersonale che è anche l’epicentro dell’intero film: in un pomeriggio/estate i due ragazzi avranno modo di chiacchierare, annoiarsi, ridere, giocare a lanciarsi il fango, rincorrersi e allontanarsi, perdendosi l’uno nell’altra.

Non è niente di più, L’estate di Giacomo, eppure riesce a trascinare lo spettatore in un mondo fatato, “altro”, quasi impossibile da immaginare come reale – e dopotutto i due giovani riescono finalmente a trovare la via del fiume solo dopo essere sconfinati in un non-luogo, la baracca abbandonata – eppure così straordinariamente tangibile, sincero, coinvolgente. Un grande merito per la riuscita di un’operazione così rischiosa va naturalmente assegnato a Comodin, trentenne con alle spalle studi all’INSAS di Bruxelles e un corto documentario, Jagdfieber (La febbre della caccia), ospitato nel 2009 nella Quinzaine des réalisateurs al Festival di Cannes: il suo approccio alla messa in scena, nonostante sia studiato nei minimi dettagli – e lo dimostra lo splendido lavoro sulla fotografia – riesce a trasmettere un’umoralità salvifica, sensazione rafforzata e vivificata dal montaggio ellittico, che annulla l’idea stessa di Spazio e Tempo trasformando L’estate di Giacomo in un corpo pulsante, organismo pluricellulare dotato di una propria essenza primigenia, diversa e distante da tutto ciò che il panorama contemporaneo sembra voler proporre. Anche l’idea del pedinamento dei personaggi, arma impropria nelle mani della nuova scuola autoriale europea, nelle mani di Comodin si tramuta in un mcguffin teso a nascondere il vero senso dell’operazione, quello di sbirciare nel mondo e nelle esigenze di due adolescenti, rubando istanti della loro vita insieme – un giro sul calcinculo, una tenera danza in una balera improvvisata, una canzone punkeggiante improvvisata alla batteria – e cercando di restituirne la precaria e instabile bellezza.
Un tentativo perfettamente riuscito, grazie al quale c’è anche modo di apprezzare la bravura dei due giovanissimi interpreti, Giacomo Zulian e Stefania Comodin: Giacomo, rimasto sordo da piccolo, aveva riacquistato da pochissimo l’udito quando Comodin decise di renderlo protagonista di un proprio documentario.
Quel documentario, attraverso una serie di pratiche della messa in scena che dimostrano in maniera definitiva e incontrovertibile quanto sia sottile il confine che divide la ripresa dal vero dalla finzione scenica, si è trasformato nel corso di un paio di anni ne L’estate di Giacomo. Una traiettoria naturale e perfettamente coerente, ma che ha comunque lasciato qualche scoria, ravvisabile nell’ultima parte del film. Si può infatti dire che L’estate di Giacomo finisca due volte: la prima conclusione, impeccabile e poetica, vede la videocamera allontanarsi per la prima e unica volta dall’oggetto del proprio interesse, in un camera car che sancisce e cristallizza l’unione – mentale assai più che fisica – tra Giacomo e Stefania. Sulla dissolvenza in nero di questa inquadratura nasce un secondo film, della durata di appena una decina di minuti e staccato dalla compattezza mostrata fino a quel punto: i due anni di ricerca e di riprese riemergono, la realtà cozza però stavolta con la finitezza inevitabile della finzione. È l’unica slabbratura di un esordio per il resto entusiasmante, consapevole della propria vitale urgenza: perdonarla è a dir poco doveroso.

Info
Il trailer di L’estate di Giacomo.
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