Travolti dalla cicogna

Travolti dalla cicogna

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Riprendendo la struttura filmica del suo lungometraggio d’esordio Ma vie en l’air (2005), ma continuando anche nella linea di racconto-cronaca leggero de Le premier jour du reste de ta vie (2008), Bezançon mette in scena il mutamento del prima e post-parto caratterizzando la prima parte di Travolti dalla cicogna con un’estetica elaborata, ricca di colori sgargianti. La seconda parte, visto lo scontro con la realtà, assume sfumature più realistiche.

Lui, lei e l’altro

Barbara sta preparando la sua tesi di dottorato quando scopre di essere incinta dell’amato fidanzato Nicolas. Da allora, nonostante l’emozione con cui vive la gravidanza, il suo mondo va sottosopra: non è facile accettare di dover partecipare a interminabili sedute di yoga o rinunciare a una normale vita sessuale. La nascita del bambino, poi, cambia per sempre la vita della coppia: i due si ritrovano davanti a un essere indifeso che necessita di tutte le loro attenzioni… [sinossi]
Elle m’a disloquée, transformée.
Pourquoi personne ne m’a rien dit?
Pourquoi on n’en parle pas?
Barbara (Louise Borgoin)

Buio in sala, titoli di testa e l’unico suono di fondo che si fa sempre più incalzante è il respiro affannoso di due corpi che si uniscono. Uno stacco e vediamo lei, Barbara (Louise Borgoin), incinta; così il modo di muoversi della donna nella stanza e la messa in quadro diventano subito spie che permettono allo spettatore di immergersi nel mood di Travolti dalla cicogna.
Grazie al flashback scopriamo il buffo e tenero inizio della loro storia d’amore con un corteggiamento realizzato attraverso lo scambio di film [1]. Il nostro lui, Nicolas (Pio Marmaï) lavora in una videoteca. La voice over di Barbara fa il resto: «Eravamo felici, innamorati, liberi, incoscienti». Usa il tempo imperfetto come sintomo dell’idillio che è stato e, con un salto metaforico, a simboleggiare come le pieghe che la vita prende possano rendere imperfetto ciò che appare perfetto. Un giorno, il lui ancora bambino, le propone di fare un bambino e lei per desiderio, per follia, ha risposto: «Facciamolo!».
A conti fatti verrebbe da dire che è qui che è cominciato tutto – o forse si è fermato (temporaneamente) tutto? Il concepimento e ancor più il parto della piccola Lea segneranno infatti una linea di demarcazione e stravolgimento nella vita dei singoli e della coppia – elemento narrativo reso ancor più esplicito dal cambiamento registico tra la prima e la seconda parte.

Rémi Bezançon sceglie di trasporre sul grande schermo il romanzo di Eliette Abecassis, Un heureux événement [2], proprio perché solitamente non si parla di ciò che realmente accade nella vita di una donna e della coppia quando l’altro/a fa capolino mettendo a soqquadro l’equilibrio di due individualità che si sono incontrate. Quello che di solito si sa o si vuol vedere sulla nascita di un figlio è che sia l’evento più bello e positivo che possa accadere tanto da diventare il più desiderabile – pensiero desiderio indotto dai dettami sociali in grado di togliere anche il gusto della scelta. Guardando Travolti dalla cicogna sorge spontaneo ripensare al film di Fabrizio Cattani Maternity Blues, pur presentando quest’ultimo ovvie differenze nel genere e nella trattazione del tema. Nel film di Bezançon assistiamo al vero e proprio baby blues, la sindrome post-parto che colpisce Barbara e come lei la maggior parte delle donne che diventano anche mamme. Grazie al registro della dramedy, in un delicato equilibrio tra humour di marca francese e sfumature drammatiche (non sempre perfette, perché a volte troppo prevedibili), Travolti dalla cicogna
restituisce a chi è ancora solamente figlio/a, ma anche a chi è diventato genitore, una condizione esistenziale che volenti o nolenti si realizza, la differenza sta nel prenderne consapevolezza. Con una onestà disarmante la nostra protagonista ammette: «Non sono sicura di avere l’istinto materno», ma a cio fa da contraltare l’obiezione più comune e diffusa – «le verrà naturale». Ma cosa vuol dire naturale?

Già, è vero, le donne sono predisposte ad accogliere un altro dentro di sé, a farlo crescere dentro di sé, come diceva Sofia (Paola Cortellesi) in Due partite: «facciamo l’esperienza più antica del mondo», ma Barbara (interpretata straordinariamente da Louise Bourgoin) ci fa intuire, provare, assaporare che neanche ciò che avviene sin dalla notte dei tempi è così scontato e indolore. Proprio attraverso un parto doloroso (con momenti bizzarri) viene al mondo la figlia di Barbara e Nicolas; l’ostetrica taglia il cordone ombelicale che resta però simbolicamente attaccato fin quando non si faranno i conti con l’ancestrale irrisolto. La coppia deve rapportarsi con l’altro/a, voluto e allo stesso tempo ignoto. È l’altro/a a calamitare tutte le attenzioni su di sé, non sembrano più esistere un uomo e una donna (o quantomeno passano in secondo piano), a prendere il sopravvento sono l’allattamento, le notti in bianco, il senso del dovere; non c’è più intimità (Barbara dorme con la piccola nel letto matrimoniale e Nicolas sul divano) e pian piano la confezione di famiglia felice si sgretola.

Et si donner la vie, c’était arrêter de vivre?

Riprendendo la struttura filmica del suo lungometraggio d’esordio Ma vie en l’air (2005) nella voice over e nello sguardo retrospettivo (oltre all’immagine del fondale cosmico), ma continuando anche nella linea di racconto-cronaca leggero puntellato dai toni mordaci de Le premier jour du reste de ta vie (2008)[3], Bezançon mette in scena il mutamento del prima e post-parto caratterizzando la prima parte del film con un’estetica elaborata, ricca di colori sgargianti, inserti che trasmettono una sensazione di sogno/limbo e una narrazione che adopera facilmente ellissi temporali. La seconda parte, visto lo scontro con la realtà, assume sfumature più realistiche, la luce diventa più forte a discapito dei colori. Di pari passo, l’utilizzo della macchina a mano ci permette di star addosso ai personaggi seguendoli nelle loro paure, contraddizioni e scoperte.
Un’altra spia di questo processo di formazione è il passaggio dalla tesi di dottorato su Ludwig Wittgestein per Barbara, dai fumetti e videogiochi per Nicolas alla nuda e cruda realtà di dover trovare un lavoro stabile, un appartamento più grande e al disincanto della donna verso la filosofia teoretica incapace di darle gli strumenti per rapportarsi davvero con l’altro/a.
In Travolti dalla cicogna è inevitabile che il punto di vista principale sia quello di Barbara, per quanto sia lodevole l’attenzione nel dar spazio anche all’occhio e al vissuto maschile. «Sola con me stessa, sola di fronte a questa vita nuova. Con la strana sensazione che stesse per accadere qualcosa di irreversibile e immenso, qualcosa di cui non potevo nemmeno cominciare a immaginare tutte le conseguenze, anche se già ne avevo un vago presentimento» [4]. A noi scoprire quale svolta prenderanno queste esistenze dopo la separazione dal sacco amniotico della vita che scorre fino all’arrivo dell’altro/a.

Note
1. Si passa da In the Mood for Love a Prova a prendermi.
2. Titolo mantenuto nella pellicola francese, stravolto nella traduzione italiana.
3. Vincitore di tre premi César per la migliore attrice giovane (Déborah François), per il miglior attore giovane (Marc-André Grondin) e per il miglior montaggio (Sophie Reine)
4. Da Lieto evento di Eliette Abecassis, Marsilio Editore.
Info
Il trailer di Travolti dalla cicogna.
Travolti dalla cicogna sul canale Film su YouTube.
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