La nave dolce

La nave dolce

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Racconto corale commosso e partecipato, La nave dolce di Daniele Vicari rievoca il drammatico ‘sbarco dei ventimila’ che fu, vent’anni fa, la prima grande testimonianza di migrazione verso i porti italiani.

Finché la barca va, lasciala andare

L’8 agosto 1991 una nave albanese, carica di ventimila persone, giunge nel porto di Bari. La nave si chiama Vlora. A chi la guarda avvicinarsi appare come un formicaio brulicante, un groviglio indistinto di corpi aggrappati gli uni agli altri. Sono passati ventuno anni da quel giorno… [sinossi]

Un decennio separa l’imponente sbarco a Bari di circa 20.000 albanesi nell’agosto del 1991 dai tragici e brutali fatti del G8 di Genova e nonostante nessun elemento possa in qualche modo avvicinarli, nel pensiero di molti, al contrario, un filo rosso esiste. Tra questi c’è Daniele Vicari che ad entrambi gli eventi ha deciso nel giro di un anno di dedicare, prima con il discusso Diaz e ora con il drammatico La nave dolce, altrettanti film che seppur con linguaggi, tecniche e generi diversi (la fiction da una parte e il documentario dall’altra), ne hanno ricostruito e rievocato sullo schermo le rispettive dinamiche.
Il fil rouge viene dal fatto che in tutti e due i casi ci si è trovati al cospetto di eventi apparentemente marginali e circoscritti, che invece hanno finito con il cambiare la Storia sotto i nostri occhi, dettando il tempo di immensi cambiamenti. Gli scontri del G8 e i decessi, seguiti dalla barbara irruzione nella Diaz e le violenze perpetrate successivamente nei confronti dei fermati, così come l’approdo della Vlora dieci anni prima, hanno a proprio modo lasciato delle profonde cicatrici tanto nella coscienza individuale quanto in quella collettiva, innescando autentiche rivoluzioni socio-culturali e non solo. Entrambi si sono tramutati nel momento stesso in cui si consumavano in autentici cataclismi mediatici che hanno permesso a distanza di stagioni di riproporne volti ed episodi, ed è da questa materia audiovisiva e soprattutto umana che il regista reatino è partito per ricomporre cinematograficamente come un “puzzle” gli eventi chiave.

Anche se con traiettorie differenti, l’approccio alla materia filmica e storica per Vicari sembra la medesima perché, viste parallelamente, le sue ultime fatiche dietro la macchina da presa dimostrano di avere dei geni in comune. Sotto la lente di ingrandimento sono finiti, infatti, episodi collettivi che analizzati in prospettiva hanno generato una porzione di avvenimenti più grandi e complessi. Diaz e La nave dolce mostrano e raccontano allo spettatore i germi che hanno dato il via ad alcune gigantesche esperienze storico-politiche che hanno segnato in un modo o nell’altro il destino del nostro paese negli ultimi anni, gettandolo nell’ombra. Si tratta di atti che hanno evidenziato numerose crepe nei principi democratici dei quali l’Italia si fa ipocritamente portabandiera, ma soprattutto ci hanno sbattuto in faccia la dimostrazione di come in quegli episodi siamo stati in grado di violare i diritti universali e di offendere la dignità umana. Per far ciò, Vicari ha restituito alla platea il senso del tutto attraverso l’esperienza di una molteplicità di persone. Di conseguenza, le individualità vengono sommate per dare origine a un racconto corale, nel quale i ricordi del singolo si tramutano nella testimonianza orale dei tanti.

In particolare nel suo ultimo documentario, presentato in anteprima nel fuori concorso della 69esima Mostra Internazionale D’Arte Cinematografica di Venezia, il regista di Velocità massima si è affidato al fiume di parole e aneddoti, sguardi e gesti, di una serie di persone che di quell’indimenticabile esodo sono stati testimoni oculari da una sponda all’altra dell’Adriatico. La nave dolce è una sorta di mosaico che raccoglie moltitudini di storie personali che come tasselli permettono di ricomporre un’unica storia. Un po’ come successo in precedenza ne Il Mio Paese, documentario con il quale lo stesso Vicari portò a casa il David di Donatello nel 2007 dopo aver raccontato l’Italia in una sorta di road movie da sud a nord. Fondamentale in questo percorso l’aver saputo scegliere le testimonianze giuste, quelle in grado di fornire le diverse sfumature lasciando spazio al contraddittorio. Ancora una volta il regista, al quale sarà assegnato nel prossimo ottobre il Premio Sergio Leone 2012 durante la prossima edizione dell’Annecy Cinéma Italien, mescola in un flusso ininterrotto le testimonianze, dando origine a una rievocazione emozionale fluida che non conosce interruzioni e flessioni a giudicare dal ritmo serrato del racconto che ne scaturisce.

La narrazione si snoda lungo una successione di capitoli non dichiarati, ma perfettamente riconoscibili per argomento, che portano sullo schermo i passaggi salienti dell’evento, nel quale si insinuano armoniosamente grazie al montaggio postille che raccontano l’Albania prima e dopo la caduta della statua di Enver Hoxha, ma anche il rapporto privilegiato con il nostro Paese reso possibile dal potere del tubo catodico e dalla vicinanza geografica. Si entra in contatto così con una nazione che nonostante la contiguità topografica è per noi identità sconosciuta, raffigurata di riflesso dal cinema solo grazie all’iniziativa di registi come Gianni Amelio (Lamerica) e Joshua Marston (La faida) oppure alle rarissime occasioni date a pellicole provenienti dalla cinematografia nazionale: vedi l’opera prima e seconda di Edmond Budina, Lettere al vento e Balkan Bazar, che hanno offerto alle platee nostrane descrizioni attendibili e non manichee della labirintica Albania contemporanea.

All’ordine cronologico che costituisce la struttura portante di moltissimi documentari, Vicari preferisce uno scheletro narrativo con digressioni temporali e tematiche che permettono alla suddetta rievocazione di ampliare il discorso senza però divagare. Lo script de La nave dolce segue la rotta temporale dei fatti così come si sono svolti, dalle fasi immediatamente precedenti alla partenza della Vlora dal porto di Durazzo fino al rimpatrio forzato sei giorni dopo la parentesi in terra pugliese, passando per le difficili procedure di sbarco nell’area portuale, i primi soccorsi e l’incapacità da parte delle istituzioni locali, nazionali e delle forze dell’ordine di far fronte a una simile emergenza, compresa la sistemazione logistica (abominevole la scelta di rinchiuderli come animali in gabbia in uno stadio), l’assistenza sanitaria, il rifornimento di viveri e i tentativi di fuga.
Lo chiamarono “lo sbarco dei ventimila” e di fatto era il primo respingimento di massa in Italia. Procedura quest’ultima che ha esposto lo Stato italiano a bordate di critiche provenienti dall’estero, le stesse che quasi vent’anni dopo si tramuteranno in un’esemplare condanna nei nostri confronti inflitta dalla Corte Suprema dei Diritti Umani di Strasburgo per le decisioni prese a partire dal maggio 2009, quando delle pattuglie congiunte italo-libiche, in seguito agli accordi tra Gheddafi e Berlusconi, intercettate le barche dei migranti in acque internazionali nel Mediterraneo vennero sistematicamente rispedite al mittente. A raccontarcelo in un toccante e intenso reportage sul campo la coppia formata da Stefano Liberti e Andrea Segre nel pluri-premiato Mare chiuso.

Dal punto di vista tecnico a convincere è soprattutto l’attento e certosino lavoro sul materiale d’archivio, che ha permesso al regista di esplorare e ripercorrere visivamente i fatti da diverse angolazioni. In tal senso, La nave dolce fa parte di diritto di quella tipologia di documentari che hanno il motore portante nella chirurgica interazione e concatenazione del repertorio con il live. Vanno riconosciute in primis l’onestà e l’intelligenza di Vicari nell’aver rigettato la facile tentazione della manipolazione e la pratica della spettacolarizzazione della tragedia, consapevole delle grande responsabilità che ci si prende tutte le volte che si decide di utilizzare repertori per costruire narrazioni, perché in moltissime occasioni quegli stessi materiali sono testimonianze di morte, devastazione, disperazione, sofferenza, umiliazioni e desideri infranti, esattamente come quelli dei ventimila tra uomini e donne che quel giorno di agosto del 1991 salirono a bordo della Vlora.
A non convincere, invece, la scelta di realizzare le interviste lavorando su un unico fondo bianco, con l’intento di creare un set “astratto” dove far rivivere e catturare le emozioni dei testimoni. Se da un lato ne guadagna la continuità, dall’altro questa tipologia di artificio cozza a nostro avviso con la ricerca della realtà e della verità che dovrebbero essere alla base di una simile operazione. Infine, la colonna sonora originale di Teho Teardo non convince al 100%, prima per la sua onnipresenza che si tramuta spesso in invadenza, poi perché gli accompagnamenti in chiave elettronica non si sposano con le immagini e il mood del racconto orale come le parti acustiche e orchestrali.

Info
Il trailer di La nave dolce su Youtube.
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