La città ideale

La città ideale

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Nel suo debutto registico con La città ideale, Lo Cascio punta a livelli alti battendo strade non scontate e mostrando anche una discreta padronanza registica.

Il (dis)incanto dell’utopia

Michele Grassadonia è un fervente ecologista. Molto tempo fa ha lasciato Palermo per trasferirsi a Siena, che lui considera, tra tutte, la città ideale. Da quasi un anno sta portando avanti un esperimento nel suo appartamento: riuscire a vivere in piena autosufficienza, senza dover ricorrere all’acqua corrente o all’energia elettrica. In una notte di pioggia, Michele rimane coinvolto in una serie di accadimenti dai contorni confusi e misteriosi. Da questo momento in poi, la sua esperienza felice di integrazione gioiosa nella città ideale comincerà a vacillare… [sinossi]

Se per Tommaso Moro la città perfetta era l’isola di Utopia il cui nucleo fondamentale era rappresentato dalla famiglia e dallo studio delle scienze e della filosofia, per Michele Grassadonia (Luigi Lo Cascio) la città ideale si identifica con Siena – o meglio, con l’habitat che lui ricostruisce abitando la città e gli spazi grazie a quelle piccole attenzioni e a quelle regole che agli occhi degli altri appaiono come pura mania. Il nostro ecologista si lava con l’acqua piovana raccolta nel corso della settimana, riesce a illuminare la notte grazie a un gioco di specchi coi riflessi lunari e si sbarba sfruttando il metodo dinamo (pedalando in bicicletta) senza consumare energia elettrica e infine, per principio-filosofia di vita, da anni non guida più l’automobile. Insomma il motto di Michele Grassadonia è non sprecare, ottimizzare tutto per preservare se stesso e il pianeta.

In La città ideale Luigi Lo Cascio punta subito a inquadrare il protagonista attraverso i tratti determinanti del suo carattere – schivo e ligio all’istanza morale in cui crede e che porta fermamente avanti fino a quando «possono capitare nella vita dei momenti in cui le parole diventano cruciali. In queste occasioni, per fortuna rare, sbagliare una sillaba, mostrare delle contraddizioni, esibire incertezze nella ricostruzione degli eventi che ci sono accaduti […] sono inciampi che possono segnare per sempre il nostro destino» [1]. I luoghi e le relazioni che Grassadonia intesse contribuiscono a caratterizzarlo, a renderci persino simpatiche le sue fissazioni (per quanto idealmente giuste) così da immergerci nel suo mondo ideale che di lì a poco si scontrerà con la città reale. Dopo anni, per fare un favore al suo capo, rimette le mani sul volante di una macchina rigorosamente elettrica ed è qui che le tinte di giallo iniziano a colorare l’esordio dietro la macchina da presa dell’attore palermitano. Sotto una pioggia battente, Michele incontra un’ombra  in un primo momento indefinita, sbanda, ma riprende il suo cammino, rigoroso nel portare a termine il compito assegnatogli; l’inaspettato è ancora una volta  in agguato, pronto a far crollare il castello che Michele si è creato – e come lui, anche noi. La fotografia di Pasquale Mari [2] associata alle musiche di Andrea Rocca (talmente pertinenti da svolgere un ruolo non di mero accompagnamento sonoro) è funzionale per creare l’atmosfera di giallo a cui Lo Cascio e il team di co-sceneggiatori (Desideria Rayner e Virginia Borgi) sommano in modo sottile l’humour frutto delle situazioni paradossali e della concatenazione di eventi.

Risucchiato dal caso, Michele Grassadonia si incarta con  le sue stesse mani, racconta tutto ciò che è accaduto senza pensare alle possibili conseguenze, a eventuali alibi, mosso solo  dal senso del dovere e dall’onestà. Grazie a un sistema dei personaggi ben sviluppato e curato – tra cui l’avvocato Chiantini (Massimo Foschi) e l’avvocato Scalici (Luigi Maria Burruano) – ne La città ideale emergono le contraddizioni e le insicurezze umane, le falle a cui ciò che è ideale può andar incontro. Si avverte nel primo lungometraggio da regista di Lo Cascio un amore e un’attenzione nei confronti degli attori; nessuno è fuori parte e anche chi non è attore professionista come Aida Burruano (madre nella vita vera e sullo schermo) regalano un’ottima prova interpretativa – memorabile la scena in cui la mamma interroga Michele simulando l’interrogatorio a cui sarà sottoposto dal magistrato, un duetto in cui spicca l’affiatamento e l’affetto tra i due, speciale per la genuinità e la spontaneità che si percepisce.

Al centro de La città ideale c’è l’incontro-scontro tra la vita vera (la realtà) e quella che ci costruiamo (l’utopia) e Lo Cascio si serve del suo bagaglio di artista e di uomo per mettere in scena un binomio complesso ed esistenziale dimostrando coraggio nella scelta del soggetto e dello stile di messa in quadro. Con richiami artistici (gli affreschi contestualizzanti di Simone Martini), cinematografici al cinema di Bellocchio (specificatamente a quello dalle sfumature grottesche e dissacranti) e letterari a Pirandello e Sciascia, nel primo film da regista dell’attore riscontriamo delle costanti incontrate già nelle sue messe in scena teatrali. Dalla sua ultima pièce, La caccia – liberamente ispirato alle Baccanti di Euripide – riprende, infatti, le inserzioni animate [3] per dar vita sullo schermo agli incubi di Michele Grassadonia, un novello Joseph K. [4] disorientato di fronte al dipanarsi degli eventi e alle logiche della giustizia. Ricercando la verità, La città ideale si tinge di un surrealismo kafkiano caro alle corde dell’interprete che continua il filo rosso della caccia intesa doppiamente come “caccia al colpevole” e come ricerca della verità.

Nel suo debutto registico, Lo Cascio punta a livelli alti battendo strade non scontate e mostrando anche una discreta padronanza registica (tra le inquadrature che si potrebbero citare, significativa anche sul piano simbolico quella obliqua che mette in quadro Grassadonia mentre scende le scale del palazzo di giustizia di Palermo). Non è facile gestire un mix di registri dal drammatico al giallo passando per l’humour e qualche sottotono (attenzione, non nota stonata) lo si riscontra bilanciato però dal corpo centrale in cui decolla il climax narrativo fino all’epilogo finale – determinante il ritmo del montaggio (Desideria Rayner).

La città ideale si rivela nella sua forma e nei contenuti, un film d’autore, che potrebbe non attrarre una larghissima fascia di pubblico, ma che con piglio originale mette in scena un’indagine introspettiva interrogandosi e scavando nei meandri della verità dal suo interno – «lei mi sembra a volte disumano perché il cervello degli uomini cerca sempre la vittoria mai la verità» [5].

Note
1. Dalle note di regia.
2. Lo ricordiamo, in particolare, per la collaborazione con Stefano Incerti e Marco Bellocchio.
3. Nello spettacolo teatrale le proiezioni, i disegni luministici e la video arte davano corpo agli incubi e alle ossessioni del tiranno Pènteo.
4. Protagonista del romanzo incompiuto di Franz Kafka, Il processo, 1925.
5. L’avvocato Scalici rivolgendosi al suo assistito, Grassadonia.
Info
La pagina facebook dell’Istituto Luce Cinecittà, distribuzione de La città ideale.
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