Enzo Avitabile Music Life

Enzo Avitabile Music Life

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Jonathan Demme approda a Napoli e con uno stile quasi da “guerrilla movie” ci trasporta dentro al multiforme universo musicale di Enzo Avitabile.

Jazz non jazz

Partendo da un’esibizione dal vivo, Jonathan Demme ripercorre la carriera, la vita e l’arte del musicista Enzo Avitabile… [sinossi]

È stata una vera e propria deflagrazione sonora ad aprire idealmente la sessantanovesima edizione della Mostra Internazionale d’Arte Cinematografica di Venezia, insieme ai famelici – ma neanche troppo – squali stereoscopici di Bait 3D e in attesa di Mira Nair e del suo The Reluctant Fundamentalist: al Lido è infatti approdato Enzo Avitabile, illustre compositore e fine ricercatore sonoro protagonista di un documentario diretto da Jonathan Demme.
A prima vista l’apparentamento tra il musicista campano e il cineasta statunitense autore (tra gli altri) de Il silenzio degli innocenti e Philadelphia potrebbe apparire a dir poco schizofrenico, tanto più che l’intero arco delle riprese si è svolto in pochi giorni e interamente a Napoli e dintorni. Eppure, al di là della bizzarria insita in un progetto che vede uno statunitense immergersi, videocamera alla mano, nel guazzabuglio linguistico partenopeo, Enzo Avitabile Music Life sembra integrarsi alla perfezione con il discorso documentario portato avanti nel corso dei decenni da Demme: se la musica è un elemento essenziale della poetica espressiva del regista nativo di Baldwin (e lo dimostra la sua prima incursione nel documentario, nel 1984, quando trascinò davanti alla macchina da presa i Talking Heads di David Byrne, immortalandoli in Stop Making Sense), ancor di più lo è il valore politico e sociale che il rock – e la musica nella sua accezione meno restrittiva – mantiene al proprio interno. Da questo punto di vista la distanza che dovrebbe ergersi a occhi poco meticolosi tra Avitabile, i già citati Talking Heads e Neil Young (alla cui arte Demme ha dedicato ben due lavori, l’eccelso Heart of Gold e il più standardizzato, ma comunque emozionante, Trunk Show) inizia in maniera progressiva e inesorabile ad assottigliarsi, fino a sgretolarsi completamente.

L’obiettivo di Demme, pur spostandosi da territori a lui più congeniali come New York alle coste italiane, approda a Napoli senza prefiggersi mai lo scopo di definire un quadretto predigerito e consunto dall’ovvietà della città: in questo senso la scelta di lavorare con uno stile quasi da guerrilla – due videocamere a mano irrequiete, incollate a Enzo Avitabile e alla sua cerchia di amici, parenti e colleghi, pochissima attenzione alla costruzione formale dell’inquadratura e alla “pulizia” della stessa – non può che essere letto come una dichiarazione di intenti, con la sostanza che si fa forma, annullando qualsivoglia orpello per cercare di cogliere l’essenza primigenia di Avitabile. In questo modo la particolarità fuori dall’ordinario di Avitabile – avvicinatosi poco più che bambino al jazz attraverso lo studio del sassofono, ha successivamente elaborato un’etica musicale sempre tesa all’incontro/scontro tra realtà tra loro perfino antitetiche come la tradizione napoletana, le strumentazioni “in via di estinzione”, il jazz e la musica leggera – riesce a raggiungere con maggiore forza lo spettatore, aprendo porte che nella maggior parte dei casi sono ancora ermeticamente chiuse. Perché Avitabile, apprezzato e studiato in ogni scuola musicale che si rispetti, rimane ancora un universo a se stante per il grande pubblico, misterioso e inclassificabile come la world music che dipinge di volta in volta sul pentagramma. Anche per ovviare a questa lacuna, probabilmente, Demme cerca di coniugare l’aspetto più strettamente sonoro (che rappresenta comunque la parte preponderante del documentario) con un viaggio alla scoperta della vita privata del compositore: ne viene fuori un ritratto inusuale ma schietto e verace, che non disdegna incursioni nel bailamme partenopeo – il ritorno di Avitabile ai luoghi della sua infanzia, la scoperta emozionante di Zì Giuseppe, che mantiene viva la tradizione napoletana cantando mentre raccoglie limoni – facendole vivere di pari passo con l’apertura internazionale proprie della musica di Avitabile, come dimostra il canto in memoria di Vittorio Arrigoni, intonato insieme a un’interprete palestinese.

E forse il vero punto di contatto tra Avitabile, Young e Byrne, oggetti dell’indagine documentaria di Demme, deve essere rintracciato non tanto nel modo di fare musica, ma piuttosto nei motivi che spingono a comporre: si tratta infatti di artisti che hanno coniugato la sperimentazione (anche quella più ardita) con l’anima più strettamente popolare, basica, del suono. Non musica per il popolo, ma musica che è del popolo, e viene a lui restituita. Una scelta politica sempre rintracciabile nel cinema di Demme, come hanno dimostrato a venti anni di distanza la Wild Thing riletta in chiave afro da ‘Sister’ Carol East in Qualcosa di travolgente e lo stratificato impianto sonoro che compone Rachel sta per sposarsi. Quando la coerenza si fa poetica, e la poetica diventa riflessione politica.

Info
Il trailer di Enzo Avitabile Music Life.
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