El impenetrable

Road-movie kafkiano lungo un mondo solo apparentemente naturale, El impenetrable di Daniele Incalcaterra e Fausta Quattrini è un film avvincente e pieno di colpi di scena, svilito però da una resa registica inadeguata.

La strada nella giungla

Questa è la storia di un’eredità che ho ricevuto da mio padre, 5.000 ettari di foresta vergine nell’“Impenetrable”. Così è stato definito dagli spagnoli all’epoca della conquista il Chaco, la seconda foresta per estensione dopo l’Amazzonia. Arrivato in Paraguay con l’intenzione di restituire quella terra al suo popolo originario, i Guaranì, mi sono trovato in un vero far west, con terre da conquistare, indiani da sterminare, e ricchissime risorse naturali in gioco. Confrontandomi all’opposizione dei grandi latifondisti e alla corruzione dell’amministrazione paraguaiana, ho dovuto trovare una nuova soluzione per la mia terra… [sinossi]

Il Chaco, come è possibile leggere anche nella sinossi che anticipa questo elaborato critico, è la seconda foresta per estensione e importanza dell’intero Sud America: si estende tra Argentina, Paraguay, Brasile e Bolivia, e prende il suo nome da un termine quechua, che fu la lingua ufficiale dell’impero Inca. Fu anche epicentro di uno scontro armato, negli anni Trenta del secolo scorso, tra Bolivia e Paraguay, conclusosi con la vittoria di questi ultimi. I primi conquistadores che si avventurarono nell’interno, sfidando gli sbalzi climatici dati dalle correnti antartiche, si trovarono davanti un muro di vegetazione attraverso il quale appariva davvero impossibile muoversi: iniziarono dunque a chiamare quella vasta foresta “el impenetrable”. Da questo aneddoto prende titolo e corpo il nuovo documentario della coppia formata da Daniele Incalcaterra e Fausta Quattrini, già al lavoro insieme su Posso darle un facsimile? (1996), www.vallegrande.com (1997) e Contra@site (2003): Incalcaterra, romano che da anni vive in Argentina, riceve in eredità dal padre (insieme al fratello Amerigo) 5.000 ettari di foresta nel cuore del Chaco, che vorrebbe restituire ai nativi indios guaranì.

Il regista ignora però non solo il complicato iter burocratico che gli permetterà di entrare in possesso dell’eredità paterna, ma anche e soprattutto il tortuoso e sfiancante viaggio per poter posare i piedi sulla sua terra…El impenetrable è un film di viaggio, interamente narrato dalla voce fuori campo di Incalcaterra, che di fatto funge da unico elemento realmente narrativo dell’intero impianto scenico. Attraverso la sua voce veniamo a conoscenza non solo di ciò che è già accaduto (la morte del padre, il desiderio di poter prendere possesso della terra ricevuta in eredità per poter creare un’area protetta nella quale dar libero spazio tanto alla fauna e alla flora quanto alle necessità dei nativi che non hanno alcuna intenzione di scendere a patti con coloro che li colonizzarono – anche se, stando a quanto affermato da un ornitologo amico del regista ed esperto della vita nel Chaco, neanche loro hanno saputo resistere ad alcuni “lussi” dell’uomo bianco, come i telefoni cellulari) ma anche dei pensieri che si affastellano nella mente di Incalcaterra, riflessioni tanto sulla questione sociale e politica relativa al Paraguay del post-Stroessner, il dittatore che gestì il potere tra il 1954 e il 1989 segnando anche la storia successiva, fino alle elezioni vinte dal candidato della coalizione di sinistra Fernando Lugo, quanto sull’impossibilità a trovare una riconciliazione con la figura paterna, evocata solo per evidenziarne i difetti.
Ne viene fuori uno strano esempio di road-movie kafkiano, in cui la gargantuesca fame di potere della burocrazia ottenebra con la sua presenza un mondo a parte solo apparentemente “naturale”, ma in realtà dominato da squallide figure come il latifondista Favero – “vicino di foresta” di Incalcaterra, che sfrutta la terra disboscando in maniera indiscriminata per far spazio ad aree in cui allevare bestiame, una delle risorse economiche principali di quell’area geografica – e da presenze invisibili ed ectoplasmatiche come quella del rivale giudiziario del documentarista, un uruguaiano colpevole di aver acquistato a sua volta la stessa porzione di terra nel 1982 senza averne i requisiti.

Se la narrazione di Incalcaterra e della Quattrini è avvincente, e l’intera vicenda si snoda davanti agli occhi degli spettatori senza risparmiare colpi di scena, ribaltamenti di senso e improvvise deviazioni, quasi si stesse assistendo a un film d’avventure, a venir meno è l’impianto visivo approntato per il documentario. Da un punto di vista strettamente cinematografico El impenetrable appare piuttosto sterile, privo di quello slancio di cui avrebbe avuto realmente bisogno: perché l’atmosfera estenuante e allo stesso tempo surreale che si respira a pieni polmoni non viene mai gratificata da una messa in scena adeguata, in grado di cogliere l’assurda follia di una vicenda simile. Si esce dunque dalla proiezione con l’amaro in bocca e la netta sensazione di aver assistito a un progetto cinematografico inevitabilmente monco e incompiuto. Peccato.

Info
Il trailer di El impenetrable.
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