La bicicletta verde

La bicicletta verde

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Autrice anche della sceneggiatura, Haifaa Al-Mansour ha saputo affrontare tematiche di spessore con indescrivibile leggerezza, adottando il punto di vista di una bambina, Wadjda, che cresce in un contesto sociale dove si nega alle donne anche il concetto stesso di identità: avvolte nell’oscurità del Niqab, non viene loro concesso di essere viste, di andare in bicicletta, di prendersi per mano o di sognare un destino diverso. Presentato a Venezia nella sezione Orizzonti, Wadjda (La bicicletta verde) esce nelle sale italiane con la Academy Two.

Identità: donna

Wadjda è una ragazzina che vive in un sobborgo di Riyadh, la capitale dell’Arabia Saudita. Pur muovendosi in un mondo conservatore, Wadjda ama divertirsi, è intraprendente e si spinge sempre un po’ più in là nel cercare di farla franca. Wadjda desidera disperatamente acquistare una bici, ma sua madre non gliela concede, poiché teme le ripercussioni di una società che considera le biciclette un pericolo per la virtù delle ragazze. Così Wadjda decide di provare a recuperare i soldi da sola. Mentre sta perdendo la speranza di raccogliere i soldi che le servono, la bambina sente parlare di un premio in denaro per una gara di recitazione del Corano indetta nel suo istituto. Così Wadjda si dedica a memorizzare e a recitare i versetti coranici e i suoi insegnanti cominciano a considerarla un modello di devozione. La gara non sarà facile, soprattutto per una monella come Wadjda, ma lei non ha nessuna intenzione di arrendersi: è determinata a continuare a lottare per i propri sogni… [sinossi]

Salutato con una vera e propria standing ovation il primo film saudita diretto da una donna, Wadjda (La bicicletta verde), presentato  ieri mattina al pubblico del Festival nella sezione Orizzonti. Haifaa Al-Mansour, classe ’74, cresciuta in una famiglia aperta e moderna che le ha consentito di laurearsi all’università americana del Cairo e specializzarsi in Cinema e regia all’Università di Sidney, realizza un impeccabile film tutto al femminile, tenero e commovente, ma soprattutto capace di incrinare quel muro di silenzio che circonda le donne saudite oppresse da una società che le rende invisibili, assoggettate agli uomini e relegate ad un ruolo marginale per una serie di assurde convenzioni che si tramandano ancora oggi di madre in figlia.

Autrice anche della sceneggiatura, Al-Mansour ha saputo affrontare tematiche di spessore con indescrivibile leggerezza, adottando il punto di vista di una bambina, Wadjda (la deliziosa Waad Mohamme), che cresce in un contesto sociale dove si nega alle donne anche il concetto stesso di identità: avvolte nell’oscurità del Niqab (una sorta di versione light del burqa), non viene loro concesso di essere viste, di andare in bicicletta, di prendersi per mano o di sognare un destino diverso. Wadjda però non rinuncia mai a rivendicare il suo diritto alla scelta, la sua libertà di essere e di esprimersi, dimostrando al contempo di sapersi impegnare con costanza e coraggio per realizzare i suoi progetti. Wadjda non è sola: ogni donna del film ha infatti le sue battaglie da combattere per ottenere il semplice rispetto che noi (lecitamente) pretendiamo come diritto acquisito. Prima tra tutte la madre (Reem Abdullah), con cui Wadjda condivide una profonda complicità, alle prese con il suo tentativo di impedire al marito di prendere una nuova moglie in grado di offrirgli un figlio maschio.

Non si può escludere che tra i modelli che possono aver in qualche modo avuto un’influenza sulla regista saudita vi siano altre donne: Marjane Satrapi, ad esempio, in Persepolis, o Sofia Coppola, che ha in comune con l’autrice la scelta delle mitiche scarpe All Star prese a simbolo di ribellione e anticonformismo nel suo film Marie Antoinette.
L’estrema grazia con cui viene raccontata la storia elude ogni possibile esagerazione, evitando anche il rischio di dimostrare eccessivo rancore nei confronti dell’universo maschile, cui viene data una chance di riscatto dai retaggi secolari mediante il personaggio di Abdullah, ragazzino del quartiere che Wadjda non dovrebbe neppure frequentare e con il quale si instaura invece un rapporto di grande simpatia e sostegno reciproco. La responsabilità di un cambiamento viene insomma affidata alle nuove generazioni, giovani uomini ma soprattutto donne in grado di modificare la loro condizione e di aprirsi a forme più rispettose di civiltà.
Forse è proprio vero che la libertà si apprezza maggiormente nel momento in cui se ne è privati, e grazie allo sguardo di Wadjda, abbiamo l’occasione di poterne riassaporare insieme il gusto della conquista.

Info
Il trailer italiano de La bicicletta verde.
La pagina facebook de La bicicletta verde.
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