È stato il figlio

È stato il figlio

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Tratto molto liberamente da un romanzo dello scrittore palermitano Roberto Alajmo, È stato il figlio racconta la Sicilia degli anni Settanta cercando di esasperare con timbriche volgenti al grottesco i cliché cui sono stati abituati gli spettatori italiani nel corso del tempo. Un’operazione che non sarebbe neanche priva di logica o degna di apprezzamento, ma che appare falsata fin nelle origini.

Ciprì che visse due volte

La famiglia Ciraulo, che vive in povertà nel quartiere Zen di Palermo, perde la figlia più piccola per un proiettile vacante durante una sparatoria tra mafiosi. Come risarcimento per la perdita, i Ciraulo ottengono svariati milioni dallo Stato, ma non potendovi attingere devono ricorrere agli strozzini. Comprata una Volvo nera, questa diventerà l’ossessione del padre… [sinossi]

Un film come È stato il figlio non si può affrontare da un punto di vista critico senza cercare di avere una visione d’insieme di quanto accaduto nel corso degli ultimi anni. Daniele Ciprì mancava dalla Mostra del Cinema di Venezia dal 2004, quando fu presentato fuori concorso Come inguaiammo il cinema italiano – La vera storia di Franco e Ciccio, documentario sui generis che scandagliava la biografia artistica della più nota coppia comica italiana: all’epoca era ancora in piedi il sodalizio con Franco Maresco, con il quale in un ventennio di carriera fianco a fianco aveva creato Cinico Tv, oltre a dirigere un buon numero di cortometraggi e i film sulla lunga distanza Lo zio di Brooklyn (1995), Totò che visse due volte (1998) e Il ritorno di Cagliostro (2003).

Il legame che univa Ciprì e Maresco si è poi spezzato in modo brutale e (apparentemente) irreparabile, e Ciprì ha continuato il suo lavoro come direttore della fotografia, approdando tra l’altro al Lido due anni fa con La pecora nera di Ascanio Celestini. Il vero e proprio ritorno in laguna, però, è avvenuto in questa sessantanovesima edizione della Mostra – la prima dopo la proclamazione del Barbera-bis – con la selezione nel Concorso di È stato il figlio, suo esordio alla regia in solitaria: è la prima volta che Ciprì si trova a partecipare alla corsa per l’assegnazione del Leone d’Oro, e dispiace notare come ciò debba avvenire proprio con la sua opera meno riuscita. Tratto molto liberamente da un romanzo dello scrittore palermitano Roberto Alajmo, È stato il figlio racconta la Sicilia degli anni Settanta cercando di esasperare con timbriche volgenti al grottesco i cliché cui sono stati abituati gli spettatori italiani nel corso del tempo. Un’operazione che non sarebbe neanche priva di logica o degna di apprezzamento, ma che appare falsata fin nelle origini: il grottesco, da sempre arma (im)propria del cinema italiano per deformare la realtà senza evaderne e riproducendone al contrario vizi e virtù, era stato già rimodellato dal duo Ciprì/Maresco e canonizzato in una veste estrema, priva di compromessi, tenera e brutale allo stesso tempo. I mali della società, sempre inquadrati dalla prospettiva degli ultimi della classe, deflagravano sullo schermo con una sogghignante dolenza poetica perfettamente amalgamata al ricercato minimalismo della messa in scena. Un progetto etico ed estetico senza pari non solo per quel che concerne il cinema italiano, ma per l’intero panorama europeo e mondiale. Al contrario, tutto ciò che avviene sullo schermo in È stato il figlio appare predigerito, metabolizzato senza alcun trauma: la storia della famiglia Ciraulo, che dopo aver perso la figlia più piccola si trova a combattere con una burocrazia che non funziona, il sogno dell’agio benestante e il circolo vizioso degli strozzini, possedeva il potenziale necessario per mettere in scena un vero e proprio teatro della crudeltà, straziando le carni di un popolo vessato in primis da se stesso.

La scelta operata da Ciprì vira invece verso un puro e semplice sovraccarico del “naturale”, con la fisicità esasperata dei protagonisti – si veda la sequenza al mare, con la famiglia Ciraulo e i loro vicini di casa – che non è più come in passato simbolo di una ricostruzione del corpo nel delirio post-moderno (o, meglio, post-umano) ma semplice dileggio del deforme, buffonesca reinterpretazione dell’imperfetto. Allo stesso modo si può leggere la recitazione perennemente sopra le righe dell’intero cast: se i caratteristi di contorno riescono a rendere palpabile la tragicità della loro esistenza dietro gli schermi protettivi – e amplificanti – del difforme, lo stesso non si può dire per un Toni Servillo fuori contesto, incapace di trattenersi e di misurarsi in una parte che avrebbe meritato una sfaccettatura assai più approfondita. A questo panorama complessivo non giova neanche una parte centrale che, dopo un incipit quantomeno interessante, inizia a girare vorticosamente su se stessa, senza essere in grado far avanzare la narrazione: un vero e proprio peccato, soprattutto per via di un finale che ribalta completamente la situazione, dimostrando quanta sgradevolezza, cattiveria e sardonica violenza possedesse in nuce il soggetto del film. La luciferina nonna Rosa, interpretata da una sublime Aurora Quattrocchi, è l’apparizione salvifica da maligno deus ex-machina che non può però elevare dalla mediocrità un film che finisce quando in realtà dovrebbe iniziare, e che per il resto non fa altro che specchiarsi nella propria indubbia qualità estetica, vuota però di significato. La speranza è che Ciprì sappia tornare a farsi cantore di un cinema grezzo ma elegante, crudele e allo stesso tempo ricco di pietas; la preoccupazione è che si adagi sugli elogi di una critica che si è talmente disabituata al politicamente scorretto da non saper più distinguere tra maniera e reale crudeltà espressiva. Forse qualcuno farebbe bene a rivedere Brutti, sporchi e cattivi di Ettore Scola. Per la serie “come eravamo, e non siamo più”.

Info
Il trailer ufficiale di È stato il figlio.
È stato il figlio sul sito della Fandango.
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