The Millennial Rapture

The Millennial Rapture

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L’ultimo capolavoro di Kōji Wakamatsu, The Millennial Rapture, è un testamento visivo di straordinaria potenza cinematografica e politica.

Ban-bai!

Oryu è stata per decenni la levatrice della cittadina Roji; ha visto nascere, crescere e morire tutti i membri maschili della famiglia Nakamoto, bellissimi ragazzi dal sangue “nobile ma empio”. Oramai anziana, in punto di morte, Oryu parla con la foto sepolcrale del marito, un monaco buddista: i due rievocano insieme la tragica esistenza di tre appartenenti alla famiglia Nakamoto… [sinossi]

Avvicinarsi alla visione di The Millennial Rapture (titolo internazionale scelto in vece dell’originale giapponese Sennen no yuraku) senza possedere una visione di insieme sulla storia del Giappone moderno fa correre senza dubbio il rischio di non comprendere la portata politica, come sempre rivoluzionaria, del nuovo parto creativo di Kōji Wakamatsu. Dopotutto basta attendere che appaia sullo schermo il logo della Wakamatsu Production – il pugno chiuso che stringe il fucile all’interno di una stella rossa – per comprendere appieno il motivo per cui, anche ora che si sta avvicinando alla soglia degli ottant’anni, il geniale cineasta nipponico sia visto di traverso da molti critici e addetti ai lavori, nonché (ça va sans dire) del tutto ignorato dal pubblico.

In cinquant’anni di carriera, durante i quali ha portato a termine più di cento lungometraggi, Wakamatsu non si è mai piegato alle logiche del sistema-cinema, anche quando all’apparenza è sembrato sposarne i dettami – la lunga serie di pinku eiga diretti, sempre contraddistinti da un lucido sguardo politico ed eversivo –, culminando nel sodalizio con Masao Adachi e nel monumentale documentario Red Army/PFLP: Declaration of World War (1971) dedicato alla lotta del fronte di liberazione nazionale palestinese contro i soprusi dell’esercito israeliano. Dopo il 1971 Adachi entrò in clandestinità con l’Armata Rossa Giapponese, per poi essere arrestato nel 1997 in Libano e infine estradato in Giappone tre anni dopo: il suo cinema libero e rivoluzionario rimane tuttora in grandissima parte sconosciuto (anche se prosegue la collaborazione, spesso in fase di sceneggiatura, con Wakamatsu), e il governo di Tokyo non favorisce una sua doverosa riscoperta. Nel frattempo Wakamatsu ha continuato la propria esperienza dietro la macchina da presa (o videocamera, come avviene oramai da molti anni a questa parte), sventolando sempre con fierezza l’indipendenza culturale e ideologica rispetto al panorama che lo circonda. Dall’inizio del Terzo Millennio il suo cinema si è concentrato in maniera ancor più radicale sul tessuto sociale della terra di Yamato, scoperchiandone ipocrisie e cortocircuiti morali: Cycling Chronicles: Landscapes the Boy Saw seguiva la fuga senza meta e senza scampo di un adolescente colpevole di matricidio; United Red Army puntava l’obiettivo proprio sull’esperienza fallimentare del brigatismo giapponese, in un fluviale capolavoro da lasciare senza fiato; Caterpillar rimodellava a proprio piacimento un romanzo di Edogawa Ranpo per narrare la grottesca e dolorosa vicenda di una donna che deve accudire suo marito, eroe di guerra tornato dal fronte senza braccia e senza gambe; il recente 11/25 The Day Mishima Chose His Own Fate, presentato lo scorso maggio al Festival di Cannes, analizzava gli ultimi anni di vita di Yukio Mishima, fino al celeberrimo seppuku del novembre del 1970. Un percorso di rara coerenza, che viene arricchito ora da The Millennial Rapture, presentato all’interno della sezione Orizzonti della sessantanovesima Mostra del Cinema di Venezia, e che ha il coraggio di portare in scena il dramma dei burakumin (1).

Ambientato in una piccola località portuale, The Millennial Rapture inizia di fronte alla “Grotta dei fiori”, luogo sacro legato al culto shintoista degli dei Izanami e Izanagi che, secondo i miti ancestrali dei primi abitanti del Giappone, rappresentano il ciclo della vita (2): una scelta tutt’altro che casuale, e che al contrario rappresenta il senso ultimo del film di Wakamatsu. Nel raccontare le tragiche vicende dei giovani della famiglia Nakamoto – una famiglia di burakumin, fattore che non viene mai esplicitato nel corso del film, e si esplicita solo attraverso una lunga serie di dettagli, a partire dall’ignoranza del giovane Hanzo verso il significato stesso di “sacro” – Wakamatsu mette in scena un toccante inno alla vita, alla perpetuazione ciclica dell’esistenza, alla passione viscerale verso tutto ciò che è materiale. Pur senza tralasciare un rapporto con il divino rappresentato in particolar modo dal personaggio del marito della protagonista Oryu, monaco buddista, il cineasta nipponico sposa in tutto e per tutto il punto di vista della donna, che guarda con occhio benevolo le scorribande sentimentali di Hanzo e Miyoshi: laddove un tempo l’aspetto erotico della vicenda avrebbe preso con ogni probabilità il sopravvento, scardinando la morale borghese in modo apertamente polemico, il Wakamatsu di oggi preferisce combattere la prassi sociale mostrando semplicemente la normalità delle esistenze considerate “impure” dal credo comune. Pur ambientando il film nell’epoca Tokugawa – particolare evidenziato sugli splendidi titoli di coda, toccante bignami storico – il regista non si piega alla necessità di una rappresentazione realistica del tempo che fu, e lascia che elementi contemporanei come cavi del telefono, automobili, scarpe da ginnastica e via discorrendo intervengano nell’inquadratura, in una confusione temporale che evidenzia però la volontà di universalizzare un concetto, come quello dell’uguaglianza, che non ha perso la propria attualità. Una messa in scena volutamente scarna, essenziale, “povera” nell’accezione più larga e meno svilente del termine.

Interpretato da un cast di primissimo ordine, capitanato dalla veterana del cinema di Wakamatsu Shinobu Terajima e completato dai vari Shōta Sometani (apprezzato l’anno scorso in Himizu di Sion Sono), Kengo Kora, Shiro Sano e Sosuke Takaoka, The Millennial Rapture è un gioiello purissimo, talmente semplice nella sua forma che con ogni probabilità resterà incompreso alla maggior parte degli spettatori, incapaci di leggerne in filigrana l’importanza politica e troppo impreparati a una forma simile per commuoversi.
Forse il destino di Wakamatsu è quello di rimanere recluso in un ghetto, come i burakumin che, non comprendendo l’esclamazione banzai la storpiavano in ban-bai e per questo, con ignobile crudeltà, venivano percossi e messi a morte.

Note
1. I burakumin (il significato del termine è traducibile con “abitanti dei villaggi”) sono una delle minoranze etniche presenti in Giappone: da sempre soggetti di una dura discriminazione, i burakumin erano destinati ai lavori umili, spesso collegati con il sangue, il che li rendeva impuri secondo il credo shintoista. Nonostante la suddivisione sociale in caste sia stata considerata illegale all’inizio della Restaurazione Meiji, nel 1871, la discriminazione nei confronti dei burakumin è continuata fino ai giorni nostri. Ancora oggi, nonostante gli sforzi profusi per debellare questa odiosa forma di discriminazione, con tanto di leggi apposite, i discendenti dei burakumin sono guardati con diffidenza e rischiano di non trovare lavoro (o di perderlo) se le loro origini diventano di dominio pubblico. Tra i film che hanno avuto il coraggio di affrontare una tematica così scottante è doveroso ricordare quantomeno Il comandamento infranto (Hakai, 1948) di Keisuke Kinoshita.
2. Nel Kojiki, il volume che raccoglie i miti del Giappone arcaico, si narra che Izanami e Izanagi fecero emergere la terra dall’oceano, vi presero dimora e diedero alla luce gli dei del mare, delle montagne, del vento, degli alberi e del fuoco. La nascita di quest’ultimo costò la vita a Izanami che finì negli Inferi. Dovendo nutrirsi di cibi infernali per sopravvivere, la dea divenne un demone e, così scoperta dallo sposo disceso a salvarla, si adirò a tal punto con lui da inseguirlo sulla terra. Ma Izanagi riuscì a bloccare l’ingresso della grotta con un enorme masso: Izanami gli urlò che per vendetta avrebbe preso la vita di mille uomini per ogni giorno di lontananza tra loro. Per risposta, però, Izanagi avrebbe creato ogni giorno millecinquecento nuove vite.
Info
The Millennial Rapture, il teaser.
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