Gebo e l’ombra

Gebo e l’ombra

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Arriva nelle sale, grazie a Movies Inspired, Gebo e l’ombra di Manoel de Oliveira, l’ennesimo miracolo di un cineasta ultracentenario, che dal muto e dal bianco e nero è giunto fino ai giorni nostri, più prolifico che mai.

Il figliol prodigo

Gebo vive con la moglie e la nuora, moglie del suo unico figlio, in un’umile casa. Da tempo non hanno notizie del figlio e la madre è disperata. Il padre crede che il figlio sia coinvolto in qualche attività losca, ma non dice alla moglie del suo sospetto. La nuora si prende cura dei suoceri come se fossero i suoi genitori e intanto aspetta il marito. Una notte, improvvisamente, l’uomo ritorna. La madre è sicura che resterà, mentre il padre non si fa illusioni. Volutamente, o forse no, Gebo non nasconde il grande quantitativo di denaro che tiene in casa e che appartiene alla società per cui lavora come tesoriere… [sinossi]

Presentato fuori concorso alla sessantanovesima edizione della Mostra del Cinema di Venezia e distribuito in sala da Movies Inspired a quasi due anni di distanza, Gebo e l’ombra (O Gebo e a sombra) è l’ennesimo miracolo di un cineasta ultracentenario, che dal muto e dal bianco e nero (Labor on the Douro River, documentario breve datato 1931) è giunto fino ai giorni nostri, più prolifico che mai. Tra lungometraggi e cortometraggi, contiamo una quindicina di pellicola realizzate negli ultimi otto anni, con la prossima (A Igreja do Diabo) già in fase di pre-produzione: una longevità artistica probabilmente irripetibile [1].

Di Gebo e l’ombra basterebbero le due sequenze iniziali per giustificare stupore e meraviglia, e per intuire (casomai fosse necessario) la coerenza e al tempo stesso le infinite potenzialità del cinema e del talento del regista portoghese. L’incipit: un quadro fisso sul porto, prua di una nave sulla sinistra e Ricardo Trêpa (João) sulla destra, con una composizione pittorica dell’inquadratura esasperata e un accompagnamento musicale strumentale che esalta la potenza dell’immagine. È de Oliveira, ma potrebbe anche essere Béla Tarr (The Man from London). La sequenza successiva è come un lampo nella notte, espressionista e orrorifica: un angolo buio, due mani che emergono lentamente da quello che sembra un abisso, quindi un grido, l’omicidio, la fuga. È de Oliveira, ma potrebbe anche essere Fritz Lang (M – Il mostro di Düsseldorf). De Oliveira costruisce in due soli quadri un personaggio, la chiave di lettura di quello che vedremo e sentiremo nei successivi novanta minuti: João è il centro gravitazionale e il fardello della sua famiglia, è lo spartiacque morale tra miseria e nobiltà, ma è anche l’incarnazione della rabbia covata dalle classi meno abbienti.

Il cineasta portoghese, espressione e cantore dell’alta borghesia, si confronta per la prima volta con la povertà, tema che ovviamente declina senza patetismi e che gli serve per mettere in scena un affresco sulla condizione umana, sulla tragicità del destino. Con delle luci quasi caravaggesche, che sottolineano la centralità delle performance attoriali, de Oliveira dirige lo sparuto cast (Michael Lonsdale, Jeanne Moreau, Claudia Cardinale, Leonor Silveira, Ricardo Trêpa e Luís Miguel Cintra) rinchiuso in un ambiente minuscolo, quasi claustrofobico: la famiglia di João vive in uno stato di attesa, di rassegnazione, di consapevole illusione, conducendo una vita che ha come comune denominatore la rinuncia. E a prendersi sulle spalle i destini della moglie, della figlia/nuora e del figlio è l’anziano Gebo (Lonsdale): l’onestà non paga, sovrastata dal destino e da una condizione di classe – e, in fin dei conti, è lo stesso Lonsdale, magistrale, a prendersi sulle spalle buona parte della pellicola.

Meglio morire che vivere sepolti. De Oliveira tratteggia una parabola amara, ma come sempre vivace nella sua programmatica staticità: Gebo e l’ombra si apre con due pennellate d’autore e si chiude con un fermo immagine lieve e al tempo stesso doloroso. A guardarlo bene, mentre scorrono i titoli di coda, è una fotografia dei nostri giorni, di quello che sta accadendo in questi anni. Il tempo è passato, ma il destino dei poveri sembra sempre lo stesso, avvolto nell’ombra.

Note
1.
De Oliveira ha nel mirino, per così dire, il leggendario sceneggiatore, regista e produttore statunitense George Abbott (1887–1995), scomparso alla veneranda età di centosette anni.
Info
Il trailer di Gebo e l’ombra.
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