La quinta stagione

La quinta stagione

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Con la quinta stagione la coppia belga costruisce un disaster movie minimalista, nel quale scenari mozzafiato come quelli delle Ardenne si inaridiscono sino a diventare un “corpo” morto e inanimato.

Mors tua vita mea

Una misteriosa calamità si manifesta, prolungando l’inverno più del lungo. La primavera si rifiuta di arrivare, il paesaggio e gli animali continuano ad essere in letargo. Alice, Thomas e Octave, tre bambini di un piccolo villaggio belga nel cuore delle foreste delle Ardenne, lottano per dare un senso al mondo che intorno a loro sta crollando. Il trascorrere dei mesi porterà a giorni di una mancata estate in cui la violenza degli altri abitanti del villagio esploderà e un’effimera gioia riapparirà grazie al passaggio di un venditore di fiori. Quando però ogni forma di civiltà rischia di scomparire, un rito pagano sembra essere l’unica soluzione… [sinossi]

In uno dei suoi romanzi più riusciti dal titolo La fine del mondo storto, Premio Bancarella nel 2011, Mauro Corona ipotizza la fine delle fonti energetiche non rinnovabili nel nostro mondo e di come l’uomo per sopravvivere dovrà recuperare le capacità che aveva perduto creando una nuova società con dei nuovi valori e con un migliore rapporto con il mondo stesso e con la vita. Nel 2012 Peter Brosens e Jessica Woodworth, qui alla loro terza esperienza dietro la macchina da presa nel lungometraggio di finzione dopo Khadak e Altiplano, scelgono invece di mostrare in La quinta stagione gli effetti devastanti che un repentino e inspiegabile stravolgimento della naturale ciclicità delle stagioni possono provocare sull’esistenza umana, mettendola seriamente in pericolo di estinzione. Fortunatamente lo scenario apocalittico che si manifesta sul grande schermo, causa di una inevitabile regressione comportamentale dell’essere umano tornato a rispolverare per l’occasione la locuzione latina mors tua vita mea, è solo il frutto della capacità immaginifica di una coppia di registi, un po’ come prima di loro i più quotati Roland Emmerich e M. Night Shyamalan, ma con esiti meno esaltanti, aveva fatto rispettivamente in The Day After Tomorrow e E venne il giorno, oppure Franny Armstrong nel riuscitissimo The Age of Stupid. Diversamente da quanto mostrato da Yann Arthus-Bertrand in Home o Davis Guggenheim in Una scomoda verità, che attraverso la forma del documentario ci hanno dimostrano che la drammatica realtà può non essere superata dal potere dell’immaginazione.

Ma al di là del senso letterale e della evidente rappresentazione dell’egoismo umano, la suddetta locuzione si usa quando in una competizione o nel tentativo di raggiungere un traguardo ci sarà un solo vincitore. Spesso nell’eterna lotta tra uomo e natura a prevalere è il primo, tranne quando il secondo in passato ha voluto fare la voce grossa, ribellandosi e riappropriandosi di ciò che le appartiene, nella maggioranza dei casi con un costo altissimo di vite. In concorso alla 69esima edizione della Mostra Internazionale d’Arte Cinematografica di Venezia, La quinta stagione ci parla proprio di questo, di come la natura un giorno decida di scagliarsi contro l’arroganza umana: non fa niente, non dà niente, nega fertilità alla terra e in questo modo provoca la rapida implosione di un’intera comunità. La coppia belga costruisce così un disaster movie minimalista, nel quale scenari mozzafiato come quelli delle Ardenne si inaridiscono sino a diventare un “corpo” morto e inanimato. Minimalista perché la fantascienza si mescola con il sovrannaturale, dando vita a uno scenario apocalittico tremendamente reale, presagio di un presente terrificante che non ha bisogno di proiettarsi in un futuro prossimo. Brosens e Woodworth vi restano attaccati, perché a spaventarci è più il presente che il futuro. Con venature orrorifiche che restano latenti decidono di non raccontare una catastrofe planetaria come molti altri colleghi hanno fatto prima di loro, soprattutto oltreoceano, a favore di una visione circoscritta e ridimensionata a una sparuta comunità agricola belga. Qui il processo di regressione del comportamento umano sovverte le regole di convivenza civile e morale, riportando gli abitanti alla barbarica lotta per la sopravvivenza animata di saccheggi, violenze, follia, dissoluzione, disfacimento e disgregazione. Spettatore di questo “spettacolo” di morte e devastazione è la natura, che si limita a osservare inerme il lento consumarsi della specie umana, a sua volta costretta a osservare il “mondo” animale e vegetale staccare la spina.

Veicolo che porta tutto sul grande schermo una sceneggiatura stratificata e solida che permette a una piccola idea di trasferirsi in un film geniale. Nella contaminazione dei generi trova spazio, tra dramma e fantascienza, anche un pizzico di grottesco che regala inaspettati sorrisi prima che l’orrore si impossessi definitivamente dell’epilogo. Lo script gioca sull’attesa e sull’inevitabile, dilatando i tempi e cristallizzando la suspense. Alle parole si sostituiscono i silenzi e la voce della natura, così come nella messa in quadro il puro manierismo cede il testimone a una regia che predilige la contemplazione, la raffigurazione quasi pittorica, la cristallizzazione, la geometria, il gioco affascinante delle prospettive e le chirurgiche linee disegnate nello spazio dalla macchina da presa quando abbandona la fissità per lasciarsi andare, solo quando è necessario, a fluidi movimenti di macchina.

Info
Il sito ufficiale de La quinta stagione.
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