Venezia 2012 – Bilancio

Venezia 2012 – Bilancio

Kim Ki-duk, pugno chiuso e sguardo raggiante, sfida gli obiettivi delle macchine fotografiche con il Leone d’Oro ben stretto al petto. È questa, in definitiva, l’immagine-simbolo della sessantanovesima edizione della Mostra Internazionale d’Arte Cinematografica di Venezia, la prima dopo il ritorno in qualità di direttore artistico di Alberto Barbera e con ogni probabilità la più chiacchierata e discussa dell’ultimo decennio. Una Mostra che aveva preso il via con due fazioni ben definite ai nastri di partenza, i mülleriani (che guardavano con occhio sospettoso il Barbera-bis) e coloro che aveva passato gli ultimi otto anni a lanciare strali contro la kermesse lidense, auspicando un cambio della guardia.

La Venezia di Barbera non poteva tra l’altro non fare i conti con una serie di ostacoli logistici, frutto di una politica governativa festivaliera che continua a lasciare esterrefatti per mancanza di idee e di reale volontà di cambiamento: tutto questo mentre il cielo si offuscava, adombrato dall’incedere mai così imponente del Festival di Roma. Una concorrenza che durante gli anni di Marco Müller non aveva mai messo in imbarazzo o difficoltà la Mostra ma che, proprio a causa della neo-direzione del direttore italo-elvetico, rischia seriamente per la prima volta di operare un sorpasso mediatico fino a questo momento impossibile da ipotizzare. Qualora infatti venissero confermate le voci che assegnano a Roma (tra le altre) le anteprime mondiali dei film di Quentin Tarantino, Wong Kar-wai e Nicolas Winding Refn, non vi è dubbio che l’attenzione dei media e degli addetti ai lavori si rivolgerebbe dalle parti dell’Auditorium Parco della Musica. Ma è ancora prematuro interrogarsi su tutto ciò: la realtà è che l’impressione forte donata dalla Mostra di Barbera è quella di una restaurazione in piena regola. Un decennio di evoluzioni, cambi, nuove ipotesi strutturali e contenutistiche è stato gettato via, per fare ritorno a una formula sperimentata già durante il precedente triennio diretto dal critico nativo di Biella: un concorso snello, e una peregrinazione cinematografica che punti l’occhio soprattutto sulla realtà europea e nordamericana.

Se le elefantiache edizioni degli ultimi anni costringevano gli accreditati a un tour de force cinematografico in piena regola – forse faticoso, ma senza alcun dubbio gratificante – Venezia 2012 si segnala come una Mostra agile, con le proiezioni principali  spalmate di prima mattina e verso l’ora di cena. Un vero e proprio sogno per tutta quella schiera di stampa che, in fin dei conti, si reca al Lido solo ed esclusivamente per scrupolo professionale, ed è ben felice di potersi permettere pranzo e cena senza correre il rischio di perdere qualche proiezione importante. Tutto ciò andrebbe anche bene, se non fosse per l’evidente smembramento di una sezione come Orizzonti. Il fiore all’occhiello della Mostra di Müller, che nel 2011 aveva ospitato opere rivoluzionarie e monumentali (i film dei vari Shinya Tsukamoto, Amiel Courtin-Wilson, Michael Glawogger, Amira Naderi, Tusi Tamasese, James Franco e Ben Rivers), proponendo un vero e proprio percorso parallelo al concorso, è tornato a essere un semplice contenitore di tutto ciò che non può concorrere al Leone d’Oro. Al di là del valore squisitamente artistico dei titoli selezionati, alcuni dei quali sicuramente meritevoli, è la scelta in quanto tale a lasciare confusi: la maggior parte dei film in questione, per buoni o ottimi che siano, non hanno mostrato quello sguardo altro, difforme e unico che dovrebbe essere il minimo comun denominatore della sezione. Se si escludono Leones di Jazmín López e Le tre sorelle di Wang Bing tutti gli altri film avrebbero tranquillamente potuto concorrere per il concorso ufficiale: viene dunque da chiedersi il senso di una sezione del genere, se a conti fatti non si avverte poi la necessità di operare in direzione di una reale ricerca cinematografica. Allo stesso tempo viene anche da chiedersi dove siano finiti Africa e Sud America all’interno dei lavori di selezione, e per quale motivo l’Asia – per ricchezza, numeri e varietà di approcci la principale risorsa cinematografica mondiale – sia stata ridotta a pochi titoli, per di più vincenti, a dimostrazione dell’interesse che gli addetti ai lavori nutrono verso quell’universo immaginifico e visivo.

La Mostra di Barbera, come lo spiazzale antistante il Casinò, sembra ancora un cantiere aperto, e si può al massimo intuire quale risultato porteranno i lavori in corso: perché un concorso in grado di ospitare nomi come Paul Thomas Anderson, Olivier Assayas, Marco Bellocchio, Brian De Palma, Kim Ki-duk, Takeshi Kitano, Terrence Malick, Brillante Mendoza e Ulrich Seidl è senza dubbio da elogiare, ma allo stesso tempo rappresenta l’aspettativa minima per quello che è (e deve rimanere) il secondo evento festivaliero al mondo dopo (insieme a) Cannes. Per far sì che ciò non muti negli anni a venire serve coraggio, e capacità di guardare il cinema a 360°, senza preoccuparsi di durate, formati e latitudini di provenienza (dispiace dover notare come si sia tornati alla formula che fu propria di Corto Cortissimo fino a qualche anno fa, ghettizzando di nuovo i lavori sulla breve distanza). In questo senso val la pena spendere ancora parole per la volontà di Giulia D’Agnolo Vallan di insistere nel portare in concorso lo straordinario Spring Breakers di Harmoy Korine, nostro personale Leone d’Oro. La strada da percorrere dovrebbe esser questa, magari dimostrando maggior personalità anche nel lavoro sul cinema italiano – Leonardo Di Costanzo avrebbe meritato il concorso ufficiale, dove avrebbe potuto anche dire la sua per qualche premio – e ragionando sul cinema di oggi, nel tentativo di comprenderlo e anticiparne le mosse.
Il primo passo compiuto appare ancora indeciso. Il secondo, tra dodici mesi, servirà per alimentare dubbi o proporre le prime certezze. Sempre consapevoli che il cinema italiano non può fare a meno della Mostra del Cinema di Venezia.

Info
Il sito della Mostra del Cinema di Venezia 2012.

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